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Per un anno migliore. Per un anno buono. Per tutti.
Auguri.
mercoledì, 31 dicembre 2008
«Nel tanto parlare che si fa oggi del ministero possibile della donna nella chiesa, non è forse di poco conto far notare che le prime ad essere evangelizzate in terra “europea” furono delle donne (fra di loro ci sarà stato qualche uomo? Gli uomini per avere un luogo di preghiera, una sinagoga, dovevano essere almeno una decina). Naturalmente è una donna a presiedere, e a condurre la preghiera; il fatto anche qui singolare è che la responsabile sia Lidia, nemmeno ebrea, ma solo una gentile, credente, che viene dalla città di Tiatira, situata fra Pergamo e Sardi, ed è una commerciante di porpora. Da loro nascerà la prima chiesa “europea” e quell’amicizia per Paolo che porterà l’Apostolo ad accettare solo da quella chiesa il sostentamento nel momento del bisogno [...].
Per chiudere questo abbozzo sul secondo capisaldo a difesa della gratuità del ministero, l’amicizia, per la mediazione in modo particolare di Lidia, possiamo richiamarci il senso dell’amicizia femminile in Gesù, e il dono che egli fece dell’amicizia, nell’ultima cena, quasi come l’ultimo sacramento, un tutt’uno col fare memoria di lui, crocifisso e risorto, con l’eucaristia: “Vi ho chiamato amici” (Gv 15, 15). “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (ib., 13). Forse il silenzio su Lidia potrebbe essere il suo modo, del tutto femminile perché del tutto gratuito, di dare, scomparendo, la propria vita per l’amico Paolo.»
 
*
Su Viator (e fra breve su OraSesta), una nuova tappa del sentiero di parole di don Luisito Bianchi verso l’Utopia, la gratuità del ministero della Chiesa.
mercoledì, 31 dicembre 2008

dedicato a lei, che ha saputo reinventarsi..


“...la frontiera ...separa ...le genti che si mescolano e si scontrano sulla sua linea invisibile, ma anche unisce quelle stesse genti, che si riconoscono talora affini e vicine proprio in quel loro comune destino che le grandi madrepatrie non riescono a capire ...” (Claudio Magris)
 
La frontiera è ormai come linea d'orizzonte che si ripropone, perpetuamente, al viaggiatore che deve lasciare la sua patria e avventurarsi nel nuovo globomondo; a Nord, a Ovest , a Sud, è un continuo crearsi e scomparire di linee invisibili che annullano e spostano i confini segnati dalle carte geografiche. Oggi, essere sulla linea di confine significa raccogliere la preziosa osmosi di due civiltà contigue ma a volte anche lontane, un patrimonio che annulla il confine fisico perché in ogni caso la frontiera culturale finisce per essere lo spazio di tutti, attraversata com'è, ogni giorno, da migliaia di parole di lingue ed etnie diverse; l'Italia, anzi l'Europa, appare come un grande cantiere in cui milioni di anime progettano e ridisegnano senza sosta la parlata, la semantica, la sintassi e la grammatica, nonché l'idea di letteratura:
 
“ogni espressione letteraria, ogni forma è una soglia, una zona sul limitare di innumerevoli elementi, tensioni e movimenti diversi, uno spostamento dei confini semantici e delle strutture sintattiche, un continuo smontaggio e rimontaggio del mondo, delle sue cornici e delle sue immagini, come in un teatro di posa in cui incessantemente si riassestino le scene e le prospettive della realtà.”
 
La frontiera, quindi, torna ad essere “l'altro più prossimo”, come fu nel circuito di diffusione del fenomeno culturale dei cantori medioevali.
 
Joseph Zoderer, nato a sud delle Alpi, nella regione del Südtirolo che per settecento anni fu terra asburgica e che dopo la prima guerra mondiale ci fu ceduta, dice di se stesso
 
“Quando avevo quattro anni i miei genitori mi portarono via da casa mia, assieme ai miei fratelli, per trasferirsi a Graz. Da quel momento vissi in un paese straniero come se fosse la mia patria, e non vedevo alcuna differenza, neppure il fatto che per strada, in cortile e a scuola parlavo il dialetto di Graz come tutti quelli della mia età –la loro lingua era la mia– ma, chiusa la porta di casa mia, le parole improvvisamente mi si cambiavano in bocca, in un baleno mi si trasformavano nella testa in altre parole, o comunque era la mia bocca a pronunciarle in modo del tutto diverso, in sudtirolese. Tra le pareti di casa mia, parlavo senza accorgermene con un’altra lingua, parlavo come un bambino di Merano, non come uno di Graz. Quando poi mi stabilii definitivamente nella mia terra natale, ero un uomo sulla trentina...”
venerdì, 26 dicembre 2008
Storie bambine
di Zena Roncada
 
“La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza”. Qualcuno pensa che questa frase racchiuda la poetica di Luisito Bianchi; lo penso anch’io. Conosco una sola persona che, similmente, in un semplice succedersi di parole riesca a racchiudere un universo ed esplorare un “pulviscolo di galaverna”, ed è Zena Roncada.
La fotografia della bambina è stata a lungo sulla pagina di apertura del sito OraSesta; tra le molte scattate da Luisito Bianchi – di cascine e di gente di cascina – è l’immagine che più mi è cara. Quella bambina ti guarda e quello sguardo disarmato ti fa domandare se sei… degna. Degna di essere il suo passato e il suo presente, ché lei ha già sulle spalle la responsabilità di essere il futuro.
Per le Storie bambine di Zena non potevo scegliere che questa fotografia; per questo Natale non poteva esserci dono più bello, su queste pagine, delle parole di Zena e un’immagine di Luisito Bianchi, accostate.
Buon Natale a tutti, bianco nel cuore.
T.M.

Foto di copertina: Luisito Bianchi (1960 cca)

«Va’ a prendere lo zucchero, di sopra, dentro l’armadio delle scale. Per il caffè dei testimoni... disse la voce nuova.
La bambina salì le scale più presto che poteva: c’era da farsi voler bene.
Lo zucchero stava nel vaso grosso: meglio prenderlo con tutte e due le mani, a costo di far senza ringhiera.
 
Le scale di marmo così bianco diventano burro, all’improvviso, o lacci traditori.
Lo zucchero per terra brillava in mezzo ai vetri.
Un luccichio a punte.
Alla bambina tornò, come un sapore agro, la storia bella dell’Armida.
La contava di sera, quando il sonno tardava e il vapore fermava sul muro la forma dei mattoni.
Storia di principessa e granellini, il dono delle fate. Da non sciupare mai, da tenere più cari della vita: gli azzurri per l’acqua, i gialli per il sole, i bianchi per il bene. I bianchi per il bene.
 
Si mise a piangere, forte, col singhiozzo.
Lacrime di zucchero e di malinconia, di granellini scappati per le scale. Bianchi.
Tutti pensarono si fosse fatta male.»
(da: La bambina dello zucchero)
domenica, 21 dicembre 2008
Enzo Bianchi a "Che tempo che fa"

Enzo Bianchi a "Che tempo che fa"

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 Il pane di ieri

 Enzo Bianchi - Il pane di ieri
«Il cibo, a ben guardare, oltre che un nutrimento necessario è anche qualcosa di cui si deve "aver cura". La tavola è luogo di incontro e di festa e la cucina è un mondo in cui si intrecciano natura e cultura. Preparare il ragù può diventare allora un momento di meditazione e la bagna càuda un vero e proprio rito in cui gli ingredienti che la compongono rappresentano uno scambio di terre, di genti, di culture. A dispetto di ogni localismo (anche culinario) tutti i cibi anche i più nostrani, sono carichi di debiti con l'esterno e con chi, in terre lontane, ha coltivato le materie prime, le ha fatte crescere e le ha raccolte.»
domenica, 21 dicembre 2008