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foto: Piera Ventre
Dovessero domandarmi se trovo le fotografie di Piera Ventre “eccezionali”, risponderei di no, grazie al cielo non lo sono.
È che siamo circondati da una “eccezionalità” gridata – quanto è più artefatta, “sofisticata”, tanto più è gridata – e la nostra “normalità” rischia la fine del ranuncolo in un campo di gigli. Io sono di quella religione che prega attraverso la scoperta dei colori dell’alba e del tramonto o di un paio di scarponi vecchi ricoperti di fango.
 
Volevo archiviare (e, sia chiaro, «si archivia non per dimenticare ma per ricordare meglio»), insomma desideravo avere sul sito OraSesta il racconto “aquattromani” La neve che non c’era di Piera Ventre e di Mario Bianco. Ma in questi giorni ho visto le fotografie scattate da Piera durante il suo soggiorno nel Monferrato – terra fertile di quel racconto – e le ho chiesto il permesso di sceglierne alcune.
Le fotografie di Piera – queste e le altre – mi piacciono. Sanno raccontare ed evocare. Creano l’eccezionale del sé; uno sguardo partecipe si posa e si eleva nella ricerca dell’unica salvezza: il bello.
 
OraSesta presenta Racconti d’autunno di Mario Bianco e Piera Ventre.
(T.M.)
martedì, 09 settembre 2008
Nicoletta Buonapace – Piera Ventre / racconto a quattro mani


C’era stata molta agitazione, sin dal mattino presto. La madre lo aveva svegliato che ancora il sole non era che un’idea, e lui si era ritrovato dentro tutto quel movimento, gli abiti stesi sopra ai letti, il via vai dei passi nelle cucine, le voci che si rincorrevano di stanza in stanza.

Sua sorella, al centro della camera in fondo al corridoio, con quel vestito bianco, tutto pizzi e merletti, aveva l’aspetto d’una grossa nuvola spumosa, gli occhi lucidi, le gote rosse e le mani che tremavano. La madre e la nonna, attorno a lei, sembrava che stessero addobbando un albero di natale, e lui, il più piccolo in quella casa, incantato a osservare questo spettacolo mentre loro non facevano altro che dirgli, levati di qui, va’ a vestirti, come se, in qualche modo incomprensibile, intralciasse la magia che era nell’aria.
Controvoglia rientrò nella sua stanza dove gli abiti nuovi aspettavano, esausti sul letto, di essere indossati.
Prese la camicia, candida, di un candore lucente, imbarazzante. I pantaloni con la riga dritta, come quelli d’un uomo. Alla fine si guardò allo specchio. Non era alto. Non abbastanza. Ma aveva gli occhi blu per i quali le comari del paese gli facevano sempre i complimenti. Gli dicevano, sembri un angelo, e gli strizzavano le guance, con quelle dita ruvide, di donne dei campi, ma lui avrebbe voluto essere aquila, altro che angelo, e volare lo stesso.
Dopo poco, un grido lo raggiunse.
Il suo nome riecheggiò frangendosi sui muri della casa. Erano tutti pronti. Il corteo si avviò lungo la stradina. Lui, a seguire, l’ultimo, gli occhi bassi sul nero lucido delle scarpe. Sembravano ali di corvo, sul biancore dei sassi. […]

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lunedì, 04 agosto 2008

Sono questi i giorni del sole fermo. Sono questi, i giorni dell’acqua e del fuoco, un battesimo d’opposti, del sole che sposa la luna, un matrimonio inconciliabile di vapori e rugiade.
Dovreste chiudere gli occhi, donne ed uomini di buona volontà, e contare fino a tre, se il fiato vi regge, fino alla notte delle streghe e dei falò, e sussurrare è il tempo giusto per i sortilegi, la netta sospensione di un orizzonte immobile, dove, a ben guardare, è ancora possibile scorgere la sacralità del rito, tutto ciò che abbiamo perso e, di nuovo, vorremmo avere. La piccola incantatrice è un cavallino dalle froge frementi. Lo zoccolo scava, nell’erba soffice, un solco. L’aria si fa pungente di ricordi profumati come petali di rose al macero, il frinire assordante delle cicale, la lucertola che, semplicemente, sta.
(era un campo incolto. stoppie, per lo più. erba spiga e papaveri. avevo sempre la mano in una mano. piccole cose, da tenere sotto al cuscino durante le notti che sembrano abbandoni, come un amuleto privo di onestà necessario solo a blandire lo spillo che penetra la carne, la stilla di sangue solitaria che si apre in un delicato spampanio sul bianco del cotone. un occhio a forma di stella, in quel campo che non era campagna. un recinto, attorno, a contenere qualunque ipotesi di libertà, ad esclusione dei sogni che non avevano padroni, che era l’inizio dell’estate, che era l’inizio di qualsiasi cosa)
Dovreste contare fino a tre, e non farvi trovare impreparati. Affrontare il cammino con un velo bianco sulla testa, per raccogliere la bruma della notte, tirarne fuori un succo cristallino che potrebbe dissetare le vostre gole arse dai rimpianti. A piedi nudi, affondate nella terra che, quando è buio, è fresca, conserva tutte le indecisioni dei semi sotterranei, il lento strisciare dei bruchi, il lavorio instancabile delle formiche sagge, le ali, quelle perse, dalle falene in volo. Chinatevi a raccogliere l’erba di San Giovanni, serbatela in sacchetti di juta, contro le sventure e i dispiaceri. Tenetevi per mano attorno a un fuoco, che vi scaldi, che vi levi il freddo dell’inverno e delle piogge. Almeno per una notte, quella più corta, siate accosto gli uni agli altri, affrontate pure il rischio osceno di potervi riconoscere. Non potrà altro che farvi del bene in questi tempi di paura e di distanze, sentire che il battito è lo stesso, farvi assalire gli occhi da una pietà che ha dentro l’universo.
(lo aspettavo come si aspettavo i riti. per tutto l’anno, avevamo fatto incetta di piombo, perfino i piccoli sigilli che pendevano dalle cordicelle dei salami. l’opaco bottino era serbato in una scatolina di latta su una mensola in cucina. ci chiamava, me e mia sorella, per quella divinazione selvatica e pagana, che era un gioco delle forme, un tras-formarsi, così lontano dalla coscienza dei simboli e dunque, così alchemico. metteva un vecchio pentolino sopra la fiammella e, dentro, il piombo, che si squagliava simile ad una cera argentea, mandava lampi. coi nostri grandi occhi, così uguali, potevamo solo osservare il prodigio che si compiva attraverso i suoi gesti siderurgici. sul tavolo, aveva già sistemato la tazza colma d’acqua fredda. con un gesto secco di polso ci versava il piombo fuso e agitava il recipiente. erano forme strane, quelle che ci nascevano davanti. le tirava fuori come se mettesse in atto una pesca miracolosa. distribuiva a ciascuna di noi due una profezia casalinga fatta di risate. il regalo, quello vero, era lo spicchio di tempo che ci faceva cadere tra le mani, e non il piombino del salame trasformato in un delfino o in una foglia)


sabato, 21 giugno 2008

foto di Gero Viccica - senza titolo

Piera Ventre: [piccoli insignificanti malesseri]

Ti prende e – se ti lasci prendere – ti porta via e ti incanta la scrittura, sospesa tra l'onirico e il reale, tra la poesia e la prosa, di Piera Ventre.
Una scrittura che ammalia e un po' fa male, certo.
Le chiese, per i pazzi, si assomigliano tutte, scrive.
Ed è tutto un programma, questa frase. Solo impazzendo, si vede (riecheggia Flaubert: l'arte è pensare come dei pazzi, quindi è farsi male, sporcarsi anche).
Le chiese, per i pazzi, si assomigliano tutte, già. Perché le chiese (la vita) sono ornate da Piccoli insignificanti malesseri, recita il titolo di questi racconti che... vanno introdotti, ma non svelati.
Sorprendono, questi racconti, o meglio: sorprendono certe pennellate.
Torno alla scrittura di Piera che conosco da tempo e che più passa il tempo e più più scava, più scava e più fa male, più fa male e più spiega la vita. La spiega, appunto, mettendo in primo piano Piccoli insignificanti malesseri che, se li vedi con la lente d'ingrandimento (quella dei pazzi, forse) si somigliano tutti.
Un giorno imprecisato della nostra vita ecco che succede qualcosa. Nulla di catastrofico. Un particolare, una frase possono bastare: sono il sintomo.
Come certi malesseri: stessi sintomi, stesse parole. Nel primo racconto di Piera son sospese, le parole, tra l'onirico e il reale, tra la poesia e la prosa, nel secondo racconto di Piera son sospese, le parole, tra l'onirico e il reale, tra la poesia e la prosa, e poi, nel terzo, nel primo, e nel secondo, ti prende e ti porta via (ma attenti a certi Piccoli insignificanti malesseri, a certe sfumature, a certi particolari: sono il sintomo) la scrittura, che ammalia e un po' fa male, di Piera Ventre.

Remo Bassini

 

lunedì, 16 giugno 2008
«Dietro ci sono i nostri nomi larghi, con le vocali, le timide vocali incastrate nel mezzo dei suoni secchi e onesti. Ci sono i capelli, dietro, e le ciglia, e le braccia, le piccole dita dei piedi e tutte le tazzine sporche di caffè coi fondi che vorrebbero parlare di un futuro incerto. Dietro c’è il cielo, che è un grande mentitore, ci sono le notti coi pulsanti sogni, e i tradimenti, e il nostro sangue, diramazioni capillari, e un fiume che trova la via del mare, la trova sempre. Le bugie e le verità, ci sono dietro, a ciascuno le sue, unite in un coro muto come se tutto il mondo fosse diventato sordo.»

P. -  foto: usermax
È di pochi giorni fa (la pubblicazione di) questo testo sul blog “nec tecum, nec sine te” di Bianca/Piera; io l’ho sentito come (involontario) preludio in sordina alla pubblicazione – questione di ore o di giorni, chi lo sa –, in forma di e-book, dei suoi “piccoli insignificanti malesseri”. Ma forse è parso così solo a me perché – dovessi raccogliere su un dischetto una sorta di “weBreviario” – io questo testo me lo porterei su quella assai citata e mai vista isola deserta.

A questo punto le buone regole di retorica imporrebbero una pur minima spiegazione del perché della mia grande passione (passione? ma sì, lasciamo ‘passione’) per la scrittura di Piera. È che io tutt’oggi – anche dopo [la bella figlia dell’amor] “sospinta” verso l’isola dei Feaci – non trovo le parole per dirlo. Ci provo, scrivo e riscrivo, ma tutte le volte sovrascrivo con la penna dal tratto grossolano un’immagine di “diramazioni capillari”. O trasformo in un blocco di ghiaccio quel flutto di parole che, impetuoso, riesce ad insinuarsi anche negli incavi minuscoli e nascosti dell’apparentemente inattaccabile roccia del “noi”, per ritirarsi poi, placido, lasciando l’anima nuda e bagnata di vitalità ad asciugarsi al sole... Ma questo è, appunto, sovrascrivere, lasciamo perdere.

Dietro... dietro la sua scrittura c’è una “lei” che comprende te e me, c’è uno sguardo comprensivo di fastidiosi folli con l’aquilone che non si alza in volo, di esasperate vittime della propria in-abilità, di quelle dell’ultimo gesto furtivo a colmare il vuoto di culle di figli mai avuti. Di quelli che vorrebbero «entrare negli interstizi e trovarci un dio qualsiasi».

Sopra quel flusso argenteo, da lontano scorgi il viso di “lei” – sempre "lei", luccichii di “io io io” – e ti chini e dentro la stregata sfera, liquefatta ad acqua cristallina, trovi “noi”, «i nostri nomi larghi. E le voci che li dicono», e «…tutte le cose che, e quelle altre, quelle altre, ancora».

T.
domenica, 15 giugno 2008