
Dunque, la storia è questa, e forse l'ho già raccontata da qualche parte. I personaggi principali sono io e un croato biondo. Lo sfondo invece è Norimberga, e il periodo è quello dei mondiali (era bella Norimberga in quei giorni, sapete? Era un posto placido e accogliente in cui anche un uomo solo poteva star bene. Nella città straniera, cinta di mura rassicuranti, mura che sanno di medioevo, di casa, anche un uomo solo poteva trovare un amico e un corpo grande che leniva la nostalgia. Ma questa è un'altra storia, e non so se la racconterò). Ad ogni modo, io andavo al baretto del quartiere a vedere le partite. Insieme alle partite e alla birra c'erano volti e parole, e per me era tutto nuovo. C'erano i due Markus, l'uno robusto e sbruffone, l'altro piccolo, quasi invisibile, che si ubriacava parlando il minimo possibile, però sorridendo sempre al di sotto del suo naso da Stan Laurel; poi un greco che non ho mai capito come si chiamasse, o forse l'ho dimenticato, che parlava dalla finestra con i suoi amici, parenti e con quelli che lo andavano a chiamare dal negozio, perché non voleva noie e neanche uscire dal baretto; c'era Julius, pronunciato così, dal Sudafrica, con le sue birre di grano e la sua pronuncia improbabile; e Klaus, pazzo o taciturno o ritardato, non saprei dire, dice il saggio che i limiti della propria lingua sono i limiti del proprio mondo, e il mio tedesco era quel che era; poi Florian, il mio amico, l'uomo delle birre e delle bici; e infine il croato biondo nato a Norimberga, che un giorno si dispiacque perché non riusciva proprio a tifare per i serbi, che pure sapeva essere suoi fratelli ed affini: ma non riusciva davvero a mettere da parte quella dannata guerra che gli era toccato fare.
E lo diceva così, senza ironia. Gli dispiaceva sul serio.
Una notte, dopo la birra e la partita, mi invita a bere qualcosa a casa sua. Io accetto, ci beviamo un paio di bicchieri di vino e parliamo. Il vino scende e il tedesco sale meglio, ma comincio ad avere una strana inquietudine: ma che vuole questo da me? Perché mi ha invitato qui? E dopo un po' che ci penso, e intanto parlo, mi convinco che nella migliore delle ipotesi me lo voglia buttare in culo. Sicché quasi quasi avrei preferito la peggiore.
Solo, in casa di un veterano croato alla periferia meridionale di Norimberga, ho vissuto momenti di vero terrore interiore. Il mio culo! Cosa si fa in questi casi? Che si dice ad uno del Quarnero per convincerlo a rinunciare al tuo culo, senza offenderlo? La mia testa frullava, mentre rimanevo seduto scomodamente sul divano. Lui parlava ancora e continuava a sorridermi.
Poi invece dopo un po' se ne va a letto, io mi faccio la via immersa nel buio e torno a casa, e non succede niente. Mentre percorro quelle poche decine di metri, mi vergogno e sono piuttosto felice. La notte è silenziosissima e mi sembra di essere l'unica persona viva dentro di essa. Forse scuoto le mie spalle strette da slavo e non ci penso più.
Qual è il senso di questa storia? Non lo so. Probabilmente, che bisogna fidarsi dell'umanità.