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di zaritmac


Luglio
“Sarà un settembre nero, vedrai.” Lo disse con il capo un poco chino e la sigaretta immaginaria nell’angolo delle labbra, una piega di dolore come uno sfregio verticale lungo la guancia pallida.
Le ricordava quelle montagne scavate, ferite fino al ventre e bianche, più bianche, senza purezza, spolverate di morte.
“Parli di noi?”, pensò lei, poi si morse le labbra del pensiero e si vergognò arrossendo fin sotto le sottane dell’anima. Sperò che lui non l’avesse sentita pensare ancora una volta solo a lei, a loro, stupida. Mentre il mondo emanava un sottile lamento, come lo scricchiolio sul ponte di una nave in viaggio senza biglietto di ritorno.
“Chiuderanno molte fabbriche, vedrai. E continueranno a cantare, a partire, come se niente fosse, come se niente stesse accadendo, niente…Poi sarà tardi, sai. Poi sarà tardi, vedrai…”. Scuoteva la testa con un gesto disperato e così lento che lei dovette aggrapparsi alla sua spalla per non vacillare, nel mal di mare, nel soffio crescente di vuoto che le gonfiava il petto.
Sul cranio calvo dell’orizzonte piovevano a picco un paio di gabbiani e le si strinse il cuore mentre salpavano per un’isola senza nome ancorata tra l’indice e il pollice delle loro mani intrecciate.
 
Settembre
Un filo d’erba tra le labbra, come una sigaretta spenta. È l’ultimo ricordo che ha di lui, prima che le volti le spalle, a gambe larghe in equilibrio instabile sul tronco scavato apposta per prendere il mare e dal mare non tornare; dentro il mare, dentro il male perdersi, impennarsi e affondare. Lo sa, lui lo sa. E lei lo sa. Le volge le spalle fingendo di cercare con gli occhi sirene distanti, sirene che ingannino ancora. Ma lo sa, lui lo sa che le note son spente e non c’è spiaggia che attenda oltre l’orizzonte nella pece del cielo di un settembre nero. Non può resistere, e lei lo sa. Come un ragazzo ribelle che s’arrende, un sognatore scuoiato che ha gettato alla luna lo scalpo e se ne va prima che il mondo emetta l’ultimo lamento. E lei lo sa, e lo sapeva già, come una ragazza che arrossisce al ballo e si finge troppo all’avanguardia per credere ancora ad una fiaba.. Così, ora, sta seduta con i piedi contro le onde, le mani tra i sassi, e pensa sorridendo in lacrime che l’amore è un affare per ragazzi. Lo pensa con una tenerezza che fa male, mentre chiude l’ultima fabbrica.
Mentre chiude l’ultima fabbrica.
Mentre chiude l’ultima fabbrica e le donne portano in braccio i figli come fagotti da arrostire a cena sotto i raggi della luna piena.
Sperando che un dio qualsiasi accolga, col fumo, la preghiera. E la bestemmia, e lo sputo della rosicata speranza, nocciolo secco, grumo di saliva, sterco di angelo seduto al margine del cielo caduto. Tra le ali si ripiega un biglietto scaduto per un paradiso in cassa integrazione col bordo slabbrato dove qualcuno l’ha staccato e sparso nel vento in un inverno mite, di palese inganno. Sotto il camice bianco escoriazioni da futuro.
E lei non guarda, mentre chiude l’ultima fabbrica, ma si passa sulla lingua la lima della canzone lieve imparata a maggio “raccogli, accogli e spogliati – imita i rami / segui la coda e annodala – imita i cani”.
Dov’è oggi, dov’è oggi il tuo coraggio? Dove il sibilo delle sirene che incatena al giogo e dichiara aperto o chiuso il gioco? Dove il mucchietto di sogni serbato nell’incavo dei seni, la carezza memore delle reni spezzate sotto il peso dei tramonti affaticati? Dove il sacchetto di semi suonato come maracas per farsi compagnia lungo i turni di notte più lunghi? Le fioriture premature e le nocche secche, i palmi prosciugati e le palme malate di un morbo che somiglia al viso deturpato della folla coi figli al collo e le tasche vuote?
Mentre chiude l’ultima fabbrica, lei siede sui sassi con le orecchie chiuse all’immagine abbagliante delle voci acide, dei pianti dirotti e delle proteste deragliate in urlo roco. I treni merci passati vuoti coi vagoni accesi a festa.
Le file di uomini con le braccia tagliate battono i piedi e l’eco delle loro donne porta il tempo perduto sull’orlo dei bracieri freddi. Chi ha mangiato speranze a pranzo vomita rabbia a cena, e la nausea s’arrende contro lo schermo delle schiene dei padroni in fuga, in lacrime. Non c’è più lotta, non c’è più guerra. Dio non c’è e non c’era prima. Nulla è cambiato se non il timbro del silenzio afono dei ferri che battono, delle catene stridenti che montano per ore come stalloni indifferenti. E non c’è filo che s’azzardi a infilare la cruna per cucire a quest’alba una proposta di futuro.
Scalcia nel vento una sventagliata di grida, ma l’eco si perde nel buco profondo della gola muta di una sirena spenta dentro un settembre nero.
lunedì, 30 novembre 2009
Tommaso Giancarli, Storie al margine.
Il XVII secolo tra l'Adriatica e i Balcani
Exòrma Edizioni, 2009
 
Marginalità: è la condizione che accomuna l’Adriatico, i Balcani e l’intero Levante nel Seicento. Il potere sull’Europa e sul mondo non si decide più nelle acque del Mediterraneo e nelle sue città brulicanti di storia e di umanità più o meno dolente.
L’egemonia del Nordeuropa e dell’Occidente appare ormai irreversibile. La dimensione un tempo superba di Venezia e dell’Impero Ottomano, i grandi attori del commercio e della guerra in Oriente, come anche quella dei loro comprimari, diviene marginale e si abbarbica a ciò che resta di grandi glorie irripetibili. La Storia si ritira dalle rive dell’Adriatico e abbandona i campi dei Balcani; uomini e donne continuano tuttavia a vivere e morire su quel mare e in quelle terre, perpetuano antichi rituali, servono simboli decaduti, in un contesto sempre più spietato.
I documenti dell’epoca svelano i luoghi delle loro esistenze, raccontano la loro avventura.
Questo libro ci restituisce in forma di racconti brevi tutta l’umanità di quelle vite dimenticate.
domenica, 08 novembre 2009
ma se dio è in ogni luogo,
sarà anche su quel chiodo vuoto
 

«48. Per la Corte, queste considerazioni comportano l’obbligo dello Stato di astenersi da imporre anche indirettamente, credenze, nei luoghi in cui le persone sono a suo carico o nei luoghi in cui queste persone sono particolarmente vulnerabili. La scolarizzazione dei bambini è particolarmente delicata perché in questo caso, il potere vincolante dello Stato è imposto a sensibilità che sono ancora mancanti (a seconda del livello di maturità del bambino), della capacità di assumere una distanza critica in relazione al messaggio di una scelta preferenziale espressa da parte dello Stato in materia religiosa. [...]
56. L’esposizione di uno o più simboli religiosi non può essere giustificata né con la richiesta di altri genitori che vogliono l’educazione religiosa coerente con le proprie convinzioni, né, come sostiene il governo, con la necessità di un compromesso necessario con i partiti politici di ispirazione cristiana. Rispetto le convinzioni dei genitori in materia di istruzione deve tener conto del rispetto delle credenze di altri genitori. Lo stato ha l’obbligo di neutralità religiosa nel contesto del l’istruzione pubblica obbligatoria in cui la partecipazione è richiesta a prescindere dalla religione e deve cercare di instillare negli studenti il pensiero critico.
La Corte non vede come l’esposizione nelle aule delle scuole pubbliche, un simbolo che è ragionevole associare con il cattolicesimo (la religione di maggioranza in Italia) potrebbe servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una "società democratica", come concepito dalla Convenzione, pluralismo è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale (cfr. paragrafo 24) nel diritto interno.
57. La Corte ritiene che l’esposizione obbligatoria di un simbolo di una confessione nell’esercizio della funzione pubblica per quanto riguarda situazioni specifiche, sotto il controllo del governo, in particolare nelle aule, limita il diritto dei genitori educare i loro figli secondo le loro convinzioni e il diritto di scolari di credere o di non credere. La Corte ritiene che ciò costituisca una violazione di questi diritti, perché le restrizioni sono incompatibili con il dovere dello Stato di rispettare la neutralità nell’esercizio del servizio pubblico, in particolare nel campo dell’istruzione.»
 
COUR EUROPÉENNE DES DROITS DE L’HOMME DEUXIÈME SECTION - AFFAIRE LAUTSI c. ITALIE (Requête no 30814/06) ARRÊT STRASBOURG 3 novembre 2009
giovedì, 05 novembre 2009

Don Alessandro Santoro, nell'ultima omelia alle Piagge di Firenze da dove è stato allontanato perché “reo” di aver sposato una donna nata uomo, “ha raccontato una parte del dialogo fra lui e il vescovo monsignor Betori quando gli ha comunicato di averlo sollevato dall’incarico: «A lui chiesi: sono in un limbo? E il vescovo mi ha risposto: “Bravo, è la risposta, hai detto bene, te sei e rimani in un limbo fin quando non imparerai a non dare scandalo della Chiesa all’opinione pubblica”».
«Il problema è - ha proseguito il sacerdote con tono ironico - che non imparerò mai, sicché non so quanto durerà questo limbo».”
lunedì, 02 novembre 2009