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«Pensate – lo dico a chi è stato in politica, chi è stato militante - cosa è stato per noi la relazione con il mondo? Come entrava, non come una cornice esteriore ma come il punto cruciale della passione. E per noi la passione in quei casi era proprio sostantivo del verbo patire.
Quanta sofferenza abbiamo patito per tutte le tragedie dei popoli del mondo...
Vi ricordate il giornale Vie Nuove che pubblicava a fumetti la guerra del Vietnam? Quando avevo 10 anni, cercavo di vedere sulle mappe, sulle cartine geografiche dov’era il Vietnam, dov’era quella città, Dien Bien Phu dove il generale Giap aveva precedentemente sconfitto i francesi.
Ma quelle vicende erano carne e sangue della costituzione della militanza politica. ... C’erano scioperi spontanei quando c’era una strage fascista in America latina, c’era un colpo di stato.
Il mondo era l’unità di misura delle nostre azioni, dei nostri pensieri. Poi, ad un certo punto, nel mondo della globalizzazione, si è determinato una specie di stacco emotivo, un cortocircuito. L’internazionalismo si è sbrindellato. Ma non dico l’internazionalismo come un’adesione ideologica ad un luogo generale del pianeta, ma dico le conoscenze di quello che accadeva nel mondo.»
 
Questo diceva Nichi Vendola all’incontro del 19 aprile, a Cremona.
E parlò anche di quell’operaio che alle riunioni in Camera del Lavoro della Torino prefascista domandava ad Antonio Gramsci: “Che succede in Giappone?” Perché «per l’esito della sua lotta a Torino considerava necessario sapere “cosa succede in Giappone”».
 
 Franco Dolci, 25 aprile 2009
 
Sono anni che trascrivo – e quando posso accompagno ad una pubblicazione – le memorie di Franco Dolci, dirigente per mezzo secolo del fu Partito comunista italiano, dirigente del movimento cooperativo, ex presidente dell’Amministrazione provinciale. Trascrivendo dai sui quaderni manoscritti la storia del Movimento Partigiani della Pace ho davanti a me l’esatta misura di quella passione di cui parla Vendola.
 
Scriveva Dolci le note sul suo impegno alla testa di questo movimento – ovvero dei Comitati per la pace – tempo fa ma con il mondo dei due blocchi già stravolto; scriveva con l’onestà intellettuale che gli viene universalmente riconosciuto. Nessun “opportunismo storico”, caso mai qualche considerazione a margine su come la storia gli avesse dato a tratti ragione, a tratti torto.
 
Su Ora Sesta sarà pubblicato l’intero materiale; “l’ e-book” sarà aggiornato con il procedere della digitalizzazione del manoscritto.
T.M.
domenica, 03 maggio 2009
Un nuovo capitolo del personale libro di storia di Ennio Serventi: I giorni del 25 Aprile.
Sì, il titolo può sembrare, a prima vista, una contraddizione. Ma sentendo anche i racconti della generazione precedente alla sua ci si convince che il “venticinque-aprile” non è affatto un giorno ma una storica cornice per gli eventi immediatamente precedenti e successivi alla Liberazione.
Un punto di osservazione interessante, quello di Serventi: bambino all’epoca dei fatti, in anni successivi ha (ri)cercato i tasselli del quadro che non poteva – e chi mai avrebbe potuto?  – vedere nella sua completezza.
Più leggo racconti come quelli di Serventi – altra insostituibile fonte cremonese è Franco Dolci – più mi affascina un aspetto che va al di là dell’onore reso ai personaggi altrimenti “muti” della storia; ed è la loro capacità di far vivere la città. Di “far parlare i muri”, di stendere davanti ai nostri occhi le mappe storiche della coesione sociale.
 
Ennio Serventi: I giorni del 25 Aprile
martedì, 21 aprile 2009
Sandro Bocchi - Floriano Soldi, luglio 2005 (foto T.M.)

Si impara, col tempo, il significato dell’espressione “è venuto a mancare”.
Floriano Soldi mancherà a molti.
Fu uno dei primi “amici di OraSesta”, non soltanto in memoria dell’antica amicizia tra suo padre, Fiorino Soldi, e don Luisito Bianchi.
Floriano Soldi... In questo momento mi vengono in mente parole “da necrologio” perciò taccio; lui mi sommergerebbe di battute sarcastiche, a leggerle.
Buon riposo, Flo, e salutaci Sandro.
T.M.
giovedì, 05 febbraio 2009

Raramente cambio il titolo di un testo che viene proposto per il sito OraSesta. Ennio Serventi aveva scelto per titolo “l’incipit” del suo scritto, “Era grata a chi...”, sottolineando uno degli aspetti della storia – storia di sua madre e storia collettiva –, ovvero la felice circostanza che l’aveva collocata in un ambiente nel quale, insieme ad imparare un mestiere, si è potuto formare anche quella che chiamiamo la sua “coscienza civile e politica”.
Ma il testo di Serventi racconta “la storia” in uno specchio di sguardi, di madre e di figlio, nel segno della trasmissione. Entrambi non più giovanissimi, ritrovano le radici delle proprie scelte in un terreno comune, cosa che raramente avverrà per le successive generazioni.
Mi ha poi colpito che abbia scelto quei versi per introdurre le sue pagine dedicate alle canzoni che accompagnano la vita e la storia; mi ha colpita il ritrovarla ne Il Deposito di “canti di protesta politica e sociale” ma questo denuncia soltanto la mia ignoranza circa la storia di questa canzone:
«J’aimerai toujours le temps des cerises / Et le souvenir que je garde au cœur...»
Già. Tempi in cui, per molti, l’amore e l’impegno politico erano come due ciliege attaccate allo stesso picciolo.
Ennio Serventi, Il ragazzo e la sarta che cantava.
T.M.
lunedì, 19 gennaio 2009
«Nel tanto parlare che si fa oggi del ministero possibile della donna nella chiesa, non è forse di poco conto far notare che le prime ad essere evangelizzate in terra “europea” furono delle donne (fra di loro ci sarà stato qualche uomo? Gli uomini per avere un luogo di preghiera, una sinagoga, dovevano essere almeno una decina). Naturalmente è una donna a presiedere, e a condurre la preghiera; il fatto anche qui singolare è che la responsabile sia Lidia, nemmeno ebrea, ma solo una gentile, credente, che viene dalla città di Tiatira, situata fra Pergamo e Sardi, ed è una commerciante di porpora. Da loro nascerà la prima chiesa “europea” e quell’amicizia per Paolo che porterà l’Apostolo ad accettare solo da quella chiesa il sostentamento nel momento del bisogno [...].
Per chiudere questo abbozzo sul secondo capisaldo a difesa della gratuità del ministero, l’amicizia, per la mediazione in modo particolare di Lidia, possiamo richiamarci il senso dell’amicizia femminile in Gesù, e il dono che egli fece dell’amicizia, nell’ultima cena, quasi come l’ultimo sacramento, un tutt’uno col fare memoria di lui, crocifisso e risorto, con l’eucaristia: “Vi ho chiamato amici” (Gv 15, 15). “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (ib., 13). Forse il silenzio su Lidia potrebbe essere il suo modo, del tutto femminile perché del tutto gratuito, di dare, scomparendo, la propria vita per l’amico Paolo.»
 
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Su Viator (e fra breve su OraSesta), una nuova tappa del sentiero di parole di don Luisito Bianchi verso l’Utopia, la gratuità del ministero della Chiesa.
mercoledì, 31 dicembre 2008