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di manginobrioches


La città brutta ora ha pure preteso vittime: lo sapevamo già che cresce ogni giorno, che vuole moltissimo spazio, che si mangia la terra il mare l’aria. Ora si mangia pure le persone.
La città brutta s’era accomodata a Giampilieri, dove già il nome chiama i padroni: Giovanni Pilifero era un vecchio proprietario di vigne, frutteti, campi e quella macchia folta ed estrema che qui cercano di scacciare a forza d’incendi, ogni estate. La collina stremata e domata era diventata bruna, asciutta, cattiva. Le strappavano gli alberi, uno a uno. La disossavano per allargare le case, case miserrime di ballatoi, doppivetri e alluminio anodizzato che s’affacciava sul letto asciutto, tutto ossa, del torrente.
Il torrente non c’era più: l’avevano fatto fuggire sottoterra, dove ruggiva di rabbia tra gli argini di cemento.
Ma tutta la città poggia, trasversale, sui torrenti ingabbiati, cancellati, negati. Al loro posto ci sono strade, fiumi di palazzine, argini di gres porcellanato adornati di parabole, schermati da avvolgibili, salutati dall’alto dalle gru fameliche che scrivono cose nel cielo.
Tutta la città poggia, trasversale, su passaparola, aiutini, condoni. Su occhi chiusi, sanatorie, aggiustamenti.
La città di carta bollata traccia una mappa alla quale la città di cemento si adegua, strada per strada, versante per versante. E sono brutte e cieche tutte e due.
La città strozza le vie di fuga, distorce il cammino naturale delle acque, le fa ristagnare nei colatoi segreti sotto l’asfalto. La città rimbocca le aiuole col cemento, sbarra il passo alle radici e taglia le chiome con le cesoie. La città scava i suoi colli coi cucchiai delle ruspe, per piazzare i cubi di calcestruzzo, le vernici epossidiche, il catrame.
La città è rivolta verso il mare perché non può farne a meno, ma non impara mai niente, dal mare. Il suo sogno malato è piastrellarlo tutto, fino all’altra sponda misteriosa, che oggi è blu domani è color drago dopodomani sparisce nella nebbia salata, poi ritorna e si siede sui davanzali. La città brutta aspetta il Ponte per vedere cemento anche quando guarda in alto, per vivere dentro la sua ombra e appoggiare tiranti alle sue zampe enormi. Agganciare terrazze, sopraelevazioni, nuove cubature.
La città brutta vuole sacrifici umani ogni giorno, con le sue vertebre anodizzate e bianche dentro il letto dei torrenti, sul bagnasciuga, in mezzo ai vapori dello Stretto. Scaccia arbusti, gatti, idee. Demolisce pensiline e magnolie. Mangia bellezza e bouganville. Mangia persone.
Quando cadde tutta, cento e un anno fa, fece lo stesso rumore di pietra spezzata, produsse lo stesso fango, fece venire alla luce i privilegi miserabili su cui poggiavano gli incerti pilastri. La città aveva spalle di pietra ma piedi d’argilla. Malte corrotte, mattoni asciutti, per risparmiare. Travi appese nel vuoto, pietre lisce raccolte dai torrenti. Facciate imponenti appena appoggiate ai tramezzi di fiammifero e stucco. Sindaci corrotti, opposizioni asciutte. Progetti appesi nel vuoto. Facce lisce.
Non imparò niente, la città, o poco.
Oggi ha ricostruito la sua trama d’ingiustizia, ma più brutta ancora. Con la menzogna del cemento armato, del ferro che spunta dai pilastri e s’infila dentro i letti asciutti dei torrenti.
E lo rifarà, lo rifarà.
 
Oggi ci sono stati i funerali di Stato. Quale Stato, poi. Uno stato in luogo perenne. Un Quarto Stato da cui nessuno esce, se non per diventare vittima della "natura matrigna". Uno stato di catatonia. Uno stato delle cose immutabile: la terra, la città che covano i loro periodici cataclismi, con la complicità assassina di vicerè, palazzinari, predoni.
domenica, 11 ottobre 2009
di manginobrioches


No. Lo ammetto. Non m’importa nulla.
Non m’importa nulla se Papi si porta le minorenni in piscina. Non aggiunge nulla alla persona rozza, volgare e sgradevole che già mi sembra senza che nemmeno dica una sillaba: basta guardare quel viso stirato e truccato, coi capelli ritinti e ricresciuti, quel sorriso televisivo, coi denti di resina, le rughe arginate e riempite di filler.
Ha l’età che avrebbe mio padre se ci fosse ancora, e assurdamente li paragono, nella mia mente. Mio padre, uomo antico e verecondo, sarebbe morto di vergogna prima di mettersi il cerone o farsi tingere i capelli. Mio padre non si sarebbe mai fatto fotografare con le ragazzine sui ginocchi: nemmeno le nipotine. La giusta distanza in lui era un alone fisico e mentale, uno spazio fermo e preciso nel quale potevi entrare solo col suo permesso.
In quello spazio c’erano cose come il rispetto, il giudizio, l’equilibrio. Dovevi sentire che le attraversavi, per muoverti verso di lui.
Aveva, come tanti della sua età, un corpo a parte. Riservato, decoroso.
M’inquieta, del Papi, il suo corpo esposto e mostruosamente eucarestizzato, il suo corpo vorace che mangia gli sguardi, che attira il gesto, la condivisione primitiva. Il suo corpo da fiction. Il suo corpo eternamente giovane che fa soprattutto una cosa: nega la realtà.
Si mette in testa i cappelli, il Papi; fa bagni di folla, il Papi, come quella contessa si bagnava col sangue di vergini: era il fondamento del suo apparire e del suo potere.
Mi vengono in mente, con un certo raccapriccio, i corpi antracite, sfuggenti, sepolti nella grisaglia dei nostri governanti d’una volta. Corpi insensibili, negati, funzionali (e le vignette li facevano tutti uguali: era la testa, dei burattini-burattinai, a fare la differenza, a renderli “rappresentabili”).
Mi viene in mente il corpo di mio padre, inimmaginabile, composto, segreto. Solo le cravatte, estrose, ne denunciavano - di sbieco - l’indole immaginativa, la terza e quarta vista, l’intelligenza aguzza ma cauta delle forme.
Fu sindaco, per qualche anno, della nostra città democristiana di fuori e fascista di dentro: lo vedevo passare lontanissimo, alla processione della patrona, con la fascia tricolore in vita (era magro, e gli cadeva alla perfezione sui fianchi stretti fasciati dal frescodilana scuro). La sua adesione ai simboli era rispetto istituzionale, era, in qualche modo, passione civile. Non era un abito, era un’investitura, e così lui la portava.
In quest’omino, il Papi, che si fa beffe delle uniformi e dei simboli, vedo un’altra, imperdonabile mancanza di rispetto.
Nei suoi golfini, nelle sue camicie rimboccate non vedo la scanzonata immagine d’un uomo che vive appieno, vedo l’insofferenza verso simboli che non sono i suoi. Vedo i costumi da sit-com, vedo l’universo patinato e griffato che in taluni pezzi del Paese ha sostituito la realtà.
No, non m’importa affatto l’andirivieni di ragazzine patetiche (fossero mie figlie mi vergognerei moltissimo per la loro mancanza d’immaginazione) a bordo piscina: il vecchio gallismo del potere s’è sempre espresso così.
M’importa che il Papi sia un uomo talmente lontano da qualsiasi possibilità di buongusto e buonsenso. M’importa che mio padre si volgerebbe da me e mi direbbe pianissimo: “Ti aspetto fuori, qui non c’è spazio per me”.
sabato, 20 giugno 2009