Tratto da Fabbrica. Racconto teatrale in forma di lettera di Ascanio Celestini
«Chi racconta il lavoro racconta qualcosa del proprio corpo. Anche quando parla del cottimo collettivo, delle vertenze sindacali e dell’articolo 18 usa un immaginario che fa riferimento al corpo. Come se per parlare di ciò che è accaduto si dovesse tradurre in un linguaggio i cui riferimenti sono la malattia e la salute, la bellezza e la deformità, la forza e la debolezza. Imparare il mestiere in fabbrica significava guardare gli altri che lavoravano e poi ripetere i gesti che avevano visto fare. Per la maggior parte degli operai non c’è mai stato un momento nel quale il proprio lavoro veniva descritto a parole. A Terni si dice imparare a rubeccio, scrive Sandro Portelli in un suo libro, cioè «rubando con gli occhi». E poi il resto del lavoro era il corpo stesso a memorizzarlo. Per questo, nel momento in cui si chiede a un operaio di raccontare del proprio lavoro, lui si sente spiazzato, perché il lavoro l’ha sempre fatto senza parlarne tanto. Allora, più che raccontarti il suo lavoro, quell’operaio comincia a compiere i movimenti che la memoria del suo corpo conosce e riconosce.
Barabotti di Pontedera parla di quando l'hanno trasferito al montaggio. Dice che «gli attori devono mette' anche in rilievo questo discorso... che io per sett'anni ho montato sempre i soliti tre bulloni, cioè... quando Charlie Chaplin faceva così... nel 1939 aveva ragione perché vent’anni dopo, anzi trent’ani dopo s’era sempre a quel livello lì». Ricorda il film Tempi moderni e il movimento su una linea dove si montava qualcosa di incomprensibile, dove l’attore ripete all’infinito lo stesso movimento fino a impazzire. Ma insieme alla descrizione verbale - e meglio delle parole - Barabotti ricorda con il corpo e incomincia a muoversi. Le parole gli servono quasi soltanto come punteggiatura di una scrittura tutta gestuale. «Io dovevo fa’ certe operazioni... io... s’aveva una centralina, si montava il motore, tre bulloni tre... c’era le cosiddette grembialine... c’è forato... ci passava un bullone. Ce lo mettevo come le scimmie, così... senza guardare... da quanto... C’infilavo un bullone, ci mettevo la rondella e il dado. Tre bulloni co’ l’avvitatore automatico li stringevo e s’ancorava al... poi dovevo agganciare il filo del freno a mano... insomma, tutta una serie di operazioni...». Inizia pensando al proprio lavoro come alla ripetizione di un unico gesto e nel corso del discorso la memoria del corpo gli ricorda che i gesti erano molti di più. Termina la frase dicendo il contrario di quello che aveva detto all'inizio.
Non si tratta di un gesto come quello di Tempi moderni, ma di «tutta una serie di operazioni». È come se il racconto rimettesse insieme due memorie divise: quella del corpo e quella della mente. Quella della parola e quella del gesto. Due memorie che riportano nel presente un’immagine del passato solo quando vengono mescolate insieme nella stessa persona, attraverso la stessa identità.
Una lingua spaziale
[…] Non è un caso se ci troviamo davanti a pochissime pubblicazioni relative alle memorie degli operai, pochi studi antropologici che parlano della memoria della fabbrica e pochissimi operai che raccontano all’esterno il loro vissuto.
La fabbrica è un mondo a parte e ci vuole una lingua diversa per poterlo raccontare. Marco, lo sloveno che fa il capoturno alla ferriera di Servola, ogni volta che si trova a dover raccontare qualcosa che supera i canoni della normalità dice «spaziale». Sia quando si tratta di una cosa molto bella, sia quando si tratta di una situazione drammatica. «Spaziale» è ciò che non si può raccontare. Qualcosa che è scritto in una memoria che deve essere ancora elaborata, ma che rischia di perdersi prima di arrivare a un’elaborazione completa. Ho cercato di riportarla verso un racconto epico come nei racconti della lotta partigiana. Ho cercato nel patrimonio della letteratura orale, nelle fiabe e nelle leggende. Ma una parola che non esiste ancora in forma di parola, forse, non deve essere detta. Deve restare ai margini del dicibile. […]. È «spaziale».
(Donzelli, 2005, pag. IX-XII)
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