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«Se le nostre toghe sono rosse, lo sono per il sangue versato dai magistrati che hanno pagato con la vita la difesa
della legalità e dei valori costituzionali, a cominciare
da Falcone e Borsellino.»
 
(Alfredo Robledo, procuratore aggiunto di Milano)
mercoledì, 28 ottobre 2009
Ma perché il Presidente del Consiglio mi insulta?
di Ugo Giansiracusa
per Girodivite
 
Mi fischiano le orecchie. C’è qualcuno che da qualche parte sta sparlando di me. Eppure non mi pare di avere nemici. Sono una brava persona. Nella mia vita ho dato solo uno schiaffo. Sì, vero, a 14 anni ho rubato un paio di audiocassette vergini. Ma a parte questo mi sento un cittadino, se non esemplare, almeno nella media. Faccio la mia raccolta differenziata. Pago le dovute tasse. Esprimo il mio voto quando c’è da farlo. Uso pure le lampadine a risparmio energetico e attraverso la strada sulle strisce pedonali. Neanche a dire che ci può essere qualche marito geloso che come donnaiolo sono un disastro. Insomma non so proprio chi può avercela con me. O forse sì. Lo ammetto. Forse ho uno scheletro nell’armadio. Qualcosa di quasi inconfessabile negli ultimi tempi in questo paese. Sì, lo confesso, sono di sinistra!
 
Ma davvero io non pensavo che fosse una cosa grave. Mio padre è di sinistra e anche lui è una brava persona. Pure mio zio è di sinistra e anche lui, per quello che conosco, non mi pare sia un criminale o una persona in qualche modo disprezzabile. Ho anche un cugino di sinistra. Mio nonno poi ha anche fatto il partigiano per la libertà di questo paese. E poi un sacco di amici. Gente di tutti i tipi. Lavoratori, studenti, padri, madri, disoccupati, insegnanti, imbianchini, operai, pensionati. E sono tutte delle brave persone. Veramente. Gente bella che ama ridere. A cui piace la bellezza, la libertà, l’amore, l’amicizia. Persone che odiano la violenza e la guerra. Che disprezzano il razzismo e le ineguaglianze di ogni tipo. Persone, uomini e donne che ogni giorno, nel loro piccolo, cercano di fare un mondo migliore.
 
Ma allora perché il nostro Presidente del Consiglio, ogni giorno, ci insulta? Perché “di sinistra” è diventato sinonimo di falso, imbroglione, antidemocratico, illiberale, criminale e... coglione? Ma non sono io che lo stipendio, con le mie tasse che in maniera onesta continuo a pagare? Non è grazie a mio nonno partigiano che quell’uomo è stato democraticamente eletto? Ma allora perché ogni giorno mi insulta? A me che da quando ho la capacità di intendere e di volere lotto per la libertà. A me che lotto contro la mafia. A me che ho sempre lottato per la giustizia. E come me i miei amici e mio padre e mio cugino e tanta altre persone di sinistra.
 
Invece no. Se sei di sinistra non puoi prendere una decisione razionale. La tua mente è ottenebrata dall’odio. Non puoi fare il magistrato perché non saresti corretto. Non puoi fare l’insegnante perché non saresti obiettivo. Non puoi fare il giornalista perché distorceresti i fatti. Non puoi fare il presidente della repubblica perché sei di parte.
 
Ma io, caro Presidente del Consiglio, non sono come tu mi descrivi. Tu, ogni giorno, mi offendi senza alcun motivo. Essere di sinistra non è una malattia degenerativa del sistema nervoso centrale. Essere di sinistra non è peccato. Non è una condanna. Non è un insulto. Non è né un marchio di criminalità né un sintomo di coglionaggine. Caro Presidente del Consiglio essere di sinistra è e resterà semplicemente e sempre un modo di essere e di pensare che tu e i tuoi seguaci non potrete mai cancellare. Perché essere di sinistra è, che tu ci possa credere o no (ma la storia lo insegna), sinonimo di giustizia e libertà e coerenza e coraggio e forza e lotta e laicità. E se mai noi uomini e donne di sinistra odiamo lo facciamo per amore. Per amore degli altri uomini e delle altre donne. Per amore di questo strano mondo e per amore di questa inspiegabile vita.
 
E allora ti prego, caro Presidente del Consiglio, impara a rispettarmi nel mio essere uomo, nel mio essere cittadino, nel mio essere italiano e nel mio essere di sinistra.
Grazie. Cordiali saluti.
giovedì, 15 ottobre 2009
di manginobrioches


La città brutta ora ha pure preteso vittime: lo sapevamo già che cresce ogni giorno, che vuole moltissimo spazio, che si mangia la terra il mare l’aria. Ora si mangia pure le persone.
La città brutta s’era accomodata a Giampilieri, dove già il nome chiama i padroni: Giovanni Pilifero era un vecchio proprietario di vigne, frutteti, campi e quella macchia folta ed estrema che qui cercano di scacciare a forza d’incendi, ogni estate. La collina stremata e domata era diventata bruna, asciutta, cattiva. Le strappavano gli alberi, uno a uno. La disossavano per allargare le case, case miserrime di ballatoi, doppivetri e alluminio anodizzato che s’affacciava sul letto asciutto, tutto ossa, del torrente.
Il torrente non c’era più: l’avevano fatto fuggire sottoterra, dove ruggiva di rabbia tra gli argini di cemento.
Ma tutta la città poggia, trasversale, sui torrenti ingabbiati, cancellati, negati. Al loro posto ci sono strade, fiumi di palazzine, argini di gres porcellanato adornati di parabole, schermati da avvolgibili, salutati dall’alto dalle gru fameliche che scrivono cose nel cielo.
Tutta la città poggia, trasversale, su passaparola, aiutini, condoni. Su occhi chiusi, sanatorie, aggiustamenti.
La città di carta bollata traccia una mappa alla quale la città di cemento si adegua, strada per strada, versante per versante. E sono brutte e cieche tutte e due.
La città strozza le vie di fuga, distorce il cammino naturale delle acque, le fa ristagnare nei colatoi segreti sotto l’asfalto. La città rimbocca le aiuole col cemento, sbarra il passo alle radici e taglia le chiome con le cesoie. La città scava i suoi colli coi cucchiai delle ruspe, per piazzare i cubi di calcestruzzo, le vernici epossidiche, il catrame.
La città è rivolta verso il mare perché non può farne a meno, ma non impara mai niente, dal mare. Il suo sogno malato è piastrellarlo tutto, fino all’altra sponda misteriosa, che oggi è blu domani è color drago dopodomani sparisce nella nebbia salata, poi ritorna e si siede sui davanzali. La città brutta aspetta il Ponte per vedere cemento anche quando guarda in alto, per vivere dentro la sua ombra e appoggiare tiranti alle sue zampe enormi. Agganciare terrazze, sopraelevazioni, nuove cubature.
La città brutta vuole sacrifici umani ogni giorno, con le sue vertebre anodizzate e bianche dentro il letto dei torrenti, sul bagnasciuga, in mezzo ai vapori dello Stretto. Scaccia arbusti, gatti, idee. Demolisce pensiline e magnolie. Mangia bellezza e bouganville. Mangia persone.
Quando cadde tutta, cento e un anno fa, fece lo stesso rumore di pietra spezzata, produsse lo stesso fango, fece venire alla luce i privilegi miserabili su cui poggiavano gli incerti pilastri. La città aveva spalle di pietra ma piedi d’argilla. Malte corrotte, mattoni asciutti, per risparmiare. Travi appese nel vuoto, pietre lisce raccolte dai torrenti. Facciate imponenti appena appoggiate ai tramezzi di fiammifero e stucco. Sindaci corrotti, opposizioni asciutte. Progetti appesi nel vuoto. Facce lisce.
Non imparò niente, la città, o poco.
Oggi ha ricostruito la sua trama d’ingiustizia, ma più brutta ancora. Con la menzogna del cemento armato, del ferro che spunta dai pilastri e s’infila dentro i letti asciutti dei torrenti.
E lo rifarà, lo rifarà.
 
Oggi ci sono stati i funerali di Stato. Quale Stato, poi. Uno stato in luogo perenne. Un Quarto Stato da cui nessuno esce, se non per diventare vittima della "natura matrigna". Uno stato di catatonia. Uno stato delle cose immutabile: la terra, la città che covano i loro periodici cataclismi, con la complicità assassina di vicerè, palazzinari, predoni.
domenica, 11 ottobre 2009
di Mappi

 
Ieri alla mostra Private Flat: idea strepitosa, splendidamente realizzata.
Che uno va, passa e vede mille mila cose, belle e meno belle, ma sempre in grado di aprire un po’ il cervello a pensieri non pensati prima, non sentiti già.
La cosa più carina della mostra:
Entro in una specie di sgabuzzino attraversando una tenda nera. In terra c’è un televisore dove ci sono immagini in bianco e nero. Le immagini sono lente, movimenti umani lentissimi. L’attenzione però si sposta immediatamente su un altro elemento. Quello che apparentemente è un manichino bianco con la testa fasciata buttato in un angolo, è invece una donna. È viva e cattura subito.
La guardo, lei mi guarda, senza ammiccamenti, ma mi guarda, davvero.
Mi tende una mano, da lì dov’è, rannicchiata in un angolo. Istintivamente le tendo la mia e le nostre mani presto si toccano. L’aiuto ad alzarsi. È tutta dipinta di bianco, dalla testa ai piedi ed è senza vestiti, c’è solo la sua pelle dipinta di bianco.
Quando si è alzata, con un movimento lento e fluido, mi si avvicina e mi abbraccia. Ricambio il suo abbraccio e restiamo lì un po’. Sento il suo respiro e sento il battito del suo cuore. Sento che lei mi sta ascoltando.
Dopo un certo tempo lei si scioglie dall’abbraccio e mi volta lentamente le spalle. Sulla sua schiena dipinta di bianco c’è una scritta nera che dice “ROM”.
Resto a guardarla ancora un po’, emozionata. Poi esco, e mi dispiace lasciarla lì.
Brava.

*

altre immagini qui
sul documentario di Ermelinda Coccia vedi «Me sem Rom»
lunedì, 05 ottobre 2009