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dedicato a lei, che ha saputo reinventarsi..


“...la frontiera ...separa ...le genti che si mescolano e si scontrano sulla sua linea invisibile, ma anche unisce quelle stesse genti, che si riconoscono talora affini e vicine proprio in quel loro comune destino che le grandi madrepatrie non riescono a capire ...” (Claudio Magris)
 
La frontiera è ormai come linea d'orizzonte che si ripropone, perpetuamente, al viaggiatore che deve lasciare la sua patria e avventurarsi nel nuovo globomondo; a Nord, a Ovest , a Sud, è un continuo crearsi e scomparire di linee invisibili che annullano e spostano i confini segnati dalle carte geografiche. Oggi, essere sulla linea di confine significa raccogliere la preziosa osmosi di due civiltà contigue ma a volte anche lontane, un patrimonio che annulla il confine fisico perché in ogni caso la frontiera culturale finisce per essere lo spazio di tutti, attraversata com'è, ogni giorno, da migliaia di parole di lingue ed etnie diverse; l'Italia, anzi l'Europa, appare come un grande cantiere in cui milioni di anime progettano e ridisegnano senza sosta la parlata, la semantica, la sintassi e la grammatica, nonché l'idea di letteratura:
 
“ogni espressione letteraria, ogni forma è una soglia, una zona sul limitare di innumerevoli elementi, tensioni e movimenti diversi, uno spostamento dei confini semantici e delle strutture sintattiche, un continuo smontaggio e rimontaggio del mondo, delle sue cornici e delle sue immagini, come in un teatro di posa in cui incessantemente si riassestino le scene e le prospettive della realtà.”
 
La frontiera, quindi, torna ad essere “l'altro più prossimo”, come fu nel circuito di diffusione del fenomeno culturale dei cantori medioevali.
 
Joseph Zoderer, nato a sud delle Alpi, nella regione del Südtirolo che per settecento anni fu terra asburgica e che dopo la prima guerra mondiale ci fu ceduta, dice di se stesso
 
“Quando avevo quattro anni i miei genitori mi portarono via da casa mia, assieme ai miei fratelli, per trasferirsi a Graz. Da quel momento vissi in un paese straniero come se fosse la mia patria, e non vedevo alcuna differenza, neppure il fatto che per strada, in cortile e a scuola parlavo il dialetto di Graz come tutti quelli della mia età –la loro lingua era la mia– ma, chiusa la porta di casa mia, le parole improvvisamente mi si cambiavano in bocca, in un baleno mi si trasformavano nella testa in altre parole, o comunque era la mia bocca a pronunciarle in modo del tutto diverso, in sudtirolese. Tra le pareti di casa mia, parlavo senza accorgermene con un’altra lingua, parlavo come un bambino di Merano, non come uno di Graz. Quando poi mi stabilii definitivamente nella mia terra natale, ero un uomo sulla trentina...”
venerdì, 26 dicembre 2008


"L'anima, prima di concedersi al corpo, ha udito le armonie divine, e, calata ormai nel corpo, quando ascolta i canti che meglio osservino la divina traccia di armonia , si compiace e rammenta, attraverso essi, l'armonia verso la quale si sente portata e con la quale si identifica partecipandone nella misura che può"
(Giamblico)

San Tommaso definì l'anima "Principio immediato della vita", ma nello steso tempo Sant'Agostino pensava che corpo e anima fossero nemici tra loro fin dalla creazione del mondo.
Michel de Montaigne, ammettendo l’esistenza dell’anima, ne riconosceva la grandezza nella mediocrità piuttosto che nella eccezione. Rimbaud considerava anima e corpo una falsa dualità dell’uomo e Marguerite Yourcenar dettava il suo credo "...ogni anima si ammaestra attraverso la carne..."
Oggi quasi nessuno si cura più dell'anima, tranne i ritornelli delle canzonette e i versi di alcuni poeti, o i rigurgiti di qualche nostalgico sentimentale... E come dare torto a questo nichilismo imperante? Incorporea, l'anima ricorda il vuoto profondo (Epicuro), incolmabile eppure ricco se essa vi s'addentra.
Ma quando Goethe scrive:
"All'acqua assomiglia l'anima dell'uomo
all'acqua che dal cielo viene e al cielo risale
all'acqua, che eternamente mutando,
alla terra deve restituirsi.
E tu, sorte dell'uomo assomigli al vento"

afferma inconsapevolmente il principio della materia: nell'accezione moderna, l'anima altro non è che l'insieme delle nostre funzioni vitali, regolate da un complesso sistema di scambi chimici che ci permettono di emozionarci, di ridere, piangere, gioire, vegetare o vivere

PierGiorgio Odifreddi riservò al suo intervento per il ciclo di conferenze organizzato dall'editore Luca Sossella sul "logos", tenutosi nel mese di settembre 2006 all'auditorium di Roma, proprio all’anima. Per spiegare ad un pubblico non addetto ai lavori e in poco più di un'ora la funzione del logos, portò ad esempio due parole ormai inflazionate come "spirito" e "anima", alle quali i pensatori continuano ad attribuire l'aura del soprannaturale.
"lo spiritus latino, così come i suoi equivalenti greci psyche e pneuma, o quelli sanscriti brahman e atman, non significavano altro che la naturale respirazione, nelle due forme complementari dell'inspirazione dell'espirazione. O che anemos era semplicemente il vento e "animato" chi respirava: come gli animali, appunto, dei quali non si pensa certo che abbiano un'anima..." (P.Odifreddi)
Per secoli filosofi e pensatori, metafisica e religioni, hanno basato i loro studi e fondato il loro pensiero su spirito e anima contrapposti al corpo: quelle due voci del linguaggio corrente, risultano ormai delle metafore vuote di significato, lemmi nati da un processo di lenta acculturazione in cui necessitò dare un nome alle cose: "scambiare un concetto astratto per un oggetto concreto".

Ma noi vogliamo ancora credere, con Aristotele, che l’anima sia la vera e unica forma del corpo e che l’anima a seconda della sua capacità di vivere in armonia con il resto dell'universo, manifesti la sua esistenza nei diversi gradi che le armonie concedono di rivelare.
venerdì, 19 settembre 2008

di elisnelpaese

"Demorsi Appuli curantur sono, saltu, cantu, coloribus""
(
Gaudenzio Merula, "Memorabilia", cap. LXIX, Lione 1556)

Si svolge in questi giorni nel Salento, una manifestazione chiamata "La Notte della Taranta" che porta in quei luoghi molti visitatori da tutto il bacino mediterraneo e artisti da diverse parti del pianeta.
Qualcuno avrà sentito parlare  del "
tarantismo" ancora presente nel secolo scorso nel Salento, zona della Puglia che Ernesto De Martino - etnologo, creatore del metodo d'indagine definito "magismo etnologico" e  grande studioso del fenomeno - chiama "La terra del ri-morso".

Il tarantismo era un aspetto della religiosità locale risalente al Medioevo e protrattosi fino al tardo 1700, il quale  si manifestava attraverso un rituale legato al morso della taranta (ragno noto col nome di tarantola) e al relativo esorcismo-adorcismo di natura pagana entrambi collegati ai riti dionisiaci: una manifestazione di tipo corale, dove la danza, il ritmo e la musica assumevano il ruolo di risveglio dal morso, risveglio che produceva nel malcapitato (soprattutto donne) nuove ed insospettate energie che portavano alla guarigione.
 
La storia del Tarantismo vuole che le donne addette alla raccolta del grano, fossero morsicate dal pericoloso ragno che inoculava nel loro sangue una sostanza tossica simulante una crisi epilettica. Provocato l'offuscamento della coscienza, la taranta costringeva le donne ad un comportamento inusuale: con movimenti sussultori del corpo e spesso in atteggiamenti lascivi, sdraiate per terra e attratte dai colori forti o dalle note di musica suonata nelle vicinanze, esse si trascinavano, accompagnate da suonatori di  vari strumenti musicali,  dalle loro abitazioni al centro della piazza del paese o sul sagrato di una chiesa, sempre nel loro dimenarsi che simulava il movimento del ragno.
La musica aveva un effetto terapeutico e il contatto con il luogo consacrato - non a caso il  santuario dedicato a San Paolo sopravissuto al morso di un serpente -  concludeva il ciclo della terapia necessaria a guarire dal morso.

"Così attraverso il simbolismo della musica e della danza, il passato di dolore, le sconfitte dell'anima della tarantate, sono stati evocati, fatti traboccare e risolti in un nuovo equilibrio che durerà fino al nuovo tempo del ri-morso, sino alla stagione del nuovo raccolto...Per una volta all'anno esse scrollano il peso dei tormenti del loro numero anonimo nella società e della privazione di diritti e possono recitare la loro disperazione davanti a una folla di spettatori.." (Ernesto De Martino) 

De Martino parla di "ri-morso", cioè del riproporsi ogni estate nelle donne [effettivamente morse o solo sotto effetto di suggestione] dell'ancestrale ricordo del morso della taranta, divenuto simbolo, di generazione in generazione, del femminile disagio del vivere in zone spesso arretrate rispetto al resto del terrritorio.
Ritenuta agli inizi degli anni cinquanta una malattia dell'ambito psichiatrico a causa delle poche certezze che le persone colpite ogni anno dal tarantismo fossero  state veramente morse dal ragno, si deve proprio ad Ernesto De Martino il recupero a rango di rito magico-religioso della civiltà contadina, che divenne poi circoscritto [nell'ultimo periodo della sua sopravvivenza] alla  sola zona della
Grecìa Salentina.
Oggi si presenta  come evento di aggregazione favorito dalla danza  e dalla musica, ma è stato contaminato recentemente da riti e strumenti appartenenti ad altre storie per la forte attrazione esercitata nell'immaginario primitivo, comune in diverse culture e a diverse latitudini.

La riproposizione del tarantismo nella Notte della Taranta, è ormai  uno spettacolo coreo-musicale anche se di suggestione estrema,  che cattura e trasferisce al pubblico presente il desiderio irrefrenabile di danzare -la pizzica, appunto - con effetto liberatorio e rigenerante attraverso un movimento ritmato e ripetitivo. Come  mostrano i ballerini e i cantori del video qui sotto, in una versione moderna della pizzica tarantata.

 

 

 

martedì, 12 agosto 2008

elisnelpaese

"L'impero delle luci - Magritte

 

Il portone d'ingresso è spalancato, salgo con un battito d'emozione le strette scale. Il palazzetto è stato messo in vendita, m'informa mio zio che abita nei pressi. Non sono interessata all'acquisto ma sono tornata per sentire ancora parlare.
L'ombra di Lucia si aggira all'interno delle stanze che sanno di muffa. Qui era la padrona, anche se è sempre stata una schiava.
Lui era il vero padrone, quel distinto uomo con gli occhi corvini come solo i siciliani sanno avere, bello, ma soprattutto con baffetti che tanto attirano Lucia, le mani curatissime con un particolare: l'unghia del mignolo lunga e ben sagomata da sapienti cure di un' esperta.
Lucia, manicure per autoelezione nel piccolo paese sperduto ai bordi dell'Alcantara, bellezza mediterranea, lontana ascendenza spagnola con la passione nel cuore e il fuoco nel corpo, perfetto: ha solo diciotto anni quando entra per la prima volta nel palazzetto di Don Franco, vedovo da qualche mese e alla soglia della maturità.
Lucia sente il fascino dell'uomo superiore, ma ne ha anche paura. Don Franco invece è gentile. E premuroso: le sue premure si trasformano mano a mano in una vera idolatria per la giovane manicure che vorrebbe sempre con sé.
Lucia prima si sottrae, timorosa di Dio come le hanno insegnato i suoi genitori, poi poco a poco cede al fascino dell'uomo elegante ed esperto di cose d'amore.
Gli anni passano, Lucia continua ad entrare nel palazzo come manicure e ad uscirne come concubina, senza mai ascoltare le maldicenze della gente, senza mai emettere un solo suono alle domande pressanti dei suoi famigliari.
Continua ad entrare nel cuore dell'uomo, senza mai chiedere, e l'uomo apprezza silenzio e devozione.
Fino al giorno in cui  il Don all'improvviso le dice:
"Ti sposo, prepara le tue carte e vai dal parroco. Gli ho già parlato, non voglio dote, tu sarai la tua dote".
Lucia fugge, si chiude nella sua misera casa e non vuole più parlare.
La madre cerca di convincere la figlia che non si può chiudere la porta alla fortuna. Lucia è muta, insegue un pensiero fisso che solo lei può leggere. Per distogliere il suo cuore da questo pensiero, continua a curare le mani delle comari e delle ricche signore che vanno a trovarla  per sapere della faccenda. Ma lei lavora in silenzio, muta, come sempre è stata la sua vita.
Il Don arriva un giorno sul suo calesse davanti alla porta dell'ostinata Lucia. Lei scosta le tendine della finestra e guarda fuori.
L'uomo compie un gesto che nessuno del suo livello avrebbe mai accettato di fare: si inginocchia e supplica.
Poi solleva in alto le mani e mostra i mignoli con le unghie incredibilmente lunghe e incolte.
Lucia torna al suo lavoro. Entra ed esce per circa vent'anni da quel palazzo, fino al giorno in cui il Don muore.

Il palazzetto ancora non si vende, pur con la sua luminosa bellezza.
Tutti dicono, ma più di tutti il fiume racconta, che lo spirito di Lucia ogni sera torna a curare quel gentiluomo che, da schiava, voleva renderla padrona.

lunedì, 04 agosto 2008

 

Testa di Afrodite, museo archeologico di Taranto

Qui,da noi, la memoria è culto, è prospettiva di interiorità (letteralmente quel complesso di pensieri, sentimenti e interessi che costituiscono la vita spirituale di un individuo) nelle nuove generazioni. La memoria come apripista al meraviglioso-fantastico che si alimenta dall' appartenenza alla grande storia quella della Magna Grecia in primis, da tradizioni locali, dal vissuto quotidiano, dalle giurisdizioni ed etnie diverse, di fatalità e predestinazione, di immaginazione spinta e sagge verità, in un contesto dove il sostrato cultural-linguisto è assai conservativo.

Le storie spesso sono rielaborazioni [per successivi punti di vista] di spezzoni di vita vissuta e confermano la prodigiosa intuizione di un famoso antropologo, Ernesto De Martino, che per primo le studiò e le restituì alla dignità del vero o, perlomeno, del verosimile, come nel caso delle Tarantolate.

De Martino con i suoi studi e  le sue indagini, restuì infatti alla gente gli avvenimenti, i sussurri, i rimescolamenti, il crogiolo incadescente delle parole che si riversavano di notte sotto le stelle nei "cunti" delle vecchie donne, a volte fate a volte streghe, e che ancora oggi continuano a snodarsi lungo un filo sottile e misterioso sullo sfondo di un biancore abbacinante come solo la luce del Salento sa essere.



COLORI ARCHETIPICI TARANTINI

(affabulazione di Elisabetta Mori R.)


 


Nella bottega di Cataldo il sole entrava per scaldare le poche suppellettili, le statue, i corredi funebri con una tenacia insistente, tale che ogni suo raggio sembrava volesse donare l’alito della vita alle inerti creature: dalla finestra ad oriente, fino al desinare; dalla finestra ad occidente, fino al tramonto.
Quando le campane della chiesa vicina suonavano il Vespro, Cataldo lasciava gli inanimati compagni delle sue giornate e ritornava alla piccola casa nella città vecchia; qui si ristorava con un bicchiere di tamarindo e si sedeva a guardare il mare, nel balconcino dalla ringhiera di ferro una volta adorno di gerani. Rimaneva per ore; solo quando l’ultima barca si era allontanata sul sentiero tracciato dalla luce delle lampare, Cataldo rientrava per consumare la parca cena. L’ultimo rito della giornata era la sosta di qualche minuto – il tempo di una fugace ma intensa preghiera - sull’inginocchiatoio che il figlio del Vecchio Signore gli aveva regalato a ricordo della devozione e dell’affetto portato a suo padre.
Il primo gesto della giornata, invece, era l’osservazione attenta di un punto preciso sulla linea dell'orizzonte da dove vedeva rientrare, finalmente, le paranze dalla pesca. Allora raccoglieva il suo fagotto con la colazione, dava le lische avanzate dalla cena al sonnacchioso gatto nero, poneva la caffetteria, già caricata per l'atteso, sul fornello più piccolo della cucina economica e se ne andava alla sua bottega.
Le creature lo aspettavano impazienti di essere inondate dai raggi e dalla conversazione dei passerotti che non si preoccupavano di posarsi sui loro nasi o sulle loro teste, dopo aver gradito le briciole che Cataldo lasciava cadere sul pavimento. Ma quel giorno il sole era stato trattenuto da un comizio di nuvole grigie che avevano intasato le vie del cielo e un’atmosfera pesante gravava sui volti di tutti i presenti; i busti di gesso di Pitagora e Falanto restavano imbronciati di fronte al cicaleccio eccitato delle Tanagrine, le quali, raccolte in circolo, si contendevano l’attenzione del Giovane Signore dal profilo greco, appena entrato nella bottega.
"Buongiorno Cataldo"
"Buongiorno a Voi Signoria. I fregi per la porta della cappella sono pronti; certo ci vorrà un buon muratore, esperto e delicato perché il risultato finale sia soddisfacente."
"Non temere Cataldo, ho scelto il migliore e comunque tu sorveglierai i lavori."
"Io Signoria? E la mia bottega, chi la guarda?"
"Starò io con le tue creature, nessuno le importunerà. E poi devo scegliere qualche statua per il giardino interno della mia casa di campagna"
Il tono di voce della Signoria dal profilo greco era piuttosto ironico, ma Cataldo non se ne diede cura. Le Tanagrine intanto si apprestavano a sfilare ed ognuna di esse sperava di essere scelta, pur sapendo che sarebbero state oggetto di scherno da parte di qualche villano. Il bruno Signore dal profilo greco si aggirava tra i busti di gesso, accarezzava, sfiorava guardava e intanto pensava alla leggenda sorta intorno al Tesoro delle Tanagrine.
La voce popolare sussurrava che agli inizi del secolo (ventesimo, n.d.a) durante lo scavo per una tomba destinata ad un notabile del luogo, fosse stata trovata, insieme a molte Tanagrine, una statua di Vittoria Alata, una Nike che si distingueva per bellezza ed armonia, al cui interno erano conservati monili di oro e pietre preziose.
Durante la notte la Nike fu rubata insieme al favoloso tesoro.
Leggende, voci, sussurri, rimestii di parole trasmesse di padre in figlio, ma che in tanti anni non avevano trovato riscontro. Il Signore dal profilo greco sorrise e si fece beffa, in cuor suo, della credulità popolare.
Il lavoro di Cataldo terminò prima del previsto, il muratore era stato abile e veloce.
Tornato alla bottega, invitò il suo ospite ad accettare in dono due statue femminili molto ben rifinite dalla sue stesse mani, ma quando il figlio del Vecchio Signore indicò quella in fondo, nascosta nell’angolo più buio della bottega, Cataldo gridò:
"No, quella no, per quella mio padre è morto e al suo interno era nascosto solo questo…"
E tirò fuori uno specchio ornato di fregi di vile metallo nel quale forse la Nike era solita mirarsi quando i raggi del sole picchiavano dritti su di lei.
Il Giovane Signore si ricordò di Pietro, pescatore del luogo morto in circostanze misteriose la stessa notte in cui la Vittoria Alata sparì.

domenica, 13 luglio 2008