Remo Bassini ha recentemente riproposto il suo sondaggio
scrittori d’oggi: i migliori cinque;
l’anno scorso erano tre. Come allora, anche in questa occasione mi ha colpito, più che qualche presenza, una quasi-assenza. Nelle cinquine di adesso due persone hanno nominato Vincenzo Consolo; vai a capire se gli altri votanti non l’abbiano mai letto o non l’abbiano amato.
Certo, non è chiaro se la votazione riguardasse “le più piacevoli letture” oppure una considerazione sulla scrittura, su quelle che sbrigativamente possiamo definire “tappe” nella storia della narrativa.
Vincenzo Consolo recentemente è uscito dal “pubblico silenzio” che lo caratterizza, fatte salve le circostanze nelle quali tacere è venir meno ad un dovere etico.
Quest’estate il sindaco di una ridente cittadina della costa messinese, Capo d’Orlando, ebbe la buona pensata di
prendere a martellate una targa della piazza dedicata a Giuseppe Garibaldi, «
feroce assassino al soldo degli inglesi». Consolo, nativo del vicino comune di S. Agata Militello,
ha preso posizione con parole che non lasciano spazio alle “interpretazioni”.
Al peso delle sue parole si aggiunge il fatto di essere l’autore de Il sorriso dell’ignoto marinaio. E qui potrei perdermi in considerazioni su un certo indipendentismo / separatismo siciliano che prende come pretesto – più che per giustificazione storica – il sangue versato dal “popolo” in una lotta che era patriottica o sociale… si legga il romanzo e ci si faccia un’opinione da sé.
Io mi limito a riportarne qui alcuni passaggi perché mi è caro ricordarli.
«E cos’è stata la storia sin qui, egregio amico? Una scrittura continua di privilegiati» - scrive Enrico Piraino di Mandralisca a Giovanni Interdonato nella “Lettera preambolo a la memoria sui fatti d’Alcàra li Fusi”, che costituisce il sesto capitolo de Il sorriso dell’ignoto marinaio ed è sicuramente il testo più emblematico per capire la poetica di Consolo. Partito con lo scopo di descrivere la rivolta contadina con le parole dei contadini, il nobile illuminato barone di Mandralisca si accorge presto che il tentativo è ipocrita e vano:
«...sarà possibile, amico, sarà possibile questo scarto di voce e di persona? No, no! Ché per quanto il cuore e l’intenzione sian disposti, troppi vizi nutriamo dentro, storture, magagne, per nascita, cultura e per il censo. Ed è impostura mai sempre la scrittura di noi cosiddetti illuminati, maggiore forse di quella degli ottusi e oscuranti da’ privilegi loro e passion di casta. Osserverete: ci son le istruzioni, le dichiarazioni agli atti, le testimonianze... E bene: chi verga quelle scritte, chi piega quelle voci e le raggela dentro codici, le leggi della lingua? Uno scriba, un trascrittore, un cancelliere (...) Che vale, allora, amico, lo scrivere e il parlare?»