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di Lam

                      Aveva corde di fieno – quattro.
                      Urlò suo padre -
                      mentre spennava il gallo:
                      “Legale alla caviglia, vola”.

                      Nel cappello teneva un merlo.
                      Disse sua madre -
                      Mentre slegava il sacco:
                      “Tienilo in gabbia, prova”.

                      Ne fece una collana.
                      Anelli alle zampe – stretti.
                      E filo d’argento - coda.
                      Come recinto – un salto.

                      Brillò così l’uccello
                      Ardeva fra quei capelli
                      Cantò sulla sua testa
                      Sotto il cappello – i campi.

                      Bavero, stivale, cintura - e ferro.
                      Ahi - che male - lingua imbrigliata, mora.
                      In bilico - sui pistilli - distesero il cielo i giorni.

                      Quando spararono alle lepri – le cerniere aperte
                      - quelli - mostrarono nembi agli occhi
                      E nebbia fra le narici – a stemperarne impronte.
                      Uscivano parole muffe – Sulla sua bocca, un bruco.
                      Dispiace, disgrazia, oh Dio - il suo nome.
                      Ghiande di sangue – farina di sposa.
                      Verde, ruggine, acqua – giorni di pioggia e afa.
                      Parlarono come sapessero il luogo – il giorno -
                      l’ora in cui passeranno sterne, germani – i morti.
                      La nuova stagione – o chiusa
                      Fin dalla luna piena.

                      Strisciarono lungo vernice oliosa, pellicce e sguardi finti
                      Sillaba di rossetto – menzogna, riparazione, scherno.
                      Qualcuna allargò le gambe, ne fece uscire un topo.
                      Davanti alla tomba – un prete parlò - col muro
                      Furono mosche e fiori – afrori di farsa, scongiuri.
                      E tacchi di cavalletta schiacciavano - foglie, terra - i figli.
                      Non nacque spiga dai passi – solo ricordi larva.

                      Allora, tolse il cappello la donna.
                      Frulla il merlo.
                      Rupe, vallata, bosco – cresta di montagna, gola – Domani.
                      Dagli occhi al petto, dal pube al piede.
                      Cantò il suo merlo – nel riccio - al riparo vissuto.
                      Bulbo, guancia, seme di madre - pelo.
                      Cantò ciò che sapeva
                      Che aveva sentito, oltre guardassero alcuni.
                      E soprattutto, com’era buono un bacio.

                      Ebbe catene – fu forca il sole - e chiavi la terra.
                      Ma il padre offrì del vino – la prima volta sembrava.
                      Farò così, se griderà dal vento.
                      La madre lavò erba rossa – come inventata quel giorno.
                      Farò lo stesso, se chiamerà dai pini.

                      Sotto gli spari, un nido – covava di nuovo sogni –
                      Odori – fra i gusci infranti – muove.
venerdì, 26 settembre 2008

Ex Snia / Teatro Fraschini - Pavia - 19 marzo 2007
Fabio Turchetti - Aldo Pini - Enzo Frassi

Mariella Mehr: Un Urlo

Un brano del documentario di Giovanna Palazzoli
vedi ancora:
Mio angelo di cenere
Non c'era mare
mercoledì, 24 settembre 2008

"...mai andare oltre ciò che ci incanta nel giorno, nell’ora. Fare propria questa strada, fin là dove ci si perde..."

sabato, 20 settembre 2008


"L'anima, prima di concedersi al corpo, ha udito le armonie divine, e, calata ormai nel corpo, quando ascolta i canti che meglio osservino la divina traccia di armonia , si compiace e rammenta, attraverso essi, l'armonia verso la quale si sente portata e con la quale si identifica partecipandone nella misura che può"
(Giamblico)

San Tommaso definì l'anima "Principio immediato della vita", ma nello steso tempo Sant'Agostino pensava che corpo e anima fossero nemici tra loro fin dalla creazione del mondo.
Michel de Montaigne, ammettendo l’esistenza dell’anima, ne riconosceva la grandezza nella mediocrità piuttosto che nella eccezione. Rimbaud considerava anima e corpo una falsa dualità dell’uomo e Marguerite Yourcenar dettava il suo credo "...ogni anima si ammaestra attraverso la carne..."
Oggi quasi nessuno si cura più dell'anima, tranne i ritornelli delle canzonette e i versi di alcuni poeti, o i rigurgiti di qualche nostalgico sentimentale... E come dare torto a questo nichilismo imperante? Incorporea, l'anima ricorda il vuoto profondo (Epicuro), incolmabile eppure ricco se essa vi s'addentra.
Ma quando Goethe scrive:
"All'acqua assomiglia l'anima dell'uomo
all'acqua che dal cielo viene e al cielo risale
all'acqua, che eternamente mutando,
alla terra deve restituirsi.
E tu, sorte dell'uomo assomigli al vento"

afferma inconsapevolmente il principio della materia: nell'accezione moderna, l'anima altro non è che l'insieme delle nostre funzioni vitali, regolate da un complesso sistema di scambi chimici che ci permettono di emozionarci, di ridere, piangere, gioire, vegetare o vivere

PierGiorgio Odifreddi riservò al suo intervento per il ciclo di conferenze organizzato dall'editore Luca Sossella sul "logos", tenutosi nel mese di settembre 2006 all'auditorium di Roma, proprio all’anima. Per spiegare ad un pubblico non addetto ai lavori e in poco più di un'ora la funzione del logos, portò ad esempio due parole ormai inflazionate come "spirito" e "anima", alle quali i pensatori continuano ad attribuire l'aura del soprannaturale.
"lo spiritus latino, così come i suoi equivalenti greci psyche e pneuma, o quelli sanscriti brahman e atman, non significavano altro che la naturale respirazione, nelle due forme complementari dell'inspirazione dell'espirazione. O che anemos era semplicemente il vento e "animato" chi respirava: come gli animali, appunto, dei quali non si pensa certo che abbiano un'anima..." (P.Odifreddi)
Per secoli filosofi e pensatori, metafisica e religioni, hanno basato i loro studi e fondato il loro pensiero su spirito e anima contrapposti al corpo: quelle due voci del linguaggio corrente, risultano ormai delle metafore vuote di significato, lemmi nati da un processo di lenta acculturazione in cui necessitò dare un nome alle cose: "scambiare un concetto astratto per un oggetto concreto".

Ma noi vogliamo ancora credere, con Aristotele, che l’anima sia la vera e unica forma del corpo e che l’anima a seconda della sua capacità di vivere in armonia con il resto dell'universo, manifesti la sua esistenza nei diversi gradi che le armonie concedono di rivelare.
venerdì, 19 settembre 2008
«Che cos'è un'epoca? Un tempo che ci offre circostanze tipiche.»
Leggendo Epoca di Tiziano Scarpa mi è tornato in mente un racconto di undulant sul suo blog “carsico” che volevo riportare qui, su OS, ma al momento di agire… ops, non c’era più.
La volevo qui quella donna che ripulisce la città dallo “sporco emblematico” dei nostri giorni. Volevo incorniciarla qui, anche spinta dalla convinzione che siamo più inclini a “collezionare” episodi o figure di un passato prossimo, attendendo quasi di ripescare poi dalla memoria le tracce dei giorni nostri. (Anzi, pare che diventino “giorni nostri” quando diventano il nostro ieri…)
 
Prima che scompaia di nuovo, ricopio dunque qui un pezzo di memoria di oggi. (T.M.)

080209-Sermide 
Poi tutto tornava normale
 
Era più forte di lei.
Per il resto, la sua vita era normale. Un lavoro, un marito, dei figli. I vestiti leggermente fuori moda.
Ma era più forte di lei: non sopportava la pubblicità.
In ogni sua forma. In particolare le brochure, i volantini. Attonita, guardava i mucchi di cartacce spuntare in ciuffi selvaggi dalle cassette destinate alla posta.
Fu così che le venne la mania dell’antivolantinaggio, in maniera del tutto naturale.
Prese a girare per il quartiere, a estrarre dalle cassette l’odiato nemico, a depurarle da quei colori artificiali.
La città era piccola, molti la conoscevano, immenso fu lo stupore. Ma in fondo c’era solo da esserle grati per quel folle lavoro.
Ci si abituò rapidamente all’esile figura che alzava i tergicristalli delle macchine per togliere la pubblicità. E con che cura poi, quasi liberasse le zampette di un povero animale caduto in trappola.
Usciva di casa con un’enorme busta. Immancabilmente la riempiva e gettava il bottino nel cassonetto della carta.   
Poi tutto tornava normale.
Andava a lavoro, a fare la spesa, a farsi i capelli.
mercoledì, 17 settembre 2008