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Linguaglossa
(pittura murale a Linguaglossa)


C’era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva:
“Raccontami una storia!”.
E la serva stava per cominciare, ma il re la fermò:
“Portami una penna e un foglio di carta”.
E quella stava per andare, ma il re la fermò di nuovo, ci pensò un momento e poi ci ripensò e alla fine disse:
”Portami anche un abate con le formule di incipit e un ostensorio per la benedizione, due scrivani con ciascuno dieci boccette di inchiostro e una risma di carta, tre rilegatori con ciascuno mille metri di filo da rilegatura, quattro intagliatori per le decorazioni con ciascuno una sporta di borchie di argento brunito, cinque pellai esperti con ciascuno una pelle pregiata per la copertina, sei miniaturisti con i colori più belli e i soggetti più fantasiosi, sette mercanti di pietre preziose per le incastonature sulla costola, otto cantastorie di strada per farti venire l’ispirazione e nove danzatrici arabe per distrarmi ogni tanto dai tuoi racconti senza fine.”
La serva porse al re la carta e la penna e incominciò:
“C’erano una volta nove danzatrici arabe su un carro trainato da muli, sulla strada per il palazzo reale. […]
 
continua sul blog di usermax
giovedì, 31 luglio 2008
di Zena Roncada


I giorni del silenzio hanno l’ovatta intorno.
Non chiudono, ma neppure aprono.
Arrotondano.
Premono contro la vita ma non sono la vita, come certi imballaggi preventivi, che solo tolgono aria e asprezza, in regime di parità.
Imbalsamazioni domestiche di spigoli e dolzure.
 
I giorni del silenzio proteggono un segreto o filano una paura.
Si arrendono ai pensieri rampicanti, che salgono lungo le certezze, bussano alle finestre, battono ai ricordi, complice il vento, poi si allontanano, all’invito di una ringhiera.
 
I giorni del silenzio fanno nido in altri giorni, come il cuculo.
Corrono avanti, cancellano il già stato, mettono in croce coscienza e speranza, in parti uguali, poi scuotono il grigio e tornano al presente, in nebulose chiare.
 
Restano sospesi.
Nella timidezza del racconto.
lunedì, 28 luglio 2008
di Gianni Priano

 

Matematico. Ci vuole qualcuno che dia una mano, nel forno.
Così si mette a camminare su per la strada romana, fuori dalla Città di Voltri, tra i canneti e gli ulivi, il mare giù a strapiombo.
Fa effetto il paesaggio a Baciccia? Indovinala grillo. Se entri in negozio ti declama Dante, meno te ne importa e più lui te lo declama. Ma se gli porti a vedere un poemetto, una piccola cosa notturna dedicata a tua moglie per chiedergli un parere si spazientisce, neppure prende i fogli che tieni tra le timide dita: carmina panem non dant, sentenzia. Come volesse sputarti in un occhio o cavartelo, l’occhio.
Gli darà emozione quel boschetto di lecci e il vento che viene giù dalla Gava e l’azzurro del cielo e la punta di un bricco o un rivo che appena gorgoglia?
Di certo c’è solo che arriva sudato a Niarbe, da Dria, il padre di Manìn. Sono Baciccia figlio di Antonio della Casarossa, ho fatto la guerra e fabbrico il pane.
Vi conosco, dice quell’altro. E aspetta. [...]

dal blog aureliovalesi.splinder.com
continua a leggere
giovedì, 24 luglio 2008

panedigranoduro.splinder.com

«Luoghi come incavi e prominenze del corpo, solchi profondi sulla pelle.
Camminarci é come accovacciarsi in un'impronta.»

i luoghi di IdaKrot
lunedì, 21 luglio 2008
«pita pitela, di Elia Malagò, uscì per la prima volta nel 1982, copertina nera e fregio verde a fare da cornice. Per i tipi di Forum/Quinta Generazione, nella Collana Poesia 80, diretta da Giampaolo Piccari.
Ora i Feaci ne accolgono un nuovo approdo, in forma del tutto rispettosa del testo originale, accompagnato da una nota di Rita Baldassarri e da una lettura di Gino Baratta.
Si vorrebbe avere una voce potente, quella dei fuochi che bruciano e schioccano d’estate sulle spiagge di Po, per salutare questo attracco, capace com’è di incrinare, per un attimo, la coltivata vocazione alla riservatezza dell’autrice, e di ospitare, nei possibili transiti della sua poesia, il regalo di un indugio (o di una tangenza).
Non di fermarlo.
Perché questo compete al testo poetico: l’inarrestabilità dei passaggi, la persistenza della mobilità.» [...]

Zena Roncada

Elia Malagò - pita pitela (FeaciPoesia) 

«per voi
perché insieme abbiamo atteso l'alba sull'altro versante, gli occhi fissi al mare.
Mi incammino.
Vi lascio questa conchiglia di voci e uno zufolo di salice e rubilia, casomai voleste inventare una pita pitela di vagabondi in cerca del sentiero che porta alla tana del sole.
Ci incontreremo ancora, forse. A un crocevia
Accenderemo un falò aspettando che la luna sfondi le pareti del cielo. E mi porterete l'avventura la tenerezza l'esilio e le mappe nuove. Chissà.»
elia
mercoledì, 16 luglio 2008