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«I poteri hanno visto nelle isole dei luoghi di reclusione. Hanno piantato prigioni su ogni scoglio. Il mare nostro brulica di sbarre.
Gli uccelli invece vedono nell’isola un punto di appoggio dove fermare e riposare il volo prima di proseguire oltre.
Tra l’immagine di un’isola come recinto chiuso, quello dei poteri, e l’immagine degli uccelli di un’isola come spalla su cui poggiare il volo, hanno ragione gli uccelli.»
 
Erri De Luca a “che tempo che fa”, 20 maggio 2009
domenica, 24 maggio 2009
sabato, 23 maggio 2009
«Pensate – lo dico a chi è stato in politica, chi è stato militante - cosa è stato per noi la relazione con il mondo? Come entrava, non come una cornice esteriore ma come il punto cruciale della passione. E per noi la passione in quei casi era proprio sostantivo del verbo patire.
Quanta sofferenza abbiamo patito per tutte le tragedie dei popoli del mondo...
Vi ricordate il giornale Vie Nuove che pubblicava a fumetti la guerra del Vietnam? Quando avevo 10 anni, cercavo di vedere sulle mappe, sulle cartine geografiche dov’era il Vietnam, dov’era quella città, Dien Bien Phu dove il generale Giap aveva precedentemente sconfitto i francesi.
Ma quelle vicende erano carne e sangue della costituzione della militanza politica. ... C’erano scioperi spontanei quando c’era una strage fascista in America latina, c’era un colpo di stato.
Il mondo era l’unità di misura delle nostre azioni, dei nostri pensieri. Poi, ad un certo punto, nel mondo della globalizzazione, si è determinato una specie di stacco emotivo, un cortocircuito. L’internazionalismo si è sbrindellato. Ma non dico l’internazionalismo come un’adesione ideologica ad un luogo generale del pianeta, ma dico le conoscenze di quello che accadeva nel mondo.»
 
Questo diceva Nichi Vendola all’incontro del 19 aprile, a Cremona.
E parlò anche di quell’operaio che alle riunioni in Camera del Lavoro della Torino prefascista domandava ad Antonio Gramsci: “Che succede in Giappone?” Perché «per l’esito della sua lotta a Torino considerava necessario sapere “cosa succede in Giappone”».
 
 Franco Dolci, 25 aprile 2009
 
Sono anni che trascrivo – e quando posso accompagno ad una pubblicazione – le memorie di Franco Dolci, dirigente per mezzo secolo del fu Partito comunista italiano, dirigente del movimento cooperativo, ex presidente dell’Amministrazione provinciale. Trascrivendo dai sui quaderni manoscritti la storia del Movimento Partigiani della Pace ho davanti a me l’esatta misura di quella passione di cui parla Vendola.
 
Scriveva Dolci le note sul suo impegno alla testa di questo movimento – ovvero dei Comitati per la pace – tempo fa ma con il mondo dei due blocchi già stravolto; scriveva con l’onestà intellettuale che gli viene universalmente riconosciuto. Nessun “opportunismo storico”, caso mai qualche considerazione a margine su come la storia gli avesse dato a tratti ragione, a tratti torto.
 
Su Ora Sesta sarà pubblicato l’intero materiale; “l’ e-book” sarà aggiornato con il procedere della digitalizzazione del manoscritto.
T.M.
domenica, 03 maggio 2009
di Zena Roncada

1° Maggio a Sermide,  anni '50  - fonte: www.cgil.mantova.it
(Corteo del 1° Maggio a Sermide, anni '50 (fonte: www.cgil.mantova.it)


Sarà che spesso ci svegliava il sole e, se questo non bastava, era la voce che arrivava grossa, col tono un po’ da chiesa contadina. La voce che diceva ‘È il primo maggio, la festa dei lavoratori’.
 
Sarà che ci si alzava svelti, per vedere cos’altro succedeva, dietro la Topolino verde prestata dall’Ivano, per annunciare che il comizio c’era.
 
Sarà che si restava presi, poi, dal caffellatte, da mangiare in fretta con il pane, così buono spezzato sul tagliere, dai colpi secchi della Dina mianonna.
 
Sarà che la festa era già tutta nell’odore: la gallina gonfia a sobbollire, la pancia piena di tritura. Certi ovini caldi (quanta ricchezza implosa) già pronti nel piattino per la mano più veloce, col sale per seconda pelle. E le scarpe, le scarpe col nero ad asciugare sui gradini, prima che il nonno le tirasse a straccio: rito d’antica, familiare tradizione, che voleva le donne risparmiate e gli uomini fieri di tanta gentilezza brillantata.
 
Sarà che gli uomini di casa legavano la cravatta rossa e ci tenevano per mano, fino al carretto portato nella piazza: bandiere e biciclette poggiate agli archi del palazzo, fra parole che non capivo bene, tutte stese davanti al municipio, sedute al caffè coi tavolini, poi alte alte sul vociare da mercato.
Il comizio finiva: allora mio padre metteva me (e la mia timidezza di vergogna) lassù, in alto, perché ci fosse un bacio all’oratore.
 
Sarà che si tornava con un nastrino al petto.
Sarà che mianonna, appena a casa, requisiva i garofani residui per cercarne i getti e piantarli nel giardino.
Sarà che i getti si chiamavano ‘cursin’, di esse dolce: piccoli cuori, come tutto ciò che la Dina maneggiava,… ma è proprio il cuore che mi manca, oggi, il cuore dei gesti e delle cose.
Quello che si trovava anche su un carretto, quando si era semplici e bambini.
venerdì, 01 maggio 2009