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Abbiamo la memoria corta, ma poi caliamo i ricordi come il giocatore la carta con la quale pensa di sbancare e talvolta si sbanca; nelle maniche troppo strette o troppo larghe teniamo degli spettri – spettri neri e rossi, esportatori di uguaglianza, semi di superiori ragioni e civiltà, parole di un Dio vittorioso - dei vincitori - e al cimitero andiamo nei giorni delle feste comandate, a ciascuno le proprie tombe ché la morte non cancella le distinte vite dei caduti.
Il mondo non è più complicato di prima, io credo. È che abbiamo i mezzi per esplorarlo in lungo e in largo, ogni giorno, per vedere ogni piega, ogni piaga: quel che si vede sbirciando, quello che ci lasciano o ci fanno vedere perché si continui a pensare il mondo troppo complicato per le nostre semplici menti e semplici parole d’interpretazione.
Niente comandamenti: “non uccidere” è troppo semplice.
“L’Italia ripudia la guerra”: è troppo semplice.
Invece no.
Le cose giuste, in fondo, stanno in poche semplici parole.
t.m.
venerdì, 18 settembre 2009
Foto-cellulare di Massimo La Spina

Riprendo quello che avevo scritto in occasione della Pasqua del 2005, ché in questi giorni le parole sembrano sepolte sotto calcinacci non soltanto metaforici.
 
Scrivevo, nel 2005, memore delle polemiche natalizie circa il preteso dovere della scuola (pubblica) di ricordare ai bambini che il Natale è una festa cristiana. Certo, non sentivo proprio la mancanza di qualche polemica sul dovere di ricordare ai bambini che anche la Pasqua è una festa cristiana, in una sorta di gara tra la strumentalizzazione del Gesù bambinello e del Gesù crocifisso.
Non potevo però non notare quanto fosse più agevole «l’operazione di “re-cristianizzazione” ... appuntando sulle bandiere della crociata una sì tenera immagine di mangiatoia e asinello, rassicurante promessa di amore e di pace».
Perché – scrivevo – il messaggio pasquale è più difficile da affrontare «con i ragazzi ai quali siamo tentati di risparmiare la (salutare) fatica del conflitto».
«Mettiamo da parte per un attimo ogni credo religioso. Pensiamo alla narrazione biblica come ad una meravigliosa metafora. Resterebbe comunque il dovere di parlare ai nostri figli di un mondo di amore senza strumentalizzazione ovvero sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Ci spetterebbe il dovere di fare memoria della liberazione dalla schiavitù, della Terra promessa, di quello che ciascuno di noi porta con sé lungo questo cammino. Ci toccherebbe comunque il sacro e santo dovere di parlare di morte (e dei morti) nel sacrificio gratuito.»
 
Con i tempi che corrono, c’è da aver paura di un Gesù crocifisso sulle bandiere della “re-cristianizzazione”. C’è da aver paura delle bandiere, non meno che di taluni portabandiere. C’è da aver paura quando la narrazione evangelica ritorna ad essere “questione delicata”.
Nelle culture tradizionali ci sono innumerevoli esempi i quali, all’apparenza, sembrano confermare un diffuso “sentimento popolare” contro i “carnefici di Cristo”. All’apparenza, però, e ignorando come si forma ciò che è la cosiddetta cultura popolare. Sono poche le sue esemplari re-interpretazioni, una di queste è Pesah. I canti e le musiche della settimana santa in Sicilia di Carlo Muratori.
 

«Arvulu siccu è un canto della liturgia popolare della Settimana Santa in Sicilia. Non sarà un caso che l’immaginario popolare abbia fatto memoria anche di “colui” che a suo malgrado si è trovato protagonista dell’Evento. L’albero secco, senza frutti e fiori, diventa croce, per avere in braccio il Redentore. Era un legno di tanta bassezza, ora è giunto a tanta dignità. Questo è, più o meno, il testo.»

Questa è, più o meno, una delle possibili letture della resistente metafora pasquale.
T.M.
venerdì, 10 aprile 2009
Le nostre madri, Eva, Maria di Magdala e la staffetta partigiana
«La Donna» nella visione dell’Uomo, per giunta prete, Luisito Bianchi

Foto: Luisito Bianchi, 1958 cca 

«Ed ecco qui, un altro uomo che vuol parlare di donna, e per giunta scapolo, e per sopraggiunta prete.» Ma benedette sono le parole che sgorgano da una fonte di puro interesse. Le frasi fatte con il cemento degli interessi le sappiamo già a memoria.
Don Luisito Bianchi ha tratteggiato splendide figure femminili nel suo romanzo La messa dell’uomo disarmato. Ha evocato mani di donne con il mestolo nella polenta sopra il fuoco o nell’acqua bollente del bucato. Mani forti e delicate a curare ferite di soldati, mani callose dal tocco lieve, mani consumate, mani resistenti… Mani di donne, occhi di donne, in un romanzo sulla Resistenza e sulla liturgia della vita e della terra.
La Donna, nella visione di un sacerdote sarà una “visione di donna”? La Donna, nelle parole di un poeta è pura metafora?
«Vogliamo sapere che pensa Gesù della donna? Ecco una donna [Maria di Magdala]: è l’unica persona cui Gesù appare ancora prima di salire al cielo. Che vorrà dire con questo? Che ha voluto subito provare la gioia di parlare con Maria, solo un saluto, non di più, perché ha fretta di presentarsi al padre? Un breve istante, certo, ma che vale un’eternità. E adesso, Maria, corri, corri ad annunciare che salgo al Padre mio e vostro, al Dio mio e vostro. Corri, annunciatrice, apostola della risurrezione. Corri, staffetta partigiana, a dare l’annuncio della Liberazione…» Così Luisito Bianchi scriveva in un articolo per la rivista Dialogo. [...]

La campanella suona tre volte: è nata una Donna.
M.T.
domenica, 08 marzo 2009
Remo Bassini ha recentemente riproposto il suo sondaggio scrittori d’oggi: i migliori cinque; l’anno scorso erano tre. Come allora, anche in questa occasione mi ha colpito, più che qualche presenza, una quasi-assenza. Nelle cinquine di adesso due persone hanno nominato Vincenzo Consolo; vai a capire se gli altri votanti non l’abbiano mai letto o non l’abbiano amato.
Certo, non è chiaro se la votazione riguardasse “le più piacevoli letture” oppure una considerazione sulla scrittura, su quelle che sbrigativamente possiamo definire “tappe” nella storia della narrativa.
 
Vincenzo Consolo recentemente è uscito dal “pubblico silenzio” che lo caratterizza, fatte salve le circostanze nelle quali tacere è venir meno ad un dovere etico.
Quest’estate il sindaco di una ridente cittadina della costa messinese, Capo d’Orlando, ebbe la buona pensata di prendere a martellate una targa della piazza dedicata a Giuseppe Garibaldi, «feroce assassino al soldo degli inglesi». Consolo, nativo del vicino comune di S. Agata Militello, ha preso posizione con parole che non lasciano spazio alle “interpretazioni”.
Al peso delle sue parole si aggiunge il fatto di essere l’autore de Il sorriso dell’ignoto marinaio. E qui potrei perdermi in considerazioni su un certo indipendentismo / separatismo siciliano che prende come pretesto – più che per giustificazione storica – il sangue versato dal “popolo” in una lotta che era patriottica o sociale… si legga il romanzo e ci si faccia un’opinione da sé.
Io mi limito a riportarne qui alcuni passaggi perché mi è caro ricordarli.

S. Agata Militello (Me) 
«E cos’è stata la storia sin qui, egregio amico? Una scrittura continua di privilegiati» - scrive Enrico Piraino di Mandralisca a Giovanni Interdonato nella “Lettera preambolo a la memoria sui fatti d’Alcàra li Fusi”, che costituisce il sesto capitolo de Il sorriso dell’ignoto marinaio ed è sicuramente il testo più emblematico per capire la poetica di Consolo. Partito con lo scopo di descrivere la rivolta contadina con le parole dei contadini, il nobile illuminato barone di Mandralisca si accorge presto che il tentativo è ipocrita e vano:
«...sarà possibile, amico, sarà possibile questo scarto di voce e di persona? No, no! Ché per quanto il cuore e l’intenzione sian disposti, troppi vizi nutriamo dentro, storture, magagne, per nascita, cultura e per il censo. Ed è impostura mai sempre la scrittura di noi cosiddetti illuminati, maggiore forse di quella degli ottusi e oscuranti da’ privilegi loro e passion di casta. Osserverete: ci son le istruzioni, le dichiarazioni agli atti, le testimonianze... E bene: chi verga quelle scritte, chi piega quelle voci e le raggela dentro codici, le leggi della lingua? Uno scriba, un trascrittore, un cancelliere (...) Che vale, allora, amico, lo scrivere e il parlare?»

(volendo, vedete qua)
domenica, 07 settembre 2008
(sottotitolo: la rete)

All’inizio era soltanto una fotografia, frutto di occhi un po’ malinconici, da “signora di una certa età”, sul blog che raramente attraversa la soglia di casamia.

 

irazoqui quella fragola parlava in un’altra lingua.
 
«Lo zio drè aveva le fragole nell'orto su di sopra. me le indicava con quell'impaccio che è tipico di un certo ramo della nostra famiglia, impaccio e orgoglio e rassegnazione insieme. erano così rosse e lui così sconfitto, senza moglie né figli, senza la terza media né patente. teneva il suo orto certosino, preciso preciso in ogni parte. fitto e geometrico.
le fragole erano vicino al muro dove io, poi, ho piantato la mimosa.»
 
«Anche queste fragole crescono vicino a un muro, nel cortile del mio posto-di-lavoro. Ad occuparsene - e delle rose e della magnolia, del melograno e di altro che ogni tanto fotografavo e "postavo" qui [cioè lì, per esempio] - è un ex-operaio ex-cassintegrato ex... "Erano così rosse e lui così sconfitto" - Una lunga storia in una manciata di parole.»
 
Così ho risposto a irazoqui. Poi è arrivato Lino Di Gianni e la “storia” della fragola è diventata una "storia che siamo noi".
 
                                            vicino al muro, nel cortile 
                                            della rosa e della magnolia 
                                            crescevano fragole 
                                            rossi i sogni 
                                            i cortei interni, le lotte per le case 
                                            Alle finestre socchiuse 
                                            son rimaste le cicale 
                                            ma lui coltiva ancora 
                                            il seme che resta 
                                            dei sogni avanzati

sabato, 30 agosto 2008