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dalla sentenza n. 7076/2009 del TAR del Lazio sulla illegittimità della presenza dei docenti che insegnano religione cattolica di partecipare alle deliberazioni del consiglio di classe concernente l'attribuzione del credito scolastico
 

«In linea generale, il concetto di separazione tra la sfera religiosa e quella civile (cfr. Vangelo S. Matteo 22, 15-21) è stato uno dei preziosi contributi della Cristianità alla civiltà occidentale.

Oggi il principio della laicità dello Stato, se non è definito in alcuna norma, è stato chiaramente enunciato dalla Corte costituzionale nell'ampia accezione di “garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”, e rispetto al quale lo Stato si pone in condizione di "neutralità" (cfr. sent. 12 aprile 1989, n. 203). I principi della Carta costituzionale postulano dunque uno Stato che, rispetto alla religione, non si pone in termini di ostilità, “ma si pone al servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini” (così n. 203 cit.).

Nello specifico del problema proprio nella ricordata pronuncia, è stato poi affermato che l'insegnamento della religione cattolica concerne un diritto di libertà costituzionale “non degradabile, nella sua serietà e impegnatività di coscienza, ad opzione tra equivalenti discipline scolastiche”.

Sulla considerazione che la religione non è una “materia scolastica” come le altre deve essere ancorato il convincimento circa l’illegittimità della sua riconduzione all’ambito delle attività rilevanti ai fini dei crediti formativi. E ciò, non perché la religione cattolica non debba essere considerata un’attività priva di valori storici e culturali ma anzi, al contrario, non può essere considerata una normale disciplina scolastica proprio perché è un insegnamento di pregnante rilievo morale ed etico che, come tale, abbraccia quindi l’intimo profondo della persona che vi aderisce.

Al riguardo è stato autorevolmente sottolineato che, nelle società contemporanee, senza i valori religiosi anche molti non credenti perdono punti di riferimento.

La sfera religiosa concerne aspetti che coinvolgono la dignità (riconosciuta e dichiarata inviolabile dall'art. 2 Cost.) dell’essere umano; e spetta indifferentemente tanto ai credenti quanto ai non credenti, siano essi atei o agnostici (cfr. Corte costituzionale, 08 ottobre 1996, n. 334).

Ma proprio per questa ragione, sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso strettamente attinente alla fede individuale non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico per il rischio di valutazioni di valore proporzionalmente ancorate alla misura della fede in essa.

Sotto tale profilo è dunque evidente l’irragionevolezza dell’Ordinanza che nel consentire l’attribuzione di vantaggi curriculari, inevitabilmente collega in concreto tale utilità alla misura della (magari solo ostentata, verbale e strumentale) adesione ai valori dell’insegnamento cattolico impartito.

Tal circostanza, del resto, concerne anche gli stessi alunni che hanno aderito all’insegnamento della religione con un consapevole convincimento, ma il cui profitto potrebbe essere condizionato da dubbi teologici sui misteri della propria Fede.

Infatti, lo Stato, dopo avere sancito il postulato costituzionale dell'assoluta, inviolabile libertà di coscienza nelle questioni religiose, di professione e di pratica di qualsiasi culto “noto”, non può conferire ad una determinata confessione una posizione “dominante” – e quindi un'indiscriminata tutela ed un'evidentissima netta poziorità – violando il pluralismo ideologico e religioso che caratterizza indefettibilmente ogni ordinamento democratico moderno (Corte europea dir. uomo , 25 maggio 1993, n. 260).

In una società democratica, al cui interno convivono differenti credenze religiose, certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un’implicita promessa di vantaggi didattici, professionali ed in definitiva materiali.»

 
vedi il testo completo
venerdì, 14 agosto 2009
«“Ci siamo”.
Lo sguardo di Corrado è limpido, adesso. Gli occhi, in quel volto antico, sembrano quelli di un ragazzino. Si abbracciano, come due amici che si stanno salutando alla stazione.
Alle otto e cinque minuti, la prima ruspa spinge la benna contro la parete del lato nord. Le altre si accaniscono sul tetto di uno dei capannoni.»
(“e.l.e.n.a” – “bobboti”, Paradiso perduto)
 
 
Come l’anno scorso ho avuto l’onore di farlo con il testo di Piera Ventre e Mario Bianco, vorrei “archiviare” qui uno dei "racconti a quattro mani" della rassegna-gioco-concorso ideato e pubblicato sul suo blog da Remo Bassini. [Racconti a quattro mani - 2008, Racconti a quattro mani - 2009]
Quest’anno ai partecipanti è stato proposto un tema, in verità assai vasto: l'Italia di oggi.
Un commento sotto il racconto di “e.l.e.n.a” e “bobboti” mi ha lasciata sgomenta: «sarebbe il migliore se il tema fosse “La fabbrica”».
Ma forse non avrei dovuto stupirmi più di tanto. Va per la maggiore una visione dell'Italia e dell'oggi che non comprende il lavoro. Quello "fisicamente produttivo", intendo. 
Ne sanno qualcosa, per fare un solo esempio, gli operai della Innse di Milano (Lambrate) i quali negli stessi giorni della pubblicazione del racconto – e del commento - occupavano (ancora) la fabbrica, per impedire lo smantellamento degli impianti, per impedire che morisse una fabbrica lasciando dietro dei disoccupati e davanti, prevedibile scenario, un'area esposta alla speculazione edilizia.
No. La "classe operaia" non va in paradiso. È già tanto se può andare a lavorare.

Questo racconto è un cortometraggio lucido e poetico, a mostrare una delle facce sofferenti dell’Italia di oggi.
t.m.
 
foto t.m. 
“e.l.e.n.a” – “bobboti”
Paradiso perduto
 
Il sole non si è ancora alzato, dentro la fabbrica c’è buio pesto. Antonio continua a rigirarsi sulla branda senza riuscire a riprendere sonno. L’aria è immobile. Questi ultimi giorni di luglio sono tremendi.
“Sei sveglio?” chiede, con un filo di voce.
Corrado non risponde. Allora Antonio si alza sui gomiti e con l’accendino illumina il viso del compagno. Per alcuni secondi, ne osserva le palpebre chiuse, i movimenti degli occhi sotto la pelle.
Più tardi mi racconterà le meraviglie con Maria, pensa, ormai posso vederne anche i sogni.
Poi, cercando di non fare rumore, si mette dritto e si dirige a tentoni verso il reparto tessitura. Va a sbattere su un telaio, ma riesce, ugualmente, a trovare il fornellino da campo. Lo accende e ci sistema sopra la caffettiera che ha preparato la sera prima.
Sorride, Antonio, al pensiero della semplicità del suo amico. Si conoscono da tanto di quel tempo che i venti giorni di occupazione hanno aggiunto ben poco alla loro amicizia. Hanno lavorato per quasi trent’anni in quella fabbrica, un telaio affianco all’altro. Negli ultimi tempi, con le macchine spente, hanno parlato un po’ di più, soprattutto la notte, sulle brande. Ma non si sono confidati niente di nuovo. Niente che già non sapessero l’uno dell’altro.
domenica, 09 agosto 2009