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F. C. Battaglia - Akab, Cristo di carne su Bog&Nuvole

sabato, 28 febbraio 2009
Rimugino un pensiero da parecchio tempo e dirlo qua, pubblicamente, forse è soltanto come cantare facendo una strada nel buio, per farsi coraggio.
Mi domando se non è da folli parlare a prescindere, facendo finta che non ci sia un mondo che misura i risultati in numeri, in quantità, in immediati effetti.
Mi domando se non è follia quella della formica che punta le spalle a una briciola che non potrà mai spostare, da sola.
Domande retoriche.
Leggo, piuttosto, e le risposte arriveranno; il coraggio, mi auguro, pure.
«D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce.» (Luisito Bianchi)
T.M.

Viboldone (Foto M.L.S.)

 
19 febbraio 1968
 
«Alla mensa, sabato, 17. Non mi ricordo che al sabato non si vende il pane alla mensa. Ho di fronte a me un giovane siciliano, assunto il giorno dopo di me, terremotato. Occhi azzurri, capelli biondi, carnagione rosea: un tipo somatico come se ne incontrano in Sicilia e che richiama la dominazione angioina. Nota che non ho pane. Me ne taglia un pezzo dal suo e me lo dà. Comprendo l’atto di grande generosità. Per lui il pane è la base di tutto, come la pasta. Nel piatto di minestra, infatti, ha messo le tre patate del contorno e una forma di pane. Un gesto che mi penetra dentro. Mi domando se è credente. Ma ha compiuto un gesto cristiano, ha spezzato il pane. Che vale spezzare il Pane nell’assemblea eucaristica se non lo si spezza nella vita? Abbiamo talmente staccato il rapporto con Dio da quello con gli uomini che la Messa è diventata solo un rito, tranquillizzatore di coscienza. Ho con me una mezza arancia. Gliene offro metà. “Parola d’onore, non mi piace”.»


8 febbraio 1969
 
«È passato ormai un anno di fabbrica. Esattamente il 5, giorno dedicato alla vergine siracusana, smammellata per amore di Cristo, e agli eunuchi della terza categoria, tali propter regnum cœlorum. Mi piace molto questa liturgia che deve essere stata composta da chi non aveva complessi, senza aiuto della psicanalisi, di fronte alla Parola di Dio. Non certo come il traduttore che, di fronte al se castaverunt, è assalito dagli scrupoli che i primi cristiani meditando sui detti e sulla figura di Cristo, non avevano e, piamente e ipocritamente (due avverbi che vanno spesso insieme nella mia razza clericale), parla eufemisticamente di rinunzia al matrimonio. Io non ho rinunciato un corno al matrimonio; eppure, fino ad ora, scelgo la castrazione propter regnum. Sarei un infelice se pensassi al matrimonio e lo vedessi come una rinunzia e non come una conquista quotidiana trasfigurata misteriosamente da chi non può essere ridotto in nessuno schema e in nessun articolo di codice. Mi piace questa liturgia tanto che la celebrai ieri non avendola potuta celebrare il 5. Ho iniziato, dunque, il mio secondo anno di fabbrica, e con uno sciopero per la faccenda delle pensioni. Buon auspicio. L’anno scorso iniziai con un paio di terremotati siciliani; ora con uno sciopero. Se fossi un cabalista o un augure ne trarrei dei pronostici. Mi è sufficiente un po’ di umorismo e pensare, con Paolo, che la notte è del Signore come il giorno è del Signore. Ma sarebbe di pragmatica fare un bilancio consuntivo dato che quello preventivo non mi interessa. Forse che il consuntivo ha più senso? Ho vissuto, ecco tutto. Non è poco vivere, quando non si vede nulla. Mi devo domandare, però, se quest’anno, appartenendo al Signore, non appartenga anche alla Chiesa e se io non abbia un dovere di coscienza di donarlo alla Chiesa anche con segni esterni e non solo fidandomi dei vasi comunicanti che svolgono il loro lavoro all’insaputa di tutti, figurarsi dei ragionieri dello Spirito! Mia sorella monaca mi dice che ho un dovere di dire, di scrivere; che debbo rischiare perché quello che vivo non appartiene solo a me. Altri me lo dicono. La mia incertezza riguarda soprattutto il modo e lo stile della comunicazione. Ma anche i contenuti. Che dire? Se parlo liberamente c’è il rischio di entrare in polemica e di essere frainteso. L’ho già esperimentato a livello di contatti personali, proprio con chi “s’interessa del mondo del lavoro”. Ogni tua affermazione viene presa in un atteggiamento difensivo, forse inconscio. Lo comprendo: se certe mie affermazioni o perplessità venissero accolte, si metterebbero in questione l’azione e l’indirizzo dei miei confratelli, dei vescovi, del papa… E poi vale la pena? Mi sentirei di dire solo questo: fate un anno di fabbrica e poi ne riparleremo. D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce. Ma chi mi assicura che rispondo, in questo modo, ad un’esigenza di fedeltà? Dovrebbe bastare la mia coscienza. Ma devo tenere in considerazione anche l’attuale situazione già confusa per un’esigenza di carità. E allora? Taccio? Ma il rischio vero, quello evangelico, non è la conseguenza del proclamare dai tetti quello che si sussurra nell’orecchio? Dio mio, come sarebbe bello andare a letto e dormire in una stanza calda, e poi dormire e, quando ci si sveglia, dormire ancora.»
 
Luisito Bianchi, I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi, 2008
lunedì, 16 febbraio 2009
Non c’è dubbio che il caso di Eluana sia stato accompagnato da una pessima informazione. Ma questo non è un alibi per evitare di affrontare lucidamente il problema. Si tratta di un problema di civiltà, che riguarda l’invasione della tecnologia medica nella vita umana. Mi trovo d’accordo con il filosofo cattolico, cattolicissimo, Giovanni Reale, quando vede nel caso di Eluana – sono sue parole – un abuso da parte di una civiltà tecnologica che vuole sostituirsi alla natura. Quando avverte che si è perduta la saggezza della giusta misura e la Chiesa e il Governo sono vittime di questo paradigma dominante, che vorrebbe tenere in vita Eluana contro la natura e, infine, quando cita Papa Wojtyla, che, rispondendo ai medici che gli offrivano di continuare a curarlo, disse: «Lasciatemi tornare alla casa del Padre».
 
Senato della Repubblica – 25 – XVI LEGISLATURA – 145ª Seduta Assemblea –
9 febbraio 2009
dal Resoconto stenografico, pp. 25-26
 
Intervento del sen. Veronesi
 
Signor Presidente, cari colleghi, in questi mesi, come è mia abitudine, ho molto ascoltato. Ma oggi mi sento moralmente in dovere di prendere la parola. Vi parlo per ciò che sono io, per quello che rappresento per i cittadini: un medico, un uomo di scienza che, per più di cinquant’anni, è stato vicino ai malati di cancro (che ha aiutato a guarire e a vivere a lungo, molto a lungo), ma vicino anche alla sofferenza, al dolore, alla morte.
Sono sconvolto dalla singolare, direi assurda, procedura cui stiamo assistendo. Una legge dello Stato, che riguarda la libertà individuale, verrebbe sbrigativamente approvata sull’onda delle emozioni sollevate da un caso mediatico. Perché questo è il caso di Eluana: un caso mediatico, perché non ha nulla di diverso, dal punto di vista scientifico e umano, da altre centinaia di casi di coma vegetativo permanente nel nostro Paese, di cui nessuno si occupa. Dietro a una legge emanata per Eluana non ci sarebbe, dunque, né logica, né razionalità, ma essenzialmente un’onda emotiva, che per sua natura è passeggera e, soprattutto, è una cattiva consigliera.
giovedì, 12 febbraio 2009
 fonte: www.libertaegiustizia.it

«Le posizioni in tema di etica possono essere prese in due modi. In nome della verità e del dogma, con regole generali e astratte; oppure in nome della carità e della com-passione, con atteggiamenti e comportamenti concreti. Nella Chiesa cattolica, ovviamente, ci sono entrambe queste posizioni. Nelle piccole cerchie, prevale la carità; nelle grandi, la verità. Quando le prime comunità cristiane erano costituite da esseri umani in rapporto gli uni con gli altri, la carità del Cristo informava i loro rapporti. La “verità” cristiana non è una dottrina, una filosofia, una ideologia. Lo è diventata dopo. Gesù di Nazareth dice: io sono la verità. La verità non è il dogma, è un atteggiamento vitale. Quando la Chiesa è diventata una grande organizzazione, un’organizzazione “cattolica” che governa esseri umani senza entrare in contatto con loro, con la loro particolare, individuale esperienza umana, ha avuto la necessità di parlare in generale e in astratto. È diventata, - cosa in origine del tutto impensabile - una istituzione giuridica che, per far valere la sua “verità”, ha bisogno di autorità e l’autorità si esercita in leggi: leggi che possono entrare in conflitto con quelle che si dà la società. Chi pensa e crede diversamente, può solo piegarsi o opporsi. Un terreno d’incontro non esiste. [...]
 
Dobbiamo allora credere che il conflitto di oggi tra mondo laico e mondo cattolico, che ha accompagnato il calvario di Eluana, segnali soprattutto la fine della riflessione del Concilio Vaticano II e, per quel che ci riguarda, la crisi di quella “disposizione costituzionale” che è consistita, per lo Stato, nel principio di laicità contenuto nella Costituzione, e per la Chiesa nella distinzione tra religione e politica?

Il Concilio Vaticano II ha rovesciato la tradizione della Chiesa come potere alleato dello Stato, ha voluto liberarla da questo legame tutt’altro che evangelico. Non si propose di proteggere o conservare i suoi privilegi, ancorché legittimamente ricevuti, e invitò i cattolici a un impegno responsabile nella società, uomini con gli altri uomini, con la fiducia riposta nel libero esercizio delle virtù cristiane e nell’incontro con gli “uomini di buona volontà”, senza distinzione di fedi. Fu “religione delle persone” e non surrogato di una religione civile. Il cattolicesimo-religione civile sembra invece, oggi, essere assai gradito per i vantaggi immediati che possono derivare sia agli uomini di Chiesa che a quelli di Stato. [...]
 
Il mondo cattolico enfatizza spesso il valore della dimensione comunitaria della vita, soprattutto nella famiglia. È la convinzione che induce la Chiesa a invocare a gran voce la cosiddetta sussidiarietà: lo Stato intervenga soltanto quando non esistono strutture sociali che possono svolgere beneficamente la loro funzione. Mi chiedo perché, quando la responsabilità, la presenza calda e diretta della famiglia, nelle tragiche circostanze vissute dalla famiglia Englaro, dovrebbero ricevere il più grande riconoscimento, la Chiesa - con una contraddizione patente - chiude alla famiglia e invoca l'intervento dello Stato; alla com-passione di chi è direttamente coinvolto in quella tragedia, preferisce i diktat della legge, dei tribunali, dei carabinieri. Sia chiaro: lo Stato deve vigilare contro gli abusi - proprio per evitare il rischio espresso dal presidente del consiglio con l’espressione, in concreto priva di compassione, “togliersi un fastidio” - ma osservo come la legge che la Chiesa chiede assorbe nella dimensione statale tutte le decisioni etiche coinvolte: questo è il contrario della sussidiarietà e assomiglia molto allo Stato etico, allo Stato totalitario.»
 
(Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale a laRepubblica)
 
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Rompiamo il silenzio
mercoledì, 11 febbraio 2009

«...ad Eluana un sereno volo verso la libertà» (V.B.)

lunedì, 09 febbraio 2009