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Tommaso Giancarli, Storie al margine.
Il XVII secolo tra l'Adriatica e i Balcani
Exòrma Edizioni, 2009
 
Marginalità: è la condizione che accomuna l’Adriatico, i Balcani e l’intero Levante nel Seicento. Il potere sull’Europa e sul mondo non si decide più nelle acque del Mediterraneo e nelle sue città brulicanti di storia e di umanità più o meno dolente.
L’egemonia del Nordeuropa e dell’Occidente appare ormai irreversibile. La dimensione un tempo superba di Venezia e dell’Impero Ottomano, i grandi attori del commercio e della guerra in Oriente, come anche quella dei loro comprimari, diviene marginale e si abbarbica a ciò che resta di grandi glorie irripetibili. La Storia si ritira dalle rive dell’Adriatico e abbandona i campi dei Balcani; uomini e donne continuano tuttavia a vivere e morire su quel mare e in quelle terre, perpetuano antichi rituali, servono simboli decaduti, in un contesto sempre più spietato.
I documenti dell’epoca svelano i luoghi delle loro esistenze, raccontano la loro avventura.
Questo libro ci restituisce in forma di racconti brevi tutta l’umanità di quelle vite dimenticate.
domenica, 08 novembre 2009
di Tamas
 
Si cominci con l'illuderle che no, non solo non c'è nulla da temere, ma che va tutto bene, e tutto andrà meglio. Sempre meglio, e non c'è neanche molto da aspettare.
Fatele appoggiare a voi, convincetele che non hanno più bisogno di pensare e di costruirsi da sé la propria vita, perché tanto ci siete voi, che siete tutto l'orizzonte di cui hanno bisogno, l'abbraccio caldo e avvolgente e infinito, la sicurezza, la certezza e il futuro e tutto quello che può venir loro in mente.
A questo punto, quando cammineranno coi vostri passi, spezzate loro le gambe e lasciatele lì. Togliete loro tutto in un istante e osservatele da presso mentre non ricordano più cosa significhi rimettersi in piedi. Osservate lo smarrimento e il terrore e la sensazione di aver perduto per sempre la capacità di credere alle persone, e pensate che è tutto merito vostro.
Ora fatelo, purché non lo facciate per pura stupida e arrogante crudeltà; fatelo perché succede di farlo, nell'arco di una vita o anche in molto meno, e sappiate che non è inutile. Non per lei, che poverina non ha bisogno della sofferenza, ma per voi. Serve a voi farle del male; e soprattutto tener sempre a mente che lo avete fatto, perché la coscienza del male commesso è utile, e anzi è la base di tutto un vivere civile.
Si fa un gran cianciare di perdono, ma voi non avete il diritto di perdonarvi: avete solo il diritto di sapere ciò che avete fatto e riflettere, e modellare il vostro comportamento sui danni e le tristezze che vi siete lasciati attorno.
Non c'è nulla come il ricordo del male fatto per spingere al bene gli uomini.
venerdì, 20 giugno 2008
mostriDunque, la storia è questa, e forse l'ho già raccontata da qualche parte. I personaggi principali sono io e un croato biondo. Lo sfondo invece è Norimberga, e il periodo è quello dei mondiali (era bella Norimberga in quei giorni, sapete? Era un posto placido e accogliente in cui anche un uomo solo poteva star bene. Nella città straniera, cinta di mura rassicuranti, mura che sanno di medioevo, di casa, anche un uomo solo poteva trovare un amico e un corpo grande che leniva la nostalgia. Ma questa è un'altra storia, e non so se la racconterò). Ad ogni modo, io andavo al baretto del quartiere a vedere le partite. Insieme alle partite e alla birra c'erano volti e parole, e per me era tutto nuovo. C'erano i due Markus, l'uno robusto e sbruffone, l'altro piccolo, quasi invisibile, che si ubriacava parlando il minimo possibile, però sorridendo sempre al di sotto del suo naso da Stan Laurel; poi un greco che non ho mai capito come si chiamasse, o forse l'ho dimenticato, che parlava dalla finestra con i suoi amici, parenti e con quelli che lo andavano a chiamare dal negozio, perché non voleva noie e neanche uscire dal baretto; c'era Julius, pronunciato così, dal Sudafrica, con le sue birre di grano e la sua pronuncia improbabile; e Klaus, pazzo o taciturno o ritardato, non saprei dire, dice il saggio che i limiti della propria lingua sono i limiti del proprio mondo, e il mio tedesco era quel che era; poi Florian, il mio amico, l'uomo delle birre e delle bici; e infine il croato biondo nato a Norimberga, che un giorno si dispiacque perché non riusciva proprio a tifare per i serbi, che pure sapeva essere suoi fratelli ed affini: ma non riusciva davvero a mettere da parte quella dannata guerra che gli era toccato fare.
E lo diceva così, senza ironia. Gli dispiaceva sul serio.
Una notte, dopo la birra e la partita, mi invita a bere qualcosa a casa sua. Io accetto, ci beviamo un paio di bicchieri di vino e parliamo. Il vino scende e il tedesco sale meglio, ma comincio ad avere una strana inquietudine: ma che vuole questo da me? Perché mi ha invitato qui? E dopo un po' che ci penso, e intanto parlo, mi convinco che nella migliore delle ipotesi me lo voglia buttare in culo. Sicché quasi quasi avrei preferito la peggiore.
Solo, in casa di un veterano croato alla periferia meridionale di Norimberga, ho vissuto momenti di vero terrore interiore. Il mio culo! Cosa si fa in questi casi? Che si dice ad uno del Quarnero per convincerlo a rinunciare al tuo culo, senza offenderlo? La mia testa frullava, mentre rimanevo seduto scomodamente sul divano. Lui parlava ancora e continuava a sorridermi.
Poi invece dopo un po' se ne va a letto, io mi faccio la via immersa nel buio e torno a casa, e non succede niente. Mentre percorro quelle poche decine di metri, mi vergogno e sono piuttosto felice. La notte è silenziosissima e mi sembra di essere l'unica persona viva dentro di essa. Forse scuoto le mie spalle strette da slavo e non ci penso più.
Qual è il senso di questa storia? Non lo so. Probabilmente, che bisogna fidarsi dell'umanità.
sabato, 12 aprile 2008