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30 giugno 1969

Passo tutta la notte interrogandomi sul senso di questa Chiesa. Se sono certo in coscienza che è un grave ostacolo all'evangelizzazione, che debbo fare? Siamo nella stessa situazione in cui scoppiò la Riforma.
I fermenti di rinnovamento sono costantemente bloccati dal centrali­smo monarchico di Roma e si esauriscono nella sterile protesta o nell’abbandono da parte di molti di ogni speranza che si arrivi a qualche cosa. Altri, nel clero, si gettano sullo studio e sfornano opere su opere, traduzioni su traduzioni che rivelano l'insostenibile posizione di que­sta Chiesa di fronte all'Evangelo e producono un fosso ulteriormente profondo fra un piccolissimo gruppo che può accostarsi a queste opere (fra il clero) e la maggioranza che non ha tempo né voglia né altre pos­sibilità di leggerle; mentre la separazione tragica con la massa prende sempre di più la sua reale fisionomia, proprio a causa di queste opere. Che debbo fare? Qual è l'esigenza di fedeltà a Cristo se lo vedo tradito da questa Chiesa? Al termine del turno di lavoro dico a bruciapelo a Castellani: la gente che pensa del Cristo? Lui capisce che la domanda riguardi esclusivamente il suo pensiero: siamo noi, Cristo siamo noi, poveri cristi. Sì, lui avrà fatto qualche cosina in più ma la differenza con noi è molto poca. Insisto: ma la gente, quella che tu conosci, il comune della gente, che ne pensa di Cristo? Non ne sa niente, mi risponde. Né se ne cura di sapere. Ma quale è la ragione? Incalzo. Adesso mi chiedi troppo. Dovrei chiederlo a me stesso e nemmeno io so rispondere per quello che mi riguarda.

(Luisito Bianchi: I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi 2008, pp. 483-484)
lunedì, 30 giugno 2008
Davvero singolare la condanna inferta dal Tribunale di Modica a Carlo Ruta, storico, scrittore, ricercatore di verità. Egli, infatti, è stato condannato a 150€ di multa e al pagamento delle spese giudiziarie per un totale di 5000€, perché ritenuto colpevole di violazione dell’art. 16 della legge n. 47 del 1948, la c.d. legge sulla stampa.
Il giudice Patricia Di Marco, dietro denuncia presentata dal magistrato Agostino Fera, ha considerato un normalissimo blog (accadeinsicilia.net) alla stregua di un giornale. Nel caso di specie il reato imputato è di “stampa clandestina”, delitto commesso da chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta. Ma per la prima volta tale norma è stata applicata, in Italia e probabilmente anche in Europa, ad un sito Web e un blog. […]
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il sito "storico" di Carlo Ruta: Le inchieste
venerdì, 27 giugno 2008
Graziano Spinosi - Moskva

22 giugno 2008

Il cielo di Mosca, in questo periodo, si alza e si abbassa repentinamente, cambiando così lo scenario di un luogo che non promette e non regala niente a nessuno. L'aria sa di zolfo e di polvere da sparo: è una città rovente ma ad ogni angolo puoi incontrare qualcosa di meraviglioso. Ho cercato con imprudenza, per strada e nei grandi cortili, gli indizi dei personaggi della letteratura russa. Rari, gatti a parte, per fortuna ancora gli stessi.

Graziano Spinosi
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martedì, 24 giugno 2008
080621-Rovigo-Carlo Muratori

Dopo aver ascoltato per la prima volta il nuovo disco di Carlo Muratori La padrona del giardino, mi ha colto una sensazione pericolosamente somigliante alla delusione. Ma come?! Una come me... anzi, proprio io, “meglio conosciuta” come piccola acritica fan del Maestro, la quale - caso mai e, nel caso, magari per pura invidia - deve salire supra na petra per poter morsicargli la caviglia, io delusa del tanto atteso lavoro “cantautorale” di Muratori? Oibò.

Di Carlo Muratori ho scritto qualche volta, a proposito della sua rassegna “Lithos”, per esempio. Carlo Muratori è colui che ha accettato di venire a cantare per un (il primo e l’unico…) “incontro sull’aia” di OraSesta, gratuitamente; è colui che per il primo “compleanno” ha regalato al sito una sua registrazione inedita. Penso di aver letto di lui e su di lui tutto il leggibile; il suo primo vinile - del 1980 - sono andata a comprarlo da un collezionista, col treno fin dopo Brescia, un giorno d’aprile che poi ha nevicato…
È che amando ci si convince di conoscere a fondo, non sfuggendo all’errore di costruire idoli che agiscono seguendo trame tessute sì amorevolmente ma “di sbieco”, da noi. Dei nostri idoli immaginiamo i passi e loro talvolta “deludono”, cioè (di)mostrano (di essere) se stessi.
 
Perché basta togliere l’audio del “miodisco” di Muratori, con le tracce color sabbia di Lune o color delle pietre arse di Diserti (dei Nakaira), basta uscire da quel cerchio di malìa talvolta struggente che Muratori aveva disegnato sulla faccia della sua terra immaginata o vista, basta ri/posizionare nel lettore il suo album per rendersi conto che La padrona del giardino è bello. Tanto bello.
Costruito, dalle grandi arcate dell'insieme del disco fin dentro nei minimi particolari degli arrangiamenti, come se avesse avuto (avendo avuto?) addosso lo sguardo critico di suo padre fine intagliatore del legno. Scritto con il senso di responsabilità per le tracce che lasciano le parole dette; parole dette nella lingua madre naturale del pensiero, che creano un testo dove l’italiano o il siciliano (o qualche idioma scelto per sonorità) sono abito da lavoro o abito da festa ma non costume o foglia di fico.
 
Non ho le competenze nemmeno per abbozzare una “recensione” di questo disco. Forse avrei potuto fare la “piccola fan” che compita con diligenza... Ma è successo che sono andata a sentire la conferenza (“Canti da ballo, canti d’amore”) e il concerto serale organizzati al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, la sera del 21 giugno, giornata della musica, notte d’incanti.
Ed è calato il silenzio su quel chiostro e Carlo Muratori era musica, lui tutto quanto, un tutt’insieme con la sua chitarra che pare, nelle sue mani da maestro-falegname, quello che la poesia della mia lingua chiama legno sacro, divinatorio, creatore di ritmo di suono e di poesia-in-canto. C’era Muratori “l’imbonitore”, cantore di tempi tanto antichi da essere l’universale più attuale, tanto siciliano da essere greco e spagnolo e anche polacco dell’ “amore che beve” della Siracusa invisibile nella globalizzazione della sofferenza, il canta-storie dall'imperativo - talvolta persino morale e, in un senso molto alto, politico - di «cantari».
C’era Carlo Muratori che, prometto, non definirò mai più nemmeno tra le virgolette della citazione di parole d’altri “patriarca del folk”; c’era Muratori che sottolinea “l’importanza politica del plurale” iscritto nel suo cognome, quello che costruisce case per le parole antiche, le incide nelle pietre che vibrano insieme alla sua voce settima – settima! – corda della sua chitarra.
C’era Muratori costruttore di un’integrità umana e artistica al quale il mercato discografico forse non porterà mai il riconoscimento adeguato ma lui, tutt’uno con la sua chitarra e con la terra e il sole e la luna, calerà la sua voce nel silenzio d’attesa di sere magiche che sanno il passato e sanno l’oggi e sanno l’amore, imperativo tanto antico quanto universale.

Suta li to finestri - canto di tradizione orale nell'elaborazione di Carlo Muratori

(registrato con una macchinetta fotografica digitale; per la qualità della "ripresa" chiedo scusa innanzitutto al Maestro)

Rai International - Notturno Italiano

lunedì, 23 giugno 2008

Sono questi i giorni del sole fermo. Sono questi, i giorni dell’acqua e del fuoco, un battesimo d’opposti, del sole che sposa la luna, un matrimonio inconciliabile di vapori e rugiade.
Dovreste chiudere gli occhi, donne ed uomini di buona volontà, e contare fino a tre, se il fiato vi regge, fino alla notte delle streghe e dei falò, e sussurrare è il tempo giusto per i sortilegi, la netta sospensione di un orizzonte immobile, dove, a ben guardare, è ancora possibile scorgere la sacralità del rito, tutto ciò che abbiamo perso e, di nuovo, vorremmo avere. La piccola incantatrice è un cavallino dalle froge frementi. Lo zoccolo scava, nell’erba soffice, un solco. L’aria si fa pungente di ricordi profumati come petali di rose al macero, il frinire assordante delle cicale, la lucertola che, semplicemente, sta.
(era un campo incolto. stoppie, per lo più. erba spiga e papaveri. avevo sempre la mano in una mano. piccole cose, da tenere sotto al cuscino durante le notti che sembrano abbandoni, come un amuleto privo di onestà necessario solo a blandire lo spillo che penetra la carne, la stilla di sangue solitaria che si apre in un delicato spampanio sul bianco del cotone. un occhio a forma di stella, in quel campo che non era campagna. un recinto, attorno, a contenere qualunque ipotesi di libertà, ad esclusione dei sogni che non avevano padroni, che era l’inizio dell’estate, che era l’inizio di qualsiasi cosa)
Dovreste contare fino a tre, e non farvi trovare impreparati. Affrontare il cammino con un velo bianco sulla testa, per raccogliere la bruma della notte, tirarne fuori un succo cristallino che potrebbe dissetare le vostre gole arse dai rimpianti. A piedi nudi, affondate nella terra che, quando è buio, è fresca, conserva tutte le indecisioni dei semi sotterranei, il lento strisciare dei bruchi, il lavorio instancabile delle formiche sagge, le ali, quelle perse, dalle falene in volo. Chinatevi a raccogliere l’erba di San Giovanni, serbatela in sacchetti di juta, contro le sventure e i dispiaceri. Tenetevi per mano attorno a un fuoco, che vi scaldi, che vi levi il freddo dell’inverno e delle piogge. Almeno per una notte, quella più corta, siate accosto gli uni agli altri, affrontate pure il rischio osceno di potervi riconoscere. Non potrà altro che farvi del bene in questi tempi di paura e di distanze, sentire che il battito è lo stesso, farvi assalire gli occhi da una pietà che ha dentro l’universo.
(lo aspettavo come si aspettavo i riti. per tutto l’anno, avevamo fatto incetta di piombo, perfino i piccoli sigilli che pendevano dalle cordicelle dei salami. l’opaco bottino era serbato in una scatolina di latta su una mensola in cucina. ci chiamava, me e mia sorella, per quella divinazione selvatica e pagana, che era un gioco delle forme, un tras-formarsi, così lontano dalla coscienza dei simboli e dunque, così alchemico. metteva un vecchio pentolino sopra la fiammella e, dentro, il piombo, che si squagliava simile ad una cera argentea, mandava lampi. coi nostri grandi occhi, così uguali, potevamo solo osservare il prodigio che si compiva attraverso i suoi gesti siderurgici. sul tavolo, aveva già sistemato la tazza colma d’acqua fredda. con un gesto secco di polso ci versava il piombo fuso e agitava il recipiente. erano forme strane, quelle che ci nascevano davanti. le tirava fuori come se mettesse in atto una pesca miracolosa. distribuiva a ciascuna di noi due una profezia casalinga fatta di risate. il regalo, quello vero, era lo spicchio di tempo che ci faceva cadere tra le mani, e non il piombino del salame trasformato in un delfino o in una foglia)


sabato, 21 giugno 2008