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Storie bambine
di Zena Roncada
 
“La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza”. Qualcuno pensa che questa frase racchiuda la poetica di Luisito Bianchi; lo penso anch’io. Conosco una sola persona che, similmente, in un semplice succedersi di parole riesca a racchiudere un universo ed esplorare un “pulviscolo di galaverna”, ed è Zena Roncada.
La fotografia della bambina è stata a lungo sulla pagina di apertura del sito OraSesta; tra le molte scattate da Luisito Bianchi – di cascine e di gente di cascina – è l’immagine che più mi è cara. Quella bambina ti guarda e quello sguardo disarmato ti fa domandare se sei… degna. Degna di essere il suo passato e il suo presente, ché lei ha già sulle spalle la responsabilità di essere il futuro.
Per le Storie bambine di Zena non potevo scegliere che questa fotografia; per questo Natale non poteva esserci dono più bello, su queste pagine, delle parole di Zena e un’immagine di Luisito Bianchi, accostate.
Buon Natale a tutti, bianco nel cuore.
T.M.

Foto di copertina: Luisito Bianchi (1960 cca)

«Va’ a prendere lo zucchero, di sopra, dentro l’armadio delle scale. Per il caffè dei testimoni... disse la voce nuova.
La bambina salì le scale più presto che poteva: c’era da farsi voler bene.
Lo zucchero stava nel vaso grosso: meglio prenderlo con tutte e due le mani, a costo di far senza ringhiera.
 
Le scale di marmo così bianco diventano burro, all’improvviso, o lacci traditori.
Lo zucchero per terra brillava in mezzo ai vetri.
Un luccichio a punte.
Alla bambina tornò, come un sapore agro, la storia bella dell’Armida.
La contava di sera, quando il sonno tardava e il vapore fermava sul muro la forma dei mattoni.
Storia di principessa e granellini, il dono delle fate. Da non sciupare mai, da tenere più cari della vita: gli azzurri per l’acqua, i gialli per il sole, i bianchi per il bene. I bianchi per il bene.
 
Si mise a piangere, forte, col singhiozzo.
Lacrime di zucchero e di malinconia, di granellini scappati per le scale. Bianchi.
Tutti pensarono si fosse fatta male.»
(da: La bambina dello zucchero)
domenica, 21 dicembre 2008
Viboldone, 10 febbraio 2008 - Foto Massimo La Spina
Esposizioni
di Zena Roncada
 
Ieri guardavo il campo di là dal fosso, che interrompe la strada bianca.
È un campo che ha lavorato, quest’estate: granturco granturco e granturco.
(Da lontano la casa galleggiava sulla testa delle pannocchie, tenuta su dal respiro dei pioppi)
Adesso il campo è terra bruna e rivoltata, come certi vecchi cappotti che, sul rovescio, tengono i segni delle cuciture e il senso della non usura.
La terra, dove è compatto il segno della lama, è lucida e lisciata da segrete ferrate.
Ha un colore stupito. Quell’azzurro che i metalli sottraggono al fuoco.
È fresca la terra di sotto e grassa e umida.
La guardi e pensi che questo è il suo modo di attendere.
Chissà come ci si sente ad essere terra nuova.
A cominciare il viaggio di sopra, a lasciare il buio, il silenzio, la parte degli umori e delle radici per la superficie.
Mai (mi) è stato più chiaro il senso e il peso dell’ “esporsi”.
Guanto rovesciato.
Nell’attesa del verde.
sabato, 13 dicembre 2008
di Zena Roncada


I giorni del silenzio hanno l’ovatta intorno.
Non chiudono, ma neppure aprono.
Arrotondano.
Premono contro la vita ma non sono la vita, come certi imballaggi preventivi, che solo tolgono aria e asprezza, in regime di parità.
Imbalsamazioni domestiche di spigoli e dolzure.
 
I giorni del silenzio proteggono un segreto o filano una paura.
Si arrendono ai pensieri rampicanti, che salgono lungo le certezze, bussano alle finestre, battono ai ricordi, complice il vento, poi si allontanano, all’invito di una ringhiera.
 
I giorni del silenzio fanno nido in altri giorni, come il cuculo.
Corrono avanti, cancellano il già stato, mettono in croce coscienza e speranza, in parti uguali, poi scuotono il grigio e tornano al presente, in nebulose chiare.
 
Restano sospesi.
Nella timidezza del racconto.
lunedì, 28 luglio 2008
«pita pitela, di Elia Malagò, uscì per la prima volta nel 1982, copertina nera e fregio verde a fare da cornice. Per i tipi di Forum/Quinta Generazione, nella Collana Poesia 80, diretta da Giampaolo Piccari.
Ora i Feaci ne accolgono un nuovo approdo, in forma del tutto rispettosa del testo originale, accompagnato da una nota di Rita Baldassarri e da una lettura di Gino Baratta.
Si vorrebbe avere una voce potente, quella dei fuochi che bruciano e schioccano d’estate sulle spiagge di Po, per salutare questo attracco, capace com’è di incrinare, per un attimo, la coltivata vocazione alla riservatezza dell’autrice, e di ospitare, nei possibili transiti della sua poesia, il regalo di un indugio (o di una tangenza).
Non di fermarlo.
Perché questo compete al testo poetico: l’inarrestabilità dei passaggi, la persistenza della mobilità.» [...]

Zena Roncada

Elia Malagò - pita pitela (FeaciPoesia) 

«per voi
perché insieme abbiamo atteso l'alba sull'altro versante, gli occhi fissi al mare.
Mi incammino.
Vi lascio questa conchiglia di voci e uno zufolo di salice e rubilia, casomai voleste inventare una pita pitela di vagabondi in cerca del sentiero che porta alla tana del sole.
Ci incontreremo ancora, forse. A un crocevia
Accenderemo un falò aspettando che la luna sfondi le pareti del cielo. E mi porterete l'avventura la tenerezza l'esilio e le mappe nuove. Chissà.»
elia
mercoledì, 16 luglio 2008