«“Ci siamo”.
Lo sguardo di Corrado è limpido, adesso. Gli occhi, in quel volto antico, sembrano quelli di un ragazzino. Si abbracciano, come due amici che si stanno salutando alla stazione.
Alle otto e cinque minuti, la prima ruspa spinge la benna contro la parete del lato nord. Le altre si accaniscono sul tetto di uno dei capannoni.»
(“e.l.e.n.a” – “bobboti”, Paradiso perduto)
Come l’anno scorso ho avuto l’onore di farlo con il testo di Piera Ventre e Mario Bianco, vorrei “archiviare” qui uno dei "racconti a quattro mani" della rassegna-gioco-concorso ideato e pubblicato sul suo blog da Remo Bassini. [Racconti a quattro mani - 2008, Racconti a quattro mani - 2009]
Quest’anno ai partecipanti è stato proposto un tema, in verità assai vasto: l'Italia di oggi.
Un commento sotto il racconto di “e.l.e.n.a” e “bobboti” mi ha lasciata sgomenta: «sarebbe il migliore se il tema fosse “La fabbrica”».
Ma forse non avrei dovuto stupirmi più di tanto. Va per la maggiore una visione dell'Italia e dell'oggi che non comprende il lavoro. Quello "fisicamente produttivo", intendo.
Ne sanno qualcosa, per fare un solo esempio, gli operai della Innse di Milano (Lambrate) i quali negli stessi giorni della pubblicazione del racconto – e del commento - occupavano (ancora) la fabbrica, per impedire lo smantellamento degli impianti, per impedire che morisse una fabbrica lasciando dietro dei disoccupati e davanti, prevedibile scenario, un'area esposta alla speculazione edilizia.
No. La "classe operaia" non va in paradiso. È già tanto se può andare a lavorare.
Questo racconto è un cortometraggio lucido e poetico, a mostrare una delle facce sofferenti dell’Italia di oggi.
t.m.
“e.l.e.n.a” – “bobboti”
Paradiso perduto
Il sole non si è ancora alzato, dentro la fabbrica c’è buio pesto. Antonio continua a rigirarsi sulla branda senza riuscire a riprendere sonno. L’aria è immobile. Questi ultimi giorni di luglio sono tremendi.
“Sei sveglio?” chiede, con un filo di voce.
Corrado non risponde. Allora Antonio si alza sui gomiti e con l’accendino illumina il viso del compagno. Per alcuni secondi, ne osserva le palpebre chiuse, i movimenti degli occhi sotto la pelle.
Più tardi mi racconterà le meraviglie con Maria, pensa, ormai posso vederne anche i sogni.
Poi, cercando di non fare rumore, si mette dritto e si dirige a tentoni verso il reparto tessitura. Va a sbattere su un telaio, ma riesce, ugualmente, a trovare il fornellino da campo. Lo accende e ci sistema sopra la caffettiera che ha preparato la sera prima.
Sorride, Antonio, al pensiero della semplicità del suo amico. Si conoscono da tanto di quel tempo che i venti giorni di occupazione hanno aggiunto ben poco alla loro amicizia. Hanno lavorato per quasi trent’anni in quella fabbrica, un telaio affianco all’altro. Negli ultimi tempi, con le macchine spente, hanno parlato un po’ di più, soprattutto la notte, sulle brande. Ma non si sono confidati niente di nuovo. Niente che già non sapessero l’uno dell’altro.