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Giovannone
Giovannone
una storia di Remo Bassini con i disegni di Giuseppe Palumbo
per blog&nuvole
mercoledì, 01 aprile 2009
Pro memoria: Dovrò chiedere il permesso a Remo Bassini per raccogliere su OraSesta alcuni dei suoi post, “meditativi” come quello che riprendo qui dai suoi Appunti, e altri che sono micro racconti, “quadretti”, istantanee di luoghi e di volti.
T.M.
 
 Villa Adriana (foto: Massimo La Spina)

Dicono che faranno una città
di Remo Bassini
 

Dicono che costruiranno una città, tra la collina e il mare, fuori dal tempo.
Faranno case di legno, coi camini.
Ci saranno le auto, ma resteranno fuori, in quattro grandi parcheggi.
Dentro la città solo qualche bus elettrico e tante biciclette.
Non ci saranno computer, in questa città, ma due sale cinematografiche, una con prodotti commerciali, l’altra con vecchi o introvabili film per appassionati, e non ci saranno antenne, perché si ascolterà solo la radio, e non ci saranno telefonini, ma cabine, a ogni angolo, e ci saranno feste tutte le sere, fino a tardi ma non fino a tardissimo, ma verranno organizzate a nord, ché a sud, dove è stato realizzato un parco, ci sarà un posto, un bar con una libreria, per chi non ama né feste né balli, che potrà gustare, così, il silenzio, e pazienza se in lontananza sentirà le note di una fisarmonica di un violino.
E non ci sarà plastica, in questa città.
La spesa si farà con le borse che si usavano una volta, le penne saranno solo stilografiche, i rasoi con le lamette intercambiabili.
C’è tanta gente che sta chiedendo, di questa città.
Gente che vorrebbe incontrarsi in piazza, e poi decidere cosa fare la sera.
Perché la sera, in questa città, si faranno cose.
Ci saranno circoli di lettura, ma anche sale dove la gente potrà giocherà a carte, o a tombola.
O studiare. O raccontare storie. O pensare alla città.
Nessuno, in questa città, mostrerà i propri muscoli o il proprio sapere agli altri.
Si cercherà, in questa città, di fare come fanno i bambini dei villaggi indiani, che quando hanno contrasti parlano e poi parlano e parlano ancora finché non si son chiariti.
E i vecchi saranno i re di questa città.
Avranno rispetto e compagnia.
Così che gli ultimi capitoli lascino un buon ricordo.
lunedì, 20 ottobre 2008

Si intitola Era mio padre, è edito da Fazi, costicchia (16,50), è un gran bel libro, inclassificabile come il suo autore, Franz Krauspenhaar. Quel che andrò postando, ora, non è nient'altro che un commento, scritto di getto, in un attimo, sul mio blog. Qualcuno(a) però lo ha notato e mi ha chiesto di riproporlo. Volentieri.

Quando ci presentiamo agli altri ci presentiamo con la maschera migliore che abbiamo. Era mio padre è un libro con più maschere. La vita di Franz Krauspenhaar con l’ombra del padre, che ha combattuto per l’esercito tedesco. Un libro di viscere, sincero, onesto. Franz non nasconde le sue maschere peggiori, le sue debolezze, la sua aggressività, la sua incapacità a vivere e ad adeguarsi ai gruppi (aspetto, questo, che mi è particolarmente caro). Franz è un anarchico di destra (con amici e richiami di sinistra), senza carta di indentità. Non è tedesco, non è italiano, ma è italiano ed è tedesco. Non è mai fiero di quel che fa ma un po’ lo è: perché - almeno - ti dice chi è lui, apertamente. senza filtri. Una auto biografia non è mai sincera, perché anche con noi stessi noi non siamo sinceri. Io comunque i complimenti a Franz li ho fatti: si è denudato, senza paura, lasciando alla scrittura, che non è mai perfetta, il compito di fare luce.

PS. L'ho presentato a Vercelli e Trino. Una presentazione, un tramezzino, un'altra presentazione, un boccone e una birra. Ci siamo divertiti. Perché abbiamo invitato la gente a "cazzeggiare" con noi. Invece è successo che qualcuno si è commosso... Insomma, ci siamo divertiti e ci siamo anche un po' rattristati pensando alle persone che non ci sono più.

domenica, 13 luglio 2008

foto di Gero Viccica - senza titolo

Piera Ventre: [piccoli insignificanti malesseri]

Ti prende e – se ti lasci prendere – ti porta via e ti incanta la scrittura, sospesa tra l'onirico e il reale, tra la poesia e la prosa, di Piera Ventre.
Una scrittura che ammalia e un po' fa male, certo.
Le chiese, per i pazzi, si assomigliano tutte, scrive.
Ed è tutto un programma, questa frase. Solo impazzendo, si vede (riecheggia Flaubert: l'arte è pensare come dei pazzi, quindi è farsi male, sporcarsi anche).
Le chiese, per i pazzi, si assomigliano tutte, già. Perché le chiese (la vita) sono ornate da Piccoli insignificanti malesseri, recita il titolo di questi racconti che... vanno introdotti, ma non svelati.
Sorprendono, questi racconti, o meglio: sorprendono certe pennellate.
Torno alla scrittura di Piera che conosco da tempo e che più passa il tempo e più più scava, più scava e più fa male, più fa male e più spiega la vita. La spiega, appunto, mettendo in primo piano Piccoli insignificanti malesseri che, se li vedi con la lente d'ingrandimento (quella dei pazzi, forse) si somigliano tutti.
Un giorno imprecisato della nostra vita ecco che succede qualcosa. Nulla di catastrofico. Un particolare, una frase possono bastare: sono il sintomo.
Come certi malesseri: stessi sintomi, stesse parole. Nel primo racconto di Piera son sospese, le parole, tra l'onirico e il reale, tra la poesia e la prosa, nel secondo racconto di Piera son sospese, le parole, tra l'onirico e il reale, tra la poesia e la prosa, e poi, nel terzo, nel primo, e nel secondo, ti prende e ti porta via (ma attenti a certi Piccoli insignificanti malesseri, a certe sfumature, a certi particolari: sono il sintomo) la scrittura, che ammalia e un po' fa male, di Piera Ventre.

Remo Bassini

 

lunedì, 16 giugno 2008