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di Zena Roncada

1° Maggio a Sermide,  anni '50  - fonte: www.cgil.mantova.it
(Corteo del 1° Maggio a Sermide, anni '50 (fonte: www.cgil.mantova.it)


Sarà che spesso ci svegliava il sole e, se questo non bastava, era la voce che arrivava grossa, col tono un po’ da chiesa contadina. La voce che diceva ‘È il primo maggio, la festa dei lavoratori’.
 
Sarà che ci si alzava svelti, per vedere cos’altro succedeva, dietro la Topolino verde prestata dall’Ivano, per annunciare che il comizio c’era.
 
Sarà che si restava presi, poi, dal caffellatte, da mangiare in fretta con il pane, così buono spezzato sul tagliere, dai colpi secchi della Dina mianonna.
 
Sarà che la festa era già tutta nell’odore: la gallina gonfia a sobbollire, la pancia piena di tritura. Certi ovini caldi (quanta ricchezza implosa) già pronti nel piattino per la mano più veloce, col sale per seconda pelle. E le scarpe, le scarpe col nero ad asciugare sui gradini, prima che il nonno le tirasse a straccio: rito d’antica, familiare tradizione, che voleva le donne risparmiate e gli uomini fieri di tanta gentilezza brillantata.
 
Sarà che gli uomini di casa legavano la cravatta rossa e ci tenevano per mano, fino al carretto portato nella piazza: bandiere e biciclette poggiate agli archi del palazzo, fra parole che non capivo bene, tutte stese davanti al municipio, sedute al caffè coi tavolini, poi alte alte sul vociare da mercato.
Il comizio finiva: allora mio padre metteva me (e la mia timidezza di vergogna) lassù, in alto, perché ci fosse un bacio all’oratore.
 
Sarà che si tornava con un nastrino al petto.
Sarà che mianonna, appena a casa, requisiva i garofani residui per cercarne i getti e piantarli nel giardino.
Sarà che i getti si chiamavano ‘cursin’, di esse dolce: piccoli cuori, come tutto ciò che la Dina maneggiava,… ma è proprio il cuore che mi manca, oggi, il cuore dei gesti e delle cose.
Quello che si trovava anche su un carretto, quando si era semplici e bambini.
venerdì, 01 maggio 2009
Storie bambine
di Zena Roncada
 
“La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza”. Qualcuno pensa che questa frase racchiuda la poetica di Luisito Bianchi; lo penso anch’io. Conosco una sola persona che, similmente, in un semplice succedersi di parole riesca a racchiudere un universo ed esplorare un “pulviscolo di galaverna”, ed è Zena Roncada.
La fotografia della bambina è stata a lungo sulla pagina di apertura del sito OraSesta; tra le molte scattate da Luisito Bianchi – di cascine e di gente di cascina – è l’immagine che più mi è cara. Quella bambina ti guarda e quello sguardo disarmato ti fa domandare se sei… degna. Degna di essere il suo passato e il suo presente, ché lei ha già sulle spalle la responsabilità di essere il futuro.
Per le Storie bambine di Zena non potevo scegliere che questa fotografia; per questo Natale non poteva esserci dono più bello, su queste pagine, delle parole di Zena e un’immagine di Luisito Bianchi, accostate.
Buon Natale a tutti, bianco nel cuore.
T.M.

Foto di copertina: Luisito Bianchi (1960 cca)

«Va’ a prendere lo zucchero, di sopra, dentro l’armadio delle scale. Per il caffè dei testimoni... disse la voce nuova.
La bambina salì le scale più presto che poteva: c’era da farsi voler bene.
Lo zucchero stava nel vaso grosso: meglio prenderlo con tutte e due le mani, a costo di far senza ringhiera.
 
Le scale di marmo così bianco diventano burro, all’improvviso, o lacci traditori.
Lo zucchero per terra brillava in mezzo ai vetri.
Un luccichio a punte.
Alla bambina tornò, come un sapore agro, la storia bella dell’Armida.
La contava di sera, quando il sonno tardava e il vapore fermava sul muro la forma dei mattoni.
Storia di principessa e granellini, il dono delle fate. Da non sciupare mai, da tenere più cari della vita: gli azzurri per l’acqua, i gialli per il sole, i bianchi per il bene. I bianchi per il bene.
 
Si mise a piangere, forte, col singhiozzo.
Lacrime di zucchero e di malinconia, di granellini scappati per le scale. Bianchi.
Tutti pensarono si fosse fatta male.»
(da: La bambina dello zucchero)
domenica, 21 dicembre 2008
Viboldone, 10 febbraio 2008 - Foto Massimo La Spina
Esposizioni
di Zena Roncada
 
Ieri guardavo il campo di là dal fosso, che interrompe la strada bianca.
È un campo che ha lavorato, quest’estate: granturco granturco e granturco.
(Da lontano la casa galleggiava sulla testa delle pannocchie, tenuta su dal respiro dei pioppi)
Adesso il campo è terra bruna e rivoltata, come certi vecchi cappotti che, sul rovescio, tengono i segni delle cuciture e il senso della non usura.
La terra, dove è compatto il segno della lama, è lucida e lisciata da segrete ferrate.
Ha un colore stupito. Quell’azzurro che i metalli sottraggono al fuoco.
È fresca la terra di sotto e grassa e umida.
La guardi e pensi che questo è il suo modo di attendere.
Chissà come ci si sente ad essere terra nuova.
A cominciare il viaggio di sopra, a lasciare il buio, il silenzio, la parte degli umori e delle radici per la superficie.
Mai (mi) è stato più chiaro il senso e il peso dell’ “esporsi”.
Guanto rovesciato.
Nell’attesa del verde.
sabato, 13 dicembre 2008
di Zena Roncada


I giorni del silenzio hanno l’ovatta intorno.
Non chiudono, ma neppure aprono.
Arrotondano.
Premono contro la vita ma non sono la vita, come certi imballaggi preventivi, che solo tolgono aria e asprezza, in regime di parità.
Imbalsamazioni domestiche di spigoli e dolzure.
 
I giorni del silenzio proteggono un segreto o filano una paura.
Si arrendono ai pensieri rampicanti, che salgono lungo le certezze, bussano alle finestre, battono ai ricordi, complice il vento, poi si allontanano, all’invito di una ringhiera.
 
I giorni del silenzio fanno nido in altri giorni, come il cuculo.
Corrono avanti, cancellano il già stato, mettono in croce coscienza e speranza, in parti uguali, poi scuotono il grigio e tornano al presente, in nebulose chiare.
 
Restano sospesi.
Nella timidezza del racconto.
lunedì, 28 luglio 2008
«pita pitela, di Elia Malagò, uscì per la prima volta nel 1982, copertina nera e fregio verde a fare da cornice. Per i tipi di Forum/Quinta Generazione, nella Collana Poesia 80, diretta da Giampaolo Piccari.
Ora i Feaci ne accolgono un nuovo approdo, in forma del tutto rispettosa del testo originale, accompagnato da una nota di Rita Baldassarri e da una lettura di Gino Baratta.
Si vorrebbe avere una voce potente, quella dei fuochi che bruciano e schioccano d’estate sulle spiagge di Po, per salutare questo attracco, capace com’è di incrinare, per un attimo, la coltivata vocazione alla riservatezza dell’autrice, e di ospitare, nei possibili transiti della sua poesia, il regalo di un indugio (o di una tangenza).
Non di fermarlo.
Perché questo compete al testo poetico: l’inarrestabilità dei passaggi, la persistenza della mobilità.» [...]

Zena Roncada

Elia Malagò - pita pitela (FeaciPoesia) 

«per voi
perché insieme abbiamo atteso l'alba sull'altro versante, gli occhi fissi al mare.
Mi incammino.
Vi lascio questa conchiglia di voci e uno zufolo di salice e rubilia, casomai voleste inventare una pita pitela di vagabondi in cerca del sentiero che porta alla tana del sole.
Ci incontreremo ancora, forse. A un crocevia
Accenderemo un falò aspettando che la luna sfondi le pareti del cielo. E mi porterete l'avventura la tenerezza l'esilio e le mappe nuove. Chissà.»
elia
mercoledì, 16 luglio 2008