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Sconfinato garage - Racconti di Piero Tallarico per OraSesta - Qui il PDF

Racconti di P.

«Tutto va veloce, le cose, le persone, io stessa, e sempre con quell’aria intorno assolutamente neutra, ovattata, come si trattasse di un sogno al suo culmine, all’incrocio esatto tra bisogno e desiderio.» (P.)

C’è gente che trova fatto naturale il respiro. Allo stesso modo, la scrittura per P.
Questa è l’evidenza che raccolgo ogni qualvolta ho la fortuna di imbattermi nelle sue storie. Ché raccontare scrivendo, per P., è un fatto naturale, così come mettere un piede dietro l’altro mentre si cammina.
Le sue parole fluiscono acconsentendo a un’inevitabilità di narrazione che avviene mentre la storia si fa. Questo dipanarsi ineluttabile accade sotto gli occhi del lettore in un modo liquido, il perseguire dello sguardo sul pelo dell’acqua di un fiume.
È una scrittura acquatica, quella di P., che scorre e trascina, ma non tracima mai, asseconda l’argine d’una sponda che contiene, con eleganza, l’irruenza d’un elemento mobile che di per sé sembra indomabile se non contenuto in una qualsiasi forma. E lo stupore di seguire il moto ondoso delle sue parole è, allo stesso tempo, quello di vederle libere di farsi strada da sole mentre lui solca, paziente, un canale per dar loro una direzione lasciando comunque l’arriccio della spuma e una certa anarchia che possa sorprendere lui stesso nel momento in cui le disciplina.
È una scrittura di respiro, quella di P. Il respiro dei pesci, dove come per incanto tornano, torna tutto, respiro, profumi, stagioni, e sembra di vedere le cose per la prima volta, attraverso occhi che sono, di volta in volta, occhi di cane, occhi androidi, occhi che trapassano i finestrini d’un treno, occhi di bambina, di vecchio, di donna, come se, nell’atto di operare una scelta di narrazione, una voce solista si impossessasse di lui dicendogli ora tu ti fai da parte e parlo io. E P. riuscisse, in modo magistrale, a modulare le corde vocali plasmando altri timbri, altre dolorose intensità, e iperboliche altezze da cui sbirciare il mondo, e i fatti, da una prospettiva angolare, dall’orlo di un baratro, da una porta socchiusa appena su un sorriso sghembo, una risata, una malinconia di passo, una musica.
Ed è scrittore multiforme, P. Uno di quei vecchi cantastorie di paese, con tutti gli arnesi in spalla, tavole colorate e bacchetta di legno per illustrare le scene, quei cantastorie che facevano folla, radunando attorno a sé tutti coloro che volevano ascoltare una storia, ancora una, l’ultima, ancora un’altra prima di andare via e ritornare alla vita, alle cose di sempre. Perché ogni volta che si comincia a leggere un racconto di P., ci si chiede, quale sarà la voce, ora? dove mi porterà questa parola? e quest’altra? e quest’altra ancora?
È un narratore umile, P. Si fa da parte. Lascia scivolare i suoi frammenti nelle bocche altrui. Raramente dice io, e quell’io è sempre altro ed è sempre un po’ di lui che si mescola e si fa contaminare, liquido, come l’acqua che assorbe le aniline e gli acquarelli, come il respiro che fluisce dalle narici dopo aver raccolto dal sangue ciò di cui è necessario disfarsi per divenire, ancora, e ancora, vita.
Perché non gli piacevano, le immagini nitide. Non prestava attenzione alle figure perfettamente scolpite,  al contorno preciso o al colore netto. La fantasia, la sua, non riusciva  a restarne in qualche modo scossa, colpita. I colori, diceva sempre, avevano la necessità di mischiarsi, di sbavare, di fare  spessore, materia.
Ed è quello che lui mette in atto ogni volta che si appresta a raccontare. Mescola, sbava, fa spessore, materia di cose volatili come le parole. Le plasma, le contiene lasciandole andare, le respira.
P. è lo spettatore della quinta fila, è un giullare volontario, è quello che guarda tutto ma non tocca mai, e scrive, scrive, è l’omino che costruisce i calendari, è colui che disegna la mappa del tesoro, siede contromano per veder sfilare il paesaggio all’incontrario.

Trovo nei racconti di P. l’accenno di tracce stilistiche di certi grandi narratori. Il surrealismo di Buzzati, il lirismo d’un certo Calvino, il tono asciutto di alcuni scrittori americani, in un amalgama personalissima e dal tratto distintivo che irretisce il lettore e gli fa trattenere il fiato, scorrere con gli occhi le righe per sapere come va a finire.
E lui, scrive, inconsapevole – ma fino a che punto? – mi siedo, alzo gli occhi alla finestra e brindo a quell’applauso senza dirlo, sorrido e penso che forse ci sarò ancora domani, e suonerò per lui, per quello spettatore invisibile e sincero, piccolo re fuori campo, domani ancora, come fosse la prima sera.
E il fatto che P. sia anche un uomo cortese, oltre che un ottimo cuoco e un incantevole ballerino, nulla aggiunge alle sue indubbie capacità letterarie, ma sicuramente strappa un sorriso in più. L’ennesimo.

Piera Ventre

martedì, 20 maggio 2008

Bianco & Nero - Arimanebis

L’anima migrante è nata sotto il primo sole. Quali sono i confini che lascia il sole? Non esistono, perché il sole si muove, il sole è migrante, il sole è sempre stato così. Chi ha costruito recinti da scavalcare? Chi ha deciso in quale pozza di fango o sorgente si potesse bere? Un uomo, un uomo qualsiasi, un uomo che comunque da qualche parte veniva, un migrante. La sua anima ha concepito il potere, il potere di potersi fermare e di essere padrone degli altri, potere che smette di migrare anzi, che migrante non è stato mai, potere stanziale e ossessivo, dispensatore di miserie e di morte. Catene, carestie, miserie procurate, inflitte, potere senza colore capace di schiacciare, stuprare, uccidere. Ma loro continuano, le anime migranti si muovono attaccate ai corpi, sono, e lo sanno, mosche destinate a un destino da mosche, merda e paludi di niente, a un destino scontato e senza sconti. Ma quali sono i confini che lascia il sole? Le anime migranti hanno conosciuto popoli e religioni, fame, guerre e siccità, scappando da miserie enormi, aggrappandosi a una miseria appena un po’ più piccola ogni volta, hanno visto pelli chiare o nere come la notte senza luna, hanno visto la loro rossa di frusta, di sangue o pomodoro, hanno costruito case, chiese e moschee per restare migranti da fermi fino a prima di ripartire, sono affogati su spiagge e scogli, schiavi sempre, liberi mai, nemmeno nel martirio, con dentro e addosso l’appartenenza, la nostalgia, quell’anima migrante disegnata su vestiti dove solo i colori non sono da poco, persa negli occhi di chi non ha mai potuto confondere la pioggia col pianto, deturpata dal puzzo della stiva. Migranti, migranti degni, come tutti noi e le nostre mani bianche, tutti noi e le nostre sicurezze, tutti noi e la nostra dignità fatta a pezzi dalla presunzione di disegnare i confini del sole. Ma non esistono confini, perché il sole si muove, il sole è migrante, il sole è sempre stato così. L’anima migrante è nata sotto il primo sole e lo sa, le anime migranti hanno gettato il seme sempre in un altro posto, lo hanno fatto perché qualcuno, alla fine, potesse restare. Pensiero migrante. Qualcuno resterà, fino all’ultimo sole.

domenica, 18 maggio 2008
Fu la sera del blackout, che decise. Era un luglio incerto, carico di afa e di voglia di pioggia, una cartolina di notte d’estate metropolitana vista dal suo divano, di finestre aperte come fosse un rimedio, di luci accaldate piene di insofferenza, bagliori azzurri dalle finestre del palazzo di fronte. Totò e Peppino stavano scrivendo per la milionesima volta davanti ai suoi occhi, la loro ineguagliabile lettera. Un milione di volte, e ancora sorrideva. L’estate, pensò, era bella anche per quello, per la sicurezza di rivedere i soliti vecchi film, ogni estate gli stessi, come un conforto nella notte insonne e sudata della sua irrequietezza, qualcosa su cui contare scaldando una birra con le mani.
venerdì, 09 maggio 2008
Lasciano semi di bellezza magari mai provata, un desiderio da esaudire per chi resta. Raccontano, spiegando nei volti e nelle cose un mondo diverso e così lontano da quello che esiste intorno agli occhi, e lo fanno come se il tempo non avesse spazio, come se le parole fossero eterne, quelle mancate, quelle ancora da dire. Raccontano di sé per il bene ultimo di chi li vuole ascoltare, senza fatica, e spesso lo fanno comunque, anche nel silenzio dei pensieri e nella luce schiarita e liquida di occhi che hanno molto di più dello sguardo e che spiegano senza mentire, forse senza nemmeno la pretesa della comprensione. Lasciano parole e indirizzi di vecchi ricordi da visitare, e rendono parte merito e spiegazione ai loro rimpianti ormai sobri e senza dolore, la punta dell’amaro cancellata dalla possibile felicità come regalo, eredità. Lasciano la pace possibile, tutto il loro bene, per poter finalmente chiudere gli occhi senza rimpianto. Poi, felici di chi resta, i vecchi se ne vanno, per non farlo mai più.
lunedì, 05 maggio 2008
Cascina Razzina, Bordolano (Cr) - Foto: Luisito Bianchi, 1958 cca
Foto: Luisito Bianchi

C’erano i glicini, sui ferri del pozzo fuori dalla casa. Primavera. Si sentivano gli spari da dietro il monte. Partigiani, come me. La casa era vuota, i mobili a pezzi, il tetto bruciato. Non c’era mia madre, lei no, non c’era, e mio fratello, e i nonni, neppure lui, neppure loro. Terra bruciata, odore di fumo e di morte, roba che non si spiega, che secca la gola, che mette addosso la sete. C’erano i glicini, sui ferri del pozzo. Primavera, ed eravamo liberi. Ma l’acqua del pozzo, era rossa di sangue.

venerdì, 18 aprile 2008