
Sono questi i giorni del sole fermo. Sono questi, i giorni dell’acqua e del fuoco, un battesimo d’opposti, del sole che sposa la luna, un matrimonio inconciliabile di vapori e rugiade.
Dovreste chiudere gli occhi, donne ed uomini di buona volontà, e contare fino a tre, se il fiato vi regge, fino alla notte delle streghe e dei falò, e sussurrare è il tempo giusto per i sortilegi, la netta sospensione di un orizzonte immobile, dove, a ben guardare, è ancora possibile scorgere la sacralità del rito, tutto ciò che abbiamo perso e, di nuovo, vorremmo avere. La piccola incantatrice è un cavallino dalle froge frementi. Lo zoccolo scava, nell’erba soffice, un solco. L’aria si fa pungente di ricordi profumati come petali di rose al macero, il frinire assordante delle cicale, la lucertola che, semplicemente, sta.
(era un campo incolto. stoppie, per lo più. erba spiga e papaveri. avevo sempre la mano in una mano. piccole cose, da tenere sotto al cuscino durante le notti che sembrano abbandoni, come un amuleto privo di onestà necessario solo a blandire lo spillo che penetra la carne, la stilla di sangue solitaria che si apre in un delicato spampanio sul bianco del cotone. un occhio a forma di stella, in quel campo che non era campagna. un recinto, attorno, a contenere qualunque ipotesi di libertà, ad esclusione dei sogni che non avevano padroni, che era l’inizio dell’estate, che era l’inizio di qualsiasi cosa)
Dovreste contare fino a tre, e non farvi trovare impreparati. Affrontare il cammino con un velo bianco sulla testa, per raccogliere la bruma della notte, tirarne fuori un succo cristallino che potrebbe dissetare le vostre gole arse dai rimpianti. A piedi nudi, affondate nella terra che, quando è buio, è fresca, conserva tutte le indecisioni dei semi sotterranei, il lento strisciare dei bruchi, il lavorio instancabile delle formiche sagge, le ali, quelle perse, dalle falene in volo. Chinatevi a raccogliere l’erba di San Giovanni, serbatela in sacchetti di juta, contro le sventure e i dispiaceri. Tenetevi per mano attorno a un fuoco, che vi scaldi, che vi levi il freddo dell’inverno e delle piogge. Almeno per una notte, quella più corta, siate accosto gli uni agli altri, affrontate pure il rischio osceno di potervi riconoscere. Non potrà altro che farvi del bene in questi tempi di paura e di distanze, sentire che il battito è lo stesso, farvi assalire gli occhi da una pietà che ha dentro l’universo.
(lo aspettavo come si aspettavo i riti. per tutto l’anno, avevamo fatto incetta di piombo, perfino i piccoli sigilli che pendevano dalle cordicelle dei salami. l’opaco bottino era serbato in una scatolina di latta su una mensola in cucina. ci chiamava, me e mia sorella, per quella divinazione selvatica e pagana, che era un gioco delle forme, un tras-formarsi, così lontano dalla coscienza dei simboli e dunque, così alchemico. metteva un vecchio pentolino sopra la fiammella e, dentro, il piombo, che si squagliava simile ad una cera argentea, mandava lampi. coi nostri grandi occhi, così uguali, potevamo solo osservare il prodigio che si compiva attraverso i suoi gesti siderurgici. sul tavolo, aveva già sistemato la tazza colma d’acqua fredda. con un gesto secco di polso ci versava il piombo fuso e agitava il recipiente. erano forme strane, quelle che ci nascevano davanti. le tirava fuori come se mettesse in atto una pesca miracolosa. distribuiva a ciascuna di noi due una profezia casalinga fatta di risate. il regalo, quello vero, era lo spicchio di tempo che ci faceva cadere tra le mani, e non il piombino del salame trasformato in un delfino o in una foglia)