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www.effigie.comCon Zingari di merda (Effigie) Giovanni Giovannetti e Antonio Moresco si sono aggiudicati il Premio L’albatros Città di Palestrina, uno dei più prestigiosi riconoscimenti alla letteratura di viaggio. Il premio è stato condiviso ex equo con Simona Vinci, autrice di Nel bianco (Rizzoli). La giuria era composta dagli scrittori Filippo Tuena e Francesco Abate, dai giornalisti Carmine Fotia e Giampaolo Visetti e dalla direttrice della Casa delle letterature di Roma Maria Ida Gaeta. La consegna si è svolta a Palestrina sabato scorso, nella splendida cornice della  Cavea del Museo archeologico. Tra i vincitori delle passate edizioni ricorderemo Tiziano Terzani, Fosco Maraini, Paolo Rumiz, Giuseppe Cederna. Di seguito, proponiamo un estratto delle motivazioni (di Carmine Fotia)
 
 
Questo di Antonio Moresco (e di Giovanni Giovannetti, perché le foto sono parte integrante del racconto) è un libro bellissimo.
È una narrazione vivida, struggente, talvolta spietata e talaltra analitica, mai fredda. È un viaggio al contrario, seguendo le tracce di un gruppo di Rom sgomberati dalla Snia di Pavia fino in Romania, nel cuore dell’inferno da cui sono fuggiti.
È l’oscuro viaggio nel cuore oscuro di quella parte d’Europa che preme per ottenere un po’ della civiltà e del benessere che noi abbiamo promesso loro dopo la fine ingloriosa dei regimi comunisti orientali, dispotici e retti  da veri e propri satrapi come nel caso di Ceausescu e che le nostre televisioni quotidianamente mostrano come a portata di mano. Ma quando essa ci si presenta col volto sporco e dolente di questi Zingari di merda scatta immediata la repulsione e la rappresaglia che spesso unifica, in un comportamento simile a quello di quei «fascisti dell’Illinois» giustamente odiati dal grande John Belushi in The Blues Brothers, destra Lega e sinistra.
«C’è tutta una fascia di miseria che attraversa il ventre d’Europa e che di qui si ramifica, venuta dagli spostamenti e dalle migrazioni antiche, spinta avanti o messa in fuga dalle masse barbare in guerra che premevano le une contro le altre, incalzate dai popoli selvaggi usciti dalle steppe come dal nulla. Queste migrazioni non sono avvenute solo in un lontano passato che non potrà più ripetersi. Avvengono continuamente, in modi e in forme diverse, sotto i nostri occhi. Gli uomini non stanno mai fermi. Vanno avanti, ritornano indietro, vanno ancora avanti, ogni giorno un metro in più, un chilometro in più, mille chilometri in più, a piedi, a cavalcioni degli animali, sulle macchine scalcagnate che corrono in piena notte sulle autostrade, sopra l’orizzonte curvato, dentro la nube gastrica dell’atmosfera, lungo i cerchi di questo piccolo pianeta rotante illuminato di tanto in tanto dalla stella del sole» (p. 36).
Pare di vederle, queste masse di diseredati percorrere le vie della disperazione (l’ossimoro de «l’orizzonte curvato»), vengono innanzi, con i loro bimbi cenciosi e spesso da loro stessi venduti perché – ci dice Moresco con spietata capacità analitica senza alcuna compiacenza buonista – il degrado non produce riscatto ma solo degrado e violenza e oppressione (basta leggere le pagine in cui Dumitru racconta come i Rom trattano le loro donne; pp. 58-59).
Ma Moresco usa anche il registro del reportage vero e proprio: snocciola cifre, cita dati, racconta fatti. Ma quando pensiamo che il libro viri verso l’approfondimento giornalistico (che non sarò io a denigrare essendo il genere cui indegnamente mi dedico da qualche decennio e di cui avvertiamo oggi acuta l’assenza, ma che in questo caso non rende la complessità della scrittura di Moresco) ecco tornare il racconto impressionante, quasi dark, delle persone che vivono sepolte sottoterra, di quei «morti viventi» che protendono le loro braccia, sospinti dalle grida ancestrali delle loro donne, ad afferrare Moresco e il suo picaresco gruppo di compagni di viaggio.
Da lì comincia il viaggio di ritorno. Ma in questo libro disperato e perciò – come dicevo all’inizio – bellissimo, non c’è lieto fine, non c’è speranza, non c’è consolazione. C’è una domanda che inquieta sul mistero di questo popolo migrante da sempre e per sempre e perciò spesso perseguitato.
E così il sipario si chiude su Leonard, un Rom ucciso mentre percorreva in bicicletta nel gelo le strade della notte padana, travolto da un’auto che non si è fermata a soccorrerlo. L’avesse fatto sarebbe sopravvisssuto. Ma a chi interessa la sorte di un Rom? «Uno zingaro di merda in meno».
Il premio di questa serata non è solo agli autori, ma anche alla piccola casa editrice che ha compiuto un gesto di grande coraggio, pubblicando un libro talmente controcorrente da essere assolutamente necessario.

fonte: sconfinamenti
lunedì, 29 giugno 2009
foto: misskappa.blogspot.com

(MissKappa)

«Il decreto abracadabra, come saprete, è stato approvato ed è legge. Rifiutati tutti gli emendamenti presentati dall'opposizione. E tant'è. Maggioranza contenta, opposizione nazionale abbastanza indifferente, opposizione locale pacatamente contrariata. Io e moltissimi Aquilani, passatemi il termine, incazzatissimi. E lo diremo sabato 27, con una manifestazione che partirà alle ore 15 dalla rotonda di Piazza d'Armi, lì proprio dove c'è uno dei campi cittadini più difficili, e si snoderà lungo la statale 17, a toccare altri tre campi, con la speranza di arrivare fino al Dicomac, quartier generale della plenipotenziaria Protezione Civile. Ma ci bloccheranno, ne son certa. La protesta ci sarà comunque. E determinata. Si ribadirà il no convinto al Decreto Abruzzo e l'appello per la campagna 100%. Cento per cento di ricostruzione, di trasparenza e di partecipazione.»

[continua a leggere]
 
giovedì, 25 giugno 2009
di manginobrioches


No. Lo ammetto. Non m’importa nulla.
Non m’importa nulla se Papi si porta le minorenni in piscina. Non aggiunge nulla alla persona rozza, volgare e sgradevole che già mi sembra senza che nemmeno dica una sillaba: basta guardare quel viso stirato e truccato, coi capelli ritinti e ricresciuti, quel sorriso televisivo, coi denti di resina, le rughe arginate e riempite di filler.
Ha l’età che avrebbe mio padre se ci fosse ancora, e assurdamente li paragono, nella mia mente. Mio padre, uomo antico e verecondo, sarebbe morto di vergogna prima di mettersi il cerone o farsi tingere i capelli. Mio padre non si sarebbe mai fatto fotografare con le ragazzine sui ginocchi: nemmeno le nipotine. La giusta distanza in lui era un alone fisico e mentale, uno spazio fermo e preciso nel quale potevi entrare solo col suo permesso.
In quello spazio c’erano cose come il rispetto, il giudizio, l’equilibrio. Dovevi sentire che le attraversavi, per muoverti verso di lui.
Aveva, come tanti della sua età, un corpo a parte. Riservato, decoroso.
M’inquieta, del Papi, il suo corpo esposto e mostruosamente eucarestizzato, il suo corpo vorace che mangia gli sguardi, che attira il gesto, la condivisione primitiva. Il suo corpo da fiction. Il suo corpo eternamente giovane che fa soprattutto una cosa: nega la realtà.
Si mette in testa i cappelli, il Papi; fa bagni di folla, il Papi, come quella contessa si bagnava col sangue di vergini: era il fondamento del suo apparire e del suo potere.
Mi vengono in mente, con un certo raccapriccio, i corpi antracite, sfuggenti, sepolti nella grisaglia dei nostri governanti d’una volta. Corpi insensibili, negati, funzionali (e le vignette li facevano tutti uguali: era la testa, dei burattini-burattinai, a fare la differenza, a renderli “rappresentabili”).
Mi viene in mente il corpo di mio padre, inimmaginabile, composto, segreto. Solo le cravatte, estrose, ne denunciavano - di sbieco - l’indole immaginativa, la terza e quarta vista, l’intelligenza aguzza ma cauta delle forme.
Fu sindaco, per qualche anno, della nostra città democristiana di fuori e fascista di dentro: lo vedevo passare lontanissimo, alla processione della patrona, con la fascia tricolore in vita (era magro, e gli cadeva alla perfezione sui fianchi stretti fasciati dal frescodilana scuro). La sua adesione ai simboli era rispetto istituzionale, era, in qualche modo, passione civile. Non era un abito, era un’investitura, e così lui la portava.
In quest’omino, il Papi, che si fa beffe delle uniformi e dei simboli, vedo un’altra, imperdonabile mancanza di rispetto.
Nei suoi golfini, nelle sue camicie rimboccate non vedo la scanzonata immagine d’un uomo che vive appieno, vedo l’insofferenza verso simboli che non sono i suoi. Vedo i costumi da sit-com, vedo l’universo patinato e griffato che in taluni pezzi del Paese ha sostituito la realtà.
No, non m’importa affatto l’andirivieni di ragazzine patetiche (fossero mie figlie mi vergognerei moltissimo per la loro mancanza d’immaginazione) a bordo piscina: il vecchio gallismo del potere s’è sempre espresso così.
M’importa che il Papi sia un uomo talmente lontano da qualsiasi possibilità di buongusto e buonsenso. M’importa che mio padre si volgerebbe da me e mi direbbe pianissimo: “Ti aspetto fuori, qui non c’è spazio per me”.
sabato, 20 giugno 2009
domenica, 14 giugno 2009
lunedì, 08 giugno 2009