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Foto-cellulare di Massimo La Spina

Riprendo quello che avevo scritto in occasione della Pasqua del 2005, ché in questi giorni le parole sembrano sepolte sotto calcinacci non soltanto metaforici.
 
Scrivevo, nel 2005, memore delle polemiche natalizie circa il preteso dovere della scuola (pubblica) di ricordare ai bambini che il Natale è una festa cristiana. Certo, non sentivo proprio la mancanza di qualche polemica sul dovere di ricordare ai bambini che anche la Pasqua è una festa cristiana, in una sorta di gara tra la strumentalizzazione del Gesù bambinello e del Gesù crocifisso.
Non potevo però non notare quanto fosse più agevole «l’operazione di “re-cristianizzazione” ... appuntando sulle bandiere della crociata una sì tenera immagine di mangiatoia e asinello, rassicurante promessa di amore e di pace».
Perché – scrivevo – il messaggio pasquale è più difficile da affrontare «con i ragazzi ai quali siamo tentati di risparmiare la (salutare) fatica del conflitto».
«Mettiamo da parte per un attimo ogni credo religioso. Pensiamo alla narrazione biblica come ad una meravigliosa metafora. Resterebbe comunque il dovere di parlare ai nostri figli di un mondo di amore senza strumentalizzazione ovvero sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Ci spetterebbe il dovere di fare memoria della liberazione dalla schiavitù, della Terra promessa, di quello che ciascuno di noi porta con sé lungo questo cammino. Ci toccherebbe comunque il sacro e santo dovere di parlare di morte (e dei morti) nel sacrificio gratuito.»
 
Con i tempi che corrono, c’è da aver paura di un Gesù crocifisso sulle bandiere della “re-cristianizzazione”. C’è da aver paura delle bandiere, non meno che di taluni portabandiere. C’è da aver paura quando la narrazione evangelica ritorna ad essere “questione delicata”.
Nelle culture tradizionali ci sono innumerevoli esempi i quali, all’apparenza, sembrano confermare un diffuso “sentimento popolare” contro i “carnefici di Cristo”. All’apparenza, però, e ignorando come si forma ciò che è la cosiddetta cultura popolare. Sono poche le sue esemplari re-interpretazioni, una di queste è Pesah. I canti e le musiche della settimana santa in Sicilia di Carlo Muratori.
 

«Arvulu siccu è un canto della liturgia popolare della Settimana Santa in Sicilia. Non sarà un caso che l’immaginario popolare abbia fatto memoria anche di “colui” che a suo malgrado si è trovato protagonista dell’Evento. L’albero secco, senza frutti e fiori, diventa croce, per avere in braccio il Redentore. Era un legno di tanta bassezza, ora è giunto a tanta dignità. Questo è, più o meno, il testo.»

Questa è, più o meno, una delle possibili letture della resistente metafora pasquale.
T.M.
venerdì, 10 aprile 2009
sabato, 29 novembre 2008
080621-Rovigo-Carlo Muratori

Dopo aver ascoltato per la prima volta il nuovo disco di Carlo Muratori La padrona del giardino, mi ha colto una sensazione pericolosamente somigliante alla delusione. Ma come?! Una come me... anzi, proprio io, “meglio conosciuta” come piccola acritica fan del Maestro, la quale - caso mai e, nel caso, magari per pura invidia - deve salire supra na petra per poter morsicargli la caviglia, io delusa del tanto atteso lavoro “cantautorale” di Muratori? Oibò.

Di Carlo Muratori ho scritto qualche volta, a proposito della sua rassegna “Lithos”, per esempio. Carlo Muratori è colui che ha accettato di venire a cantare per un (il primo e l’unico…) “incontro sull’aia” di OraSesta, gratuitamente; è colui che per il primo “compleanno” ha regalato al sito una sua registrazione inedita. Penso di aver letto di lui e su di lui tutto il leggibile; il suo primo vinile - del 1980 - sono andata a comprarlo da un collezionista, col treno fin dopo Brescia, un giorno d’aprile che poi ha nevicato…
È che amando ci si convince di conoscere a fondo, non sfuggendo all’errore di costruire idoli che agiscono seguendo trame tessute sì amorevolmente ma “di sbieco”, da noi. Dei nostri idoli immaginiamo i passi e loro talvolta “deludono”, cioè (di)mostrano (di essere) se stessi.
 
Perché basta togliere l’audio del “miodisco” di Muratori, con le tracce color sabbia di Lune o color delle pietre arse di Diserti (dei Nakaira), basta uscire da quel cerchio di malìa talvolta struggente che Muratori aveva disegnato sulla faccia della sua terra immaginata o vista, basta ri/posizionare nel lettore il suo album per rendersi conto che La padrona del giardino è bello. Tanto bello.
Costruito, dalle grandi arcate dell'insieme del disco fin dentro nei minimi particolari degli arrangiamenti, come se avesse avuto (avendo avuto?) addosso lo sguardo critico di suo padre fine intagliatore del legno. Scritto con il senso di responsabilità per le tracce che lasciano le parole dette; parole dette nella lingua madre naturale del pensiero, che creano un testo dove l’italiano o il siciliano (o qualche idioma scelto per sonorità) sono abito da lavoro o abito da festa ma non costume o foglia di fico.
 
Non ho le competenze nemmeno per abbozzare una “recensione” di questo disco. Forse avrei potuto fare la “piccola fan” che compita con diligenza... Ma è successo che sono andata a sentire la conferenza (“Canti da ballo, canti d’amore”) e il concerto serale organizzati al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, la sera del 21 giugno, giornata della musica, notte d’incanti.
Ed è calato il silenzio su quel chiostro e Carlo Muratori era musica, lui tutto quanto, un tutt’insieme con la sua chitarra che pare, nelle sue mani da maestro-falegname, quello che la poesia della mia lingua chiama legno sacro, divinatorio, creatore di ritmo di suono e di poesia-in-canto. C’era Muratori “l’imbonitore”, cantore di tempi tanto antichi da essere l’universale più attuale, tanto siciliano da essere greco e spagnolo e anche polacco dell’ “amore che beve” della Siracusa invisibile nella globalizzazione della sofferenza, il canta-storie dall'imperativo - talvolta persino morale e, in un senso molto alto, politico - di «cantari».
C’era Carlo Muratori che, prometto, non definirò mai più nemmeno tra le virgolette della citazione di parole d’altri “patriarca del folk”; c’era Muratori che sottolinea “l’importanza politica del plurale” iscritto nel suo cognome, quello che costruisce case per le parole antiche, le incide nelle pietre che vibrano insieme alla sua voce settima – settima! – corda della sua chitarra.
C’era Muratori costruttore di un’integrità umana e artistica al quale il mercato discografico forse non porterà mai il riconoscimento adeguato ma lui, tutt’uno con la sua chitarra e con la terra e il sole e la luna, calerà la sua voce nel silenzio d’attesa di sere magiche che sanno il passato e sanno l’oggi e sanno l’amore, imperativo tanto antico quanto universale.

Suta li to finestri - canto di tradizione orale nell'elaborazione di Carlo Muratori

(registrato con una macchinetta fotografica digitale; per la qualità della "ripresa" chiedo scusa innanzitutto al Maestro)

Rai International - Notturno Italiano

lunedì, 23 giugno 2008