
di Arden
Ho imparato a parlare in una lingua
che non fu mai carne da succhiare,
lingua da libri di lettura,
ufficiale lingua di padri -
non quella meridionale della voce
di mio padre, resa flebile dagli anni,
in diverbio con il bianco accento
di mia madre, che non so ricordare.
Istruiva mia madre in lingua chiara
il processo del fare quotidiano,
oppure in certe domeniche di giugno,
a Vigodarzere sull’argine del fiume
o a Fusina aspettando il traghetto,
ci spiegava la formazione delle nuvole,
le rifrazioni dell’arcobaleno,
o nell’inverno lavorando a maglia
persino, una volta, gli effetti
tossici del gas di cucina.
E nemmeno ho imparato l’altra lingua,
quella della stalla di Bastia,
o delle venditrici di erbe e di uova
nelle Piazze, la lingua dei ragazzi
nelle strade e nelle aree parrocchiali
di questa città, che insisto a guardare
da una gabbia sospesa
su qualche alta e stretta terrazzina.
Ho parlato in una lingua spenta
ne ho cercato la carne entro la carta
carezzandola col bordo della mano
davanti ai tramonti, sulla scrivania
vecchia di mio padre, intrecciando
il filo odoroso degli inchiostri
come quello lucente di capelli,
la penna tra le dita - senza un perno.
Credevo potesse questa lingua
essere via per arrivare al centro
e uscire poi dal labirinto,
nella vita, scampando al minotauro.
Ma non era in fondo che la greca
sul tappeto di un atrio,
che ritorna sempre su se stessa:
l’area neutra degli ospiti
la stanza degli apolidi, estranei
allo splendore nero del suo cuore.
che non fu mai carne da succhiare,
lingua da libri di lettura,
ufficiale lingua di padri -
non quella meridionale della voce
di mio padre, resa flebile dagli anni,
in diverbio con il bianco accento
di mia madre, che non so ricordare.
Istruiva mia madre in lingua chiara
il processo del fare quotidiano,
oppure in certe domeniche di giugno,
a Vigodarzere sull’argine del fiume
o a Fusina aspettando il traghetto,
ci spiegava la formazione delle nuvole,
le rifrazioni dell’arcobaleno,
o nell’inverno lavorando a maglia
persino, una volta, gli effetti
tossici del gas di cucina.
E nemmeno ho imparato l’altra lingua,
quella della stalla di Bastia,
o delle venditrici di erbe e di uova
nelle Piazze, la lingua dei ragazzi
nelle strade e nelle aree parrocchiali
di questa città, che insisto a guardare
da una gabbia sospesa
su qualche alta e stretta terrazzina.
Ho parlato in una lingua spenta
ne ho cercato la carne entro la carta
carezzandola col bordo della mano
davanti ai tramonti, sulla scrivania
vecchia di mio padre, intrecciando
il filo odoroso degli inchiostri
come quello lucente di capelli,
la penna tra le dita - senza un perno.
Credevo potesse questa lingua
essere via per arrivare al centro
e uscire poi dal labirinto,
nella vita, scampando al minotauro.
Ma non era in fondo che la greca
sul tappeto di un atrio,
che ritorna sempre su se stessa:
l’area neutra degli ospiti
la stanza degli apolidi, estranei
allo splendore nero del suo cuore.