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di Lino Di Gianni


                                      La partita è persa,
                                      uccisi i cavalli
                                      le orme cancellate
                                      - Avvisate i bambini -
                                      inutili le nascite.

                                      I resistenti si sono dati alla macchia
                                       - sparsi in montagna.
                                      Si occupano di cibo - pittura, poesia? -
                                      Scattano fotografie in cui sia scomparso
                                      il ritratto di qualunque umano.

                                      Le speranze che avevamo ora
                                      sono fogliettini della fortuna
                                      - che distribuiscono vecchi col sorriso
                                      a stento - Sperano di non morire
                                      troppo presto. Perché devono finire l’orto.
                                      Perché devono viaggiare ancora.

                                      La partita è persa.
                                      Il generale Kutuzov respingerà ancora
                                      Napoleone - Ma prima,
                                      Levi eviterà il suicidio.

                                      Si metterà a scrivere per evocare
                                      i poeti ingenui - osservano le grotte d’aria.
                                      E si chiedono perché - osservano i massacri
                                      - ne aspettano altri.

                                      La partita è persa, le tracce disperse.
                                      I segni incomprensibili.
                                      Avvisate le staffette:
                                      portino nuove mappe.

                                      Dei non luoghi? Delle non immagini?
                                      Della Terra vista dalla Luna.
mercoledì, 14 gennaio 2009
Lino Di Gianni, in un post sulla guerra in Bosnia, cita Erri De Luca:
 
«Quello che maggiormente mi ha colpito nella guerra in Bosnia – dove, come camionista, ho condotto decine di convogli – è stata la sistematica distruzione dei luoghi di culto. Una spropositata quantità di artiglieria è stata sprecata dal punto di vista militare per distruggere chiese ortodosse, chiese cristiane, moschee e minareti. Ho visto cimiteri sventrati vi è stata una volontà precisa di cancellare un popolo dalla storia, dalla memoria, dal passato. Gli spari sulle biblioteche, sulle tombe, sui santi, sulle feste, sui matrimoni, sul vostro passato è l’assoluta novità di quest’assurda strana guerra.»

Foto: T.M. 1997 
Nel ‘97 per andare a Sarajevo abbiamo fatto la strada che, da Mostar, segue per un lungo tratto la valle della Neretva.
Certo era agghiacciante la distruzione vista ai lati delle strade, nei centri abitati. Ma in qualche (triste) modo “rientrava” nell’immaginario che fino allora abbiamo potuto costruirci su una guerra.
Lungo la valle della Neretva, su costoni ripidi, c’erano delle case che parevano irraggiungibili. Bruciate. Alle quali non poteva “capitare” di bruciare. Non potevano essere distrutte nella foga di un combattimento che non distingue se non a spanne.
Una guerra meticolosa, ecco.
Una guerra dopo la quale da curare non ci sono solo le ferite delle vittime (che poi è una parte di tutte le parti) ma anche da sanare quel sentimento/pensiero che ti faceva fare chilometri di rocce per appiccare il “fuoco sacro” della “pulizia”. (T.M.)

Foto T.M. 1997

                         due poesie di Lino Di Gianni

                         Sarajevo

                         Forse che, qualcuno pensasse
                         è già iniziata, la caccia quest’anno?

                         Solo che a volare, come starne nel bosco,
                         era un corpo aperto, nell’attimo esatto
                         in cui l’anima fluì.

                         Forse che i Campanili, le Moschee, le Chiese Ortodosse
                         sapevano? Pregavano? 

                         Qualcuno attizzava la fiamma, sosteneva l’onda,
                         sempre “Il Dio è con noi” degli omicidi in guerra.

                         Qualcuno, come il sarto del paese, ricordava il suo
                         preciso nemico da cercare, il vicino di casa, liquori
                         bevuti insieme, ora gole aperte che esce, il veleno.

                         Dalle fontane acqua che gorgoglia,
                         le ultime paure e la sete 
                         nelle gole di vetro.
                         L’ombra del ponte
                         solo è rimasta.

                         Io penso al suonatore di Violoncello
                         disperato, senza musica, senza pace
                         che offrì il fianco 
                         che cercò memoria

                         Suonò solo il legno
                         mettendosi in croce.
 
 
                         Non è, Mostar
 
                         Non è, camminare , e guardarsi indietro.
                         Non rimpianto, nostalgia, affanno.

                         Questo scoprirsi di gole seccate
                         di polvere di vetro, di guerre di lontananze.

                         Come se mi avessero messo a guardia
                         di una vecchia sedia impagliata
                         ne attendo il restauro, per testimoniare
                         un tempo di diversa consistenza

                         dove mani legno passione
                         facevano sostare 
                         un peso
                         nella bellezza.

                         Non è, denunciare, o battersi per
                         Non scelta, decisione, appartenenza

                         Questo corpo con ossa dolenti
                         stretto dal corpetto di cuoio, dalle guerre per l’acqua

                         Come se mi avessero detto rimani
                         e io fossi andato a vedere oltre tutti
                         i deserti e le colonne d’Ercole
                         attendo la resa di voi guerrafondai, rimango in vita
                         verso che scava, fossa non riempita

                         Avevamo le mani strette
                         quando il sole ci ha riportato l’ombra
                         del Ponte, a Mostar.
domenica, 23 novembre 2008
«Era notte, la piazza vuota, luci stentate e ombre dove passava qualche coppietta abbracciata stretta, a lei ballava il tacco, a lui si stancava il braccio.
Era per questa notte.
Già l’immaginava, la sorpresa, di tutte le donnette del paese, davanti al muro della chiesa, l’indomani mattina.
Controllò nella scatola gli attrezzi del mestiere, ben legati e messi in basso nel portapacchi della vecchia bicicletta.
Le tre. L’ora stabilita. Carlìn parcheggiò lontano dal muro, poi come se dovesse temperare i baffi alle mosche, uscì dalla luce sgasata dei lampioni, appoggiò la scala nella facciata della chiesa e iniziò, preciso e bene, senza fretta, come per arrampicare un terzo grado. Primo venne il profilo dell’aereo americano che bombarda, poi la scritta insanguinata Vietnam Libero, e poi il profilo di Ho-Chi-Min e per ultimo l’inferno in terra, col prete del paese che bruciava tra le fiamme. “Le donne, che ridere, lo scandalo, domani.”
“Vai Carlìn, dai il segnale, quest’anno qui, il 1969 lo dobbiamo fare col passo dell’orso” si diceva in testa. E via con la bici, come neanche il partigiano Dante Di Nanni inseguito dai fascisti.»


Mi piace considerarlo nato sotto una fragola rossa, il racconto di Carlìn sulle Lotte operaie in bicicletta che ora approda sul sito OraSesta.
«Il racconto è liberamente ispirato alla vita di Pietro Perotti / Carlìn, amico fraterno di Lino Di Gianni, il quale teme che, se Carlìn lo leggerà, manderà a quel paese il suo autore.»
 
Non è dunque una biografia di Pietro Perotti che ci interessava, tuttavia è utile e interessante riportare qui alcune note.
“Pietro Perotti è nato a Ghemme in provincia di Novara nel 1939. È stato operaio delegato Flm alla Fiat dal 1969 al 1985 e si è sempre occupato della comunicazione riguardante le tematiche del mondo del lavoro utilizzando i mezzi più svariati (adesivi, giornali murali, serigrafia, pupazzi di cartapesta e di gommapiuma). Nel 1976 ha iniziato a documentare in Super8 le principali lotte operaie del tempo. Nel 1981 ha collaborato con Stefano Benni alla realizzazione dello spettacolo Circo Italia a sostegno del coordinamento cassaintegrati e nel 1986 è stato coautore con Marco Revelli del libro e della cassetta audio Fiat autunno ’80, per non dimenticare. Nel 1999 ha contribuito con idee e materiali alla realizzazione del film Non mi basta mai di Guido Chiesa e Daniele Vicari. È del 2006 il libro Mondo Babonzo (Gallucci editore) delle “creature immaginare” disegnate da Altan, realizzate e fotografate da Perotti e descritte da Stefano Benni.

p.s.
Carlìn si può trovare al primo maggio a Torino, verso le nove, lato sinistro della piazza - guardando il Po – insieme ai suoi pupazzi-sculture di gommapiuma.
domenica, 14 settembre 2008

                                                  di Lino Di Gianni



                                Il primo giorno, la finestra rimase chiusa.
                                I cani abbaiarono, confondendo le attese,
                                nell'aria l'odore di pioggia, che non venne.

                                Nel posto delle fragole, vicino al muro,
                                un secchio capovolto, 
                                la gomma dell' acqua tra la polvere.

                                Qualcuno disse di aver visto una bicicletta,
                                ma il giorno dopo non c'era più.
                                Alcuni trovarono vecchi volantini,
                                uno sciopero di otto ore, compagni delle
                                fabbriche, aderite, 1973.

                                Ma fu solo con la Luna piena,
                                arrivata d'anticipo,
                                che le strade del paese si riempirono di gente.
                                Silenziosi, degli uomini
                                arrotolarono prati e trascinarono alberi
                                spianarono colline e deviarono torrenti.

                                La mattina, accanto alla bicicletta
                                una scia di formiche e la punta dei cani
                                fecero trovare l'uomo 
                                e la valigia.

                                Dentro, nuove sementi, 
                                il sogno di Liberi tutti.

                                Nelle lenzuola stese, il risveglio
                                dei figli della mezzanotte.
domenica, 31 agosto 2008
(sottotitolo: la rete)

All’inizio era soltanto una fotografia, frutto di occhi un po’ malinconici, da “signora di una certa età”, sul blog che raramente attraversa la soglia di casamia.

 

irazoqui quella fragola parlava in un’altra lingua.
 
«Lo zio drè aveva le fragole nell'orto su di sopra. me le indicava con quell'impaccio che è tipico di un certo ramo della nostra famiglia, impaccio e orgoglio e rassegnazione insieme. erano così rosse e lui così sconfitto, senza moglie né figli, senza la terza media né patente. teneva il suo orto certosino, preciso preciso in ogni parte. fitto e geometrico.
le fragole erano vicino al muro dove io, poi, ho piantato la mimosa.»
 
«Anche queste fragole crescono vicino a un muro, nel cortile del mio posto-di-lavoro. Ad occuparsene - e delle rose e della magnolia, del melograno e di altro che ogni tanto fotografavo e "postavo" qui [cioè lì, per esempio] - è un ex-operaio ex-cassintegrato ex... "Erano così rosse e lui così sconfitto" - Una lunga storia in una manciata di parole.»
 
Così ho risposto a irazoqui. Poi è arrivato Lino Di Gianni e la “storia” della fragola è diventata una "storia che siamo noi".
 
                                            vicino al muro, nel cortile 
                                            della rosa e della magnolia 
                                            crescevano fragole 
                                            rossi i sogni 
                                            i cortei interni, le lotte per le case 
                                            Alle finestre socchiuse 
                                            son rimaste le cicale 
                                            ma lui coltiva ancora 
                                            il seme che resta 
                                            dei sogni avanzati

sabato, 30 agosto 2008