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ma se dio è in ogni luogo,
sarà anche su quel chiodo vuoto
 

«48. Per la Corte, queste considerazioni comportano l’obbligo dello Stato di astenersi da imporre anche indirettamente, credenze, nei luoghi in cui le persone sono a suo carico o nei luoghi in cui queste persone sono particolarmente vulnerabili. La scolarizzazione dei bambini è particolarmente delicata perché in questo caso, il potere vincolante dello Stato è imposto a sensibilità che sono ancora mancanti (a seconda del livello di maturità del bambino), della capacità di assumere una distanza critica in relazione al messaggio di una scelta preferenziale espressa da parte dello Stato in materia religiosa. [...]
56. L’esposizione di uno o più simboli religiosi non può essere giustificata né con la richiesta di altri genitori che vogliono l’educazione religiosa coerente con le proprie convinzioni, né, come sostiene il governo, con la necessità di un compromesso necessario con i partiti politici di ispirazione cristiana. Rispetto le convinzioni dei genitori in materia di istruzione deve tener conto del rispetto delle credenze di altri genitori. Lo stato ha l’obbligo di neutralità religiosa nel contesto del l’istruzione pubblica obbligatoria in cui la partecipazione è richiesta a prescindere dalla religione e deve cercare di instillare negli studenti il pensiero critico.
La Corte non vede come l’esposizione nelle aule delle scuole pubbliche, un simbolo che è ragionevole associare con il cattolicesimo (la religione di maggioranza in Italia) potrebbe servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una "società democratica", come concepito dalla Convenzione, pluralismo è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale (cfr. paragrafo 24) nel diritto interno.
57. La Corte ritiene che l’esposizione obbligatoria di un simbolo di una confessione nell’esercizio della funzione pubblica per quanto riguarda situazioni specifiche, sotto il controllo del governo, in particolare nelle aule, limita il diritto dei genitori educare i loro figli secondo le loro convinzioni e il diritto di scolari di credere o di non credere. La Corte ritiene che ciò costituisca una violazione di questi diritti, perché le restrizioni sono incompatibili con il dovere dello Stato di rispettare la neutralità nell’esercizio del servizio pubblico, in particolare nel campo dell’istruzione.»
 
COUR EUROPÉENNE DES DROITS DE L’HOMME DEUXIÈME SECTION - AFFAIRE LAUTSI c. ITALIE (Requête no 30814/06) ARRÊT STRASBOURG 3 novembre 2009
giovedì, 05 novembre 2009

Don Alessandro Santoro, nell'ultima omelia alle Piagge di Firenze da dove è stato allontanato perché “reo” di aver sposato una donna nata uomo, “ha raccontato una parte del dialogo fra lui e il vescovo monsignor Betori quando gli ha comunicato di averlo sollevato dall’incarico: «A lui chiesi: sono in un limbo? E il vescovo mi ha risposto: “Bravo, è la risposta, hai detto bene, te sei e rimani in un limbo fin quando non imparerai a non dare scandalo della Chiesa all’opinione pubblica”».
«Il problema è - ha proseguito il sacerdote con tono ironico - che non imparerò mai, sicché non so quanto durerà questo limbo».”
lunedì, 02 novembre 2009
dalla sentenza n. 7076/2009 del TAR del Lazio sulla illegittimità della presenza dei docenti che insegnano religione cattolica di partecipare alle deliberazioni del consiglio di classe concernente l'attribuzione del credito scolastico
 

«In linea generale, il concetto di separazione tra la sfera religiosa e quella civile (cfr. Vangelo S. Matteo 22, 15-21) è stato uno dei preziosi contributi della Cristianità alla civiltà occidentale.

Oggi il principio della laicità dello Stato, se non è definito in alcuna norma, è stato chiaramente enunciato dalla Corte costituzionale nell'ampia accezione di “garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”, e rispetto al quale lo Stato si pone in condizione di "neutralità" (cfr. sent. 12 aprile 1989, n. 203). I principi della Carta costituzionale postulano dunque uno Stato che, rispetto alla religione, non si pone in termini di ostilità, “ma si pone al servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini” (così n. 203 cit.).

Nello specifico del problema proprio nella ricordata pronuncia, è stato poi affermato che l'insegnamento della religione cattolica concerne un diritto di libertà costituzionale “non degradabile, nella sua serietà e impegnatività di coscienza, ad opzione tra equivalenti discipline scolastiche”.

Sulla considerazione che la religione non è una “materia scolastica” come le altre deve essere ancorato il convincimento circa l’illegittimità della sua riconduzione all’ambito delle attività rilevanti ai fini dei crediti formativi. E ciò, non perché la religione cattolica non debba essere considerata un’attività priva di valori storici e culturali ma anzi, al contrario, non può essere considerata una normale disciplina scolastica proprio perché è un insegnamento di pregnante rilievo morale ed etico che, come tale, abbraccia quindi l’intimo profondo della persona che vi aderisce.

Al riguardo è stato autorevolmente sottolineato che, nelle società contemporanee, senza i valori religiosi anche molti non credenti perdono punti di riferimento.

La sfera religiosa concerne aspetti che coinvolgono la dignità (riconosciuta e dichiarata inviolabile dall'art. 2 Cost.) dell’essere umano; e spetta indifferentemente tanto ai credenti quanto ai non credenti, siano essi atei o agnostici (cfr. Corte costituzionale, 08 ottobre 1996, n. 334).

Ma proprio per questa ragione, sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso strettamente attinente alla fede individuale non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico per il rischio di valutazioni di valore proporzionalmente ancorate alla misura della fede in essa.

Sotto tale profilo è dunque evidente l’irragionevolezza dell’Ordinanza che nel consentire l’attribuzione di vantaggi curriculari, inevitabilmente collega in concreto tale utilità alla misura della (magari solo ostentata, verbale e strumentale) adesione ai valori dell’insegnamento cattolico impartito.

Tal circostanza, del resto, concerne anche gli stessi alunni che hanno aderito all’insegnamento della religione con un consapevole convincimento, ma il cui profitto potrebbe essere condizionato da dubbi teologici sui misteri della propria Fede.

Infatti, lo Stato, dopo avere sancito il postulato costituzionale dell'assoluta, inviolabile libertà di coscienza nelle questioni religiose, di professione e di pratica di qualsiasi culto “noto”, non può conferire ad una determinata confessione una posizione “dominante” – e quindi un'indiscriminata tutela ed un'evidentissima netta poziorità – violando il pluralismo ideologico e religioso che caratterizza indefettibilmente ogni ordinamento democratico moderno (Corte europea dir. uomo , 25 maggio 1993, n. 260).

In una società democratica, al cui interno convivono differenti credenze religiose, certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un’implicita promessa di vantaggi didattici, professionali ed in definitiva materiali.»

 
vedi il testo completo
venerdì, 14 agosto 2009
«Nel continente africano ci sono, oggi, tra i 28 e i 30 milioni tra malati di AIDS e sieropositivi. La cifra fa ovviamente riferimento al numero di persone infette che si conosce, ma è perfettamente verosimile che ce ne sia qualche milione in più nascosto da qualche parte e che semplicemente ancora non sa di essere ammalato. Di questi 30 milioni, in ogni caso, meno del 10% riceve una qualche forma di cura e un'assistenza sanitaria. Mi dicono che una delle cause maggiori dell'incidenza dell'HIV sia legata a un atavico problema che gli africani hanno con il preservativo: semplicemente, per l'africano medio i preservativi costano troppo; esiste – è vero – un grosso problema culturale legato a una forma di rifiuto di questa guaina di lattice: ci sono molti luoghi, in Africa, dove indossare il preservativo è ritenuto sconveniente, offensivo. Sopravvivono poi alcune forme di religiosità superstiziosa e di ignoranza, secondo cui è sufficiente possedere un preservativo per tenere lontani gli spiriti dell'AIDS: in alcune tribù e villaggi dell'Africa nera, si mette un preservativo su un bastone che viene lasciato sulla soglia della casa; poi si entra nella casa, si scopa e si rischia convinti che il totem della protezione impedirà al virus di entrare e di fare del male.

Quindi quando Ratzinger dice che «Il problema dell'AIDS in Africa è un problema culturale» non ha per una volta del tutto torto: effettivamente spazzare via queste credenze e queste tradizioni idiote darebbe una mano piuttosto seria alla lotta alle malattie, di cui l'AIDS è la regina. Solo che il discorso del papa, in definitiva, mira alla restaurazione dell'astinenza sessuale – che è una pratica che non riesco nemmeno a definire anacronistica, perché considerarla un anacronismo sarebbe in qualche modo ammettere che c'è stato un tempo in cui alcuni popoli l'hanno praticata come regola. Predicare l'astinenza sessuale è un anatopismo: un neologismo orrendo che mi invento per spiegare che sì, da qualche parte, deve esistere qualcuno che pratica l'astinenza sessuale e l'ha praticata, ma che si tratta di una questione di spazio e non di tempo: io mi immagino che in alcuni conventi, in alcuni monasteri e in alcune case da qualche parte nel mondo ci sia qualcuno che pratichi l'astinenza sessuale. Questa però non è una regola: è o una pratica privata o un precetto di qualche ordine. Non è e non può essere un diktat antropologico. [...]
 
Nel corso dei millenni, la Chiesa è scesa a patti con tutto e ha mostrato la capacità di adeguarsi (benché con lentezza e con quel suo modo sempre arrogante e pachidermico) ai costumi dei tempi: tutte queste pratiche di adeguamento, però, a ben vedere hanno sempre escluso i corpi. I corpi umani e animali sono, nella considerazione della Chiesa, delle macchine riproduttive e di preghiera per cui ci sono soltanto regole e precetti e mai concessioni. La morale religiosa è conciliante con tutto fuorché con la sessualità e con i succhi corporei. Il fatto che siamo carne, sangue, nervi, cazzi, fiche, braccia e che tra le facoltà che ci governano ci sia anche quella cosa chiamata lussuria è qualcosa che la Chiesa non è mai riuscita ad accettare. Il corpo si reprime, si fustiga, si umilia in nome dell'anima e di un Dio che, però, come mi dicevo io da bambino uscendo da catechismo, se mi ha fatto anche il pisello e mi ha dato la lussuria vorrà pur bene anche a quelli, no? La Chiesa cattolica ha accettato e accolto, nei millenni, l'omicidio, il fuoco, le guerre e le invasioni, ma non accetta lo sperma e la sua dispersione. Ultimamente ha riaccettato di accogliere dei negazionisti nel suo seno, ma non accetta la sessualità: in pratica, per la Chiesa cattolica, è in questo momento meno grave negare l'Olocausto che scopare disperdendo il seme.

La vergogna della scomuniche piovute su medici che hanno salvato la bimba brasiliana, messa incinta a nove anni da un mostro che gli fa da patrigno, nasconde una forma d'odio per la vita e per i corpi che mi fa rabbrividire: tu non devi essere toccato quando sei embrione, dice la Chiesa, ma una volta che il tuo corpo vaga per il mondo non conta più niente, sei tutta anima, per cui il fatto che qualcuno ti spari del seme nel ventre a nove anni non conta, è un dono di Dio e lo devi accettare e amare e rispettare, e quello che hai nella pancia è comunque una forma di vita, un'altra possibilità di lode a Dio e di redenzione. La Chiesa ama i progetti di uomo, i feti e gli embrioni, e se ne fotte delle atrocità commesse contro chi ha nove anni. La scomunica contro i medici che hanno aiutato a vivere questa povera creatura violentata e umiliata non è stata revocata. Ma anche loro hanno difeso una vita: una vita di nove anni!»
 
 
vedi: Andrea Tarabbia, I contenitori di sperma e lo stragismo, in Il primo amore
lunedì, 23 marzo 2009
Rimugino un pensiero da parecchio tempo e dirlo qua, pubblicamente, forse è soltanto come cantare facendo una strada nel buio, per farsi coraggio.
Mi domando se non è da folli parlare a prescindere, facendo finta che non ci sia un mondo che misura i risultati in numeri, in quantità, in immediati effetti.
Mi domando se non è follia quella della formica che punta le spalle a una briciola che non potrà mai spostare, da sola.
Domande retoriche.
Leggo, piuttosto, e le risposte arriveranno; il coraggio, mi auguro, pure.
«D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce.» (Luisito Bianchi)
T.M.

Viboldone (Foto M.L.S.)

 
19 febbraio 1968
 
«Alla mensa, sabato, 17. Non mi ricordo che al sabato non si vende il pane alla mensa. Ho di fronte a me un giovane siciliano, assunto il giorno dopo di me, terremotato. Occhi azzurri, capelli biondi, carnagione rosea: un tipo somatico come se ne incontrano in Sicilia e che richiama la dominazione angioina. Nota che non ho pane. Me ne taglia un pezzo dal suo e me lo dà. Comprendo l’atto di grande generosità. Per lui il pane è la base di tutto, come la pasta. Nel piatto di minestra, infatti, ha messo le tre patate del contorno e una forma di pane. Un gesto che mi penetra dentro. Mi domando se è credente. Ma ha compiuto un gesto cristiano, ha spezzato il pane. Che vale spezzare il Pane nell’assemblea eucaristica se non lo si spezza nella vita? Abbiamo talmente staccato il rapporto con Dio da quello con gli uomini che la Messa è diventata solo un rito, tranquillizzatore di coscienza. Ho con me una mezza arancia. Gliene offro metà. “Parola d’onore, non mi piace”.»


8 febbraio 1969
 
«È passato ormai un anno di fabbrica. Esattamente il 5, giorno dedicato alla vergine siracusana, smammellata per amore di Cristo, e agli eunuchi della terza categoria, tali propter regnum cœlorum. Mi piace molto questa liturgia che deve essere stata composta da chi non aveva complessi, senza aiuto della psicanalisi, di fronte alla Parola di Dio. Non certo come il traduttore che, di fronte al se castaverunt, è assalito dagli scrupoli che i primi cristiani meditando sui detti e sulla figura di Cristo, non avevano e, piamente e ipocritamente (due avverbi che vanno spesso insieme nella mia razza clericale), parla eufemisticamente di rinunzia al matrimonio. Io non ho rinunciato un corno al matrimonio; eppure, fino ad ora, scelgo la castrazione propter regnum. Sarei un infelice se pensassi al matrimonio e lo vedessi come una rinunzia e non come una conquista quotidiana trasfigurata misteriosamente da chi non può essere ridotto in nessuno schema e in nessun articolo di codice. Mi piace questa liturgia tanto che la celebrai ieri non avendola potuta celebrare il 5. Ho iniziato, dunque, il mio secondo anno di fabbrica, e con uno sciopero per la faccenda delle pensioni. Buon auspicio. L’anno scorso iniziai con un paio di terremotati siciliani; ora con uno sciopero. Se fossi un cabalista o un augure ne trarrei dei pronostici. Mi è sufficiente un po’ di umorismo e pensare, con Paolo, che la notte è del Signore come il giorno è del Signore. Ma sarebbe di pragmatica fare un bilancio consuntivo dato che quello preventivo non mi interessa. Forse che il consuntivo ha più senso? Ho vissuto, ecco tutto. Non è poco vivere, quando non si vede nulla. Mi devo domandare, però, se quest’anno, appartenendo al Signore, non appartenga anche alla Chiesa e se io non abbia un dovere di coscienza di donarlo alla Chiesa anche con segni esterni e non solo fidandomi dei vasi comunicanti che svolgono il loro lavoro all’insaputa di tutti, figurarsi dei ragionieri dello Spirito! Mia sorella monaca mi dice che ho un dovere di dire, di scrivere; che debbo rischiare perché quello che vivo non appartiene solo a me. Altri me lo dicono. La mia incertezza riguarda soprattutto il modo e lo stile della comunicazione. Ma anche i contenuti. Che dire? Se parlo liberamente c’è il rischio di entrare in polemica e di essere frainteso. L’ho già esperimentato a livello di contatti personali, proprio con chi “s’interessa del mondo del lavoro”. Ogni tua affermazione viene presa in un atteggiamento difensivo, forse inconscio. Lo comprendo: se certe mie affermazioni o perplessità venissero accolte, si metterebbero in questione l’azione e l’indirizzo dei miei confratelli, dei vescovi, del papa… E poi vale la pena? Mi sentirei di dire solo questo: fate un anno di fabbrica e poi ne riparleremo. D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce. Ma chi mi assicura che rispondo, in questo modo, ad un’esigenza di fedeltà? Dovrebbe bastare la mia coscienza. Ma devo tenere in considerazione anche l’attuale situazione già confusa per un’esigenza di carità. E allora? Taccio? Ma il rischio vero, quello evangelico, non è la conseguenza del proclamare dai tetti quello che si sussurra nell’orecchio? Dio mio, come sarebbe bello andare a letto e dormire in una stanza calda, e poi dormire e, quando ci si sveglia, dormire ancora.»
 
Luisito Bianchi, I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi, 2008
lunedì, 16 febbraio 2009