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Luisito Bianchi
Cascine (1956-1953)

Luigi Ghisleri
Le trasformazioni del paesaggio agrario cremonese

Francesco Pinzi
Indiani e cascine

a Viboldone

Barbara Delfino
Massimo La Spina
Paolo Macchi



...e altro ancora,
vedi:
l’indice
«Se esiste un diritto naturale, sicuramente vi è incluso l’uso del mondo per viverci.»
tashtego
giovedì, 15 maggio 2008
http://www.effigie.com«Nel suo linguaggio irruente e abnorme, come abnorme è la realtà che descrive, Antonio Moresco trascina i suoi lettori fin dentro una delle contraddizioni più acute di questo secolo.
Il racconto procede in un dialogo ininterrotto con i compagni di viaggio, l’occhio fisso sui marciapiedi della civiltà, dove gli zingari, uomini e donne che non stanno mai fermi, sono la nostra parte più miserabile e irriducibile: sono noi eppure sono anche assolutamente altro. Sono un enigma. Nella loro presenza c’è qualcosa di inspiegabile e sfuggente, di infinitamente arcaico eppure futuribile. È lì che ci porta il viaggio di Moresco, sulla soglia del silenzio e della morte. Dove arrivano anche le fotografie di Giovanni Giovannetti, che chiudono il libro.»

*

Io vorrei adottare questo libro – “libro di OraSesta”?, si potrebbe inventarlo, il “titolo” :) – adottarlo come un figlio, s’intende, ché, con i tempi che corrono, con i “libri di testo”, “obbligatori” , è meglio non scherzare. Magari finisce che ce li ri/scrivono e/o ce li somministrano.
Ma a parte il sarcasmo, se tra gli amici di OraSesta capita qualcuno interessato alla “presentazione” del libro, ad un dialogo con gli autori, si faccia avanti. Si può fare. (Questo, forse, ancora...) T.M.
giovedì, 15 maggio 2008

pensando ad Arimane


*
...La pazienza per tenere vivo un fuoco sotto un mobile cielo,
l’attesa indivisa per un vino nero,
l’ora dalle arcate dischiuse, quando il vento
ha ombre che vorticano sulle tue mani pensose.

 (Yves Bonnefoy)


*foto di Dorothy Gantenbein

lunedì, 12 maggio 2008

 


per Peppino Impastato

«Il tema della bellezza, se portato all'estremo, è più rivoluzionario del concetto di comunismo, perché implica un uomo che sappia godere di ciò che vale, con la coscienza dell'effimero, dell'emozione, della possibile condivisione di qualcosa che non genera potere.»  (linodigianni)
sabato, 10 maggio 2008
Fu la sera del blackout, che decise. Era un luglio incerto, carico di afa e di voglia di pioggia, una cartolina di notte d’estate metropolitana vista dal suo divano, di finestre aperte come fosse un rimedio, di luci accaldate piene di insofferenza, bagliori azzurri dalle finestre del palazzo di fronte. Totò e Peppino stavano scrivendo per la milionesima volta davanti ai suoi occhi, la loro ineguagliabile lettera. Un milione di volte, e ancora sorrideva. L’estate, pensò, era bella anche per quello, per la sicurezza di rivedere i soliti vecchi film, ogni estate gli stessi, come un conforto nella notte insonne e sudata della sua irrequietezza, qualcosa su cui contare scaldando una birra con le mani.
La luce se ne era andata all’improvviso, troncando la scena così velocemente da prendere di sorpresa i suoi riflessi notturni e lasciarlo per un istante a guardare lo schermo nero, davanti a lui. Guardò fuori dalla finestra, anche i bagliori del palazzo di fronte non c’erano più, solo un uomo in canottiera affacciato a garantirsi di non essere la sola vittima di quell’improvviso oscuramento. Per un attimo pensò persino che guardasse dalla sua parte, e d’istinto evitò quello sguardo supposto voltando gli occhi nel buio della stanza, come in una sorta di immotivato imbarazzo, provando ad assumere una posizione più sobria di quel suo naturale trasando. Si infastidì, per quel suo sciocco ritegno che teneva conto di un giudizio altrui anche solo immaginato, e per reazione tornò a guardare fuori in maniera sfrontatamente naturale, proprio in tempo per vedere l’uomo in canottiera rientrare in casa tranquillo, come rassicurato dalla condivisione di quel danno improvviso. Di nuovo, si rilassò. Da sdraiato considerò la situazione, e in quella totale immobilità il buio intorno a lui gli sembrò una piacevole sorpresa, qualcosa da guardare con attenzione, mentre gli occhi cominciavano a distinguere i profili degli oggetti, dei mobili, della trave sul soffitto.
Cosa doveva fare? Si guardò intorno e accolse l’inutilità di qualunque azione come unico pensiero plausibile. Doveva fare qualcosa? Decise di no, decise di aspettare immobile, lo decise ridendo, dedicando quel benessere inatteso al pensiero che sarebbe arrivato qualunque esso fosse, lasciato libero di scorazzare tra la sua mente e il buio, senza vergogna. Gli allarmi delle case intanto, che erano stati pronti a partire alla mancanza di corrente dimostrando la loro totale affidabilità, smisero di strillare un po’ per volta, lasciando la sola traccia della loro presenza come informazione per qualche eventuale ladro che avesse avuto la fortuna di passare di lì, fino a che l’ultima si spense e tacque sfinita, lasciando la scena muta, muta e buia come non lo era mai stata. Cercò il tabacco con la mano a tentoni sul pavimento, pensando divertito che tanto guardare non serviva.
Si fece una sigaretta con movimenti soliti e veloci, anche quelli privi della necessità di avere luce, e si rese conto che ogni movimento era accompagnato da un pensiero adiacente, una considerazione qualsiasi, una possibilità a cui non aveva fatto caso, un ricordo. Molte cose, pensò, gli erano permesse da quel mondo immobilizzato magari anche solo da un fulmine lontano. La cosa, la situazione, gli piaceva. Il buio della stanza era diventato ormai grigio, si sentiva un animale notturno e forse lo era, tutto aveva preso il tono giusto per farsi riconoscere senza farsi vedere, gli oggetti, i quadri alle pareti, tutto, in una sorta di complicità personale e non cedibile tra i suoi divertiti pensieri e quell’evento minimo ma straordinario che aveva cambiato in un attimo gesti e abitudini di quella invisibile parte di mondo.
Fuori invece, e ci fece caso, il buio era diverso, più buio, anche i profili dei palazzi erano mischiati allo sfondo e nelle facciate non c’era niente che si potesse davvero definire, perfino gli alberi erano nero su nero, come se il cielo si fosse preso tutto il possibile, e la notte fosse l’unica cosa da poter riconoscere, di nuovo padrona del posto e del tempo, come negli anni che aveva letto sui libri o sentito raccontare dalle voci dei vecchi dai ricordi mai sbiaditi.
Pensò per un attimo alla possibilità della candela, forse ancora condizionato dai “dovere fare qualcosa” che si portano dietro gli eventi specie se inattesi, scartandola per pura pigrizia o forse per non sciupare quello stato di grazia senza pretese che si era impadronito di lui e aveva dato corda ai suoi pensieri. Così, aggiustò i cuscini sotto la testa trovando la perfezione al terzo tentativo e si accese la sigaretta, iniziando un gioco nuovo di cui ancora non conosceva le regole. Ad ogni tiro, la brace gli illuminava le dita e dava un chiarore lieve, circoscritto al suo petto appena sudato, ai bermuda che sapeva blu, al portacenere appoggiato sulle sue gambe incrociate. Decise di partecipare al gioco e provò a guardare oltre, come se i suoi occhi potessero farlo, per immaginare di vedere tutto senza sforzo.
Sulla parete di fronte a lui, lo sapeva, c’era una stampa di un quadro di Boccioni, una scena piena di fuliggine, arancio e ocra, l’alba degli operai in fila e della fabbrica che li aspettava. Se la ricordava, la prima volta che aveva visto quel quadro dal vero, ricordava l’esatta sensazione che aveva provato nel vedere rappresentata nelle schiene curve lungo il muro di cinta non la vita in sé, ma una sua condizione rassegnata, fatta di fatica e di speranze spesso negate, disperse nella nebbia del mattino e in quel freddo che si poteva toccare, col sentore di una alba che pareva sempre uguale a se stessa, quotidiana. Un incrocio tra commozione stupore e una specie di rabbia, questa la sensazione di quella sua prima volta rimasta esatta nel tempo, la prima volta che gli capitò di trovare in un quadro la stessa forza di mille pagine scritte. Era successo altre volte, dopo, altri quadri gli avevano catturato lo sguardo e gli avevano regalato l’emozione di capire qualcosa di nuovo, ma era grazie a quello di quella prima volta se lo stupore si dava il lusso di rinnovarsi ogni volta, cambiando il suo aspetto in mille altre sfaccettature e possibilità.
Aveva voluto quella stampa, e quando in una città che stranamente non ricordava l’aveva vista mischiata ad altri capolavori riprodotti, l’aveva immediatamente comprata e portata nei suoi bagagli fino a casa, l’aveva attaccata al muro con fierezza forse fuori luogo ma sincera, in omaggio a quella rivelazione che gli aveva attraversato la strada e che adesso era lì, nitida, nel buio davanti a lui. Il mondo in paralisi, intanto, non diceva nulla, complice inconsapevole, o forse no, di quel gioco inventato per caso e senza sforzo. Tutto fermo, ancora. Solo un cane inquieto si faceva sentire, un Charlie o un Tommy qualsiasi, come lui ispirato dal buio, confortato dalla straordinarietà del momento e dall’assenza di paura. Cercò ancora gli intrecci tra oggetti ricordi e quel latrato di cane, mettendo insieme posti e immagini così diverse tra loro e così veloci, questo pensò, da non poterne nemmeno scrivere dandogli un senso, o da raccontarne seguendo una logica stringente fatta di parole appropriate e giuste, visibili al mondo in movimento, sempre così attento, parziale, onnipotente come un implacabile dio, assolutamente minore. Ora, nel buio, non c’erano padroni o Dei possibili, solo spazio da riempire, solo quello.
Accese un’altra sigaretta, galvanizzato dal quel moto di ribellione solitaria e silente, e vide la nuca rada e imbiancata del vecchio davanti a lui alla bilancia del supermercato, reparto ortofrutta. Lo rivide come lo aveva visto l’inverno prima, di spalle, dignitoso nel suo cappotto d’epoca, invisibile tra la folla illuminata dal neon, in mano una busta trasparente con quattro arance velate. Lo aveva osservato per caso, senza attrazione particolare, e lo aveva visto appoggiare il sacchetto sul piatto della bilancia, poi passare in rassegna col dito puntato le immaginette numerate fino a fermarsi al tasto dell’aglio e schiacciarlo, prendere l’etichetta adesiva e attaccarla sul sacchetto prima di andare via verso la cassa, l’espressione della nuca come quella del viso, dispiaciuta e stanca. Si ricordò della sensazione provata per un attimo e che non aveva saputo spiegarsi, o a cui forse non aveva fatto caso, e nel buio la riconobbe legandola a quella di quella prima volta davanti al quadro di boccioni. Era durata un attimo, non se ne era nemmeno accorto.
Quante cose, smarrite e ritrovate nel buio, come era bello quel mondo immobile e impotente dove si riconosceva il dolore minimo, l’attimo esatto che nella luce, nella fretta, passava inosservato. Si scoprì a sperare che quella situazione non finisse mai, tanta era la quiete che lo intontiva mischiandosi al caldo invisibile in un benessere liquido, vischioso come il silenzio, il buio, il fumo buono. La stanza oramai restituiva tutto ciò che era sparito, i segni dei suoi viaggi stavano li intorno a lui, e gli venne da pensare che fossero come una difesa riconoscibile e confortante, un baluardo inespugnabile della propria memoria richiamata dal buio regnante e che ancora gli riempiva gli occhi di istantanee nitidissime, di facce, di luoghi e di gesti che erano l’archeologia della sua vita. Quanti posti aveva visto, e quanti, si diceva, non aveva visto mai.
Da bambino aveva fatto mille viaggi, quasi sempre simili a quelli di quella notte buia, viaggi di fantasia partoriti da letture appassionate, pieni di posti lontani che erano esotici già nei nomi, Parigi, l’Argentina, la grande muraglia, Monpracem. Già, Monpracem. Mille volte ci era stato, sognando tra le pagine di Salgari, ed era stato un tigrotto della Malesia anche lui, aveva combattuto tigri e scacciato pirati, vestito di pantaloni larghi e turbanti colorati. Un posto incredibile, la sua Monpracem che immaginava verde come la jungla e azzurra come il mare, piena di sole e avventura, e notti di luna piena. Ci era rimasto un po’ male, quando andò a cercarla sull’atlante geografico e scoprì che non esisteva, laggiù in Malesia, un’isola con quel nome. Ma fu una delusione che durò per il tempo di richiudere l’atlante e fare finta di non averlo mai aperto, lasciando al suo pensiero il regalo di continuare a immaginare e alla sua fantasia la possibilità, ancora, di viaggiare ovunque avesse voluto, perfino in un posto inesistente, perfino fino a Monpracem.
Forse, pensò, questo era quello che avrebbe dovuto fare l’indomani, se la luce del giorno non gli avesse fatto paura, se qualcosa, magari la suggestione di quella canzone che parlava di “un posto che è lontano solo prima di arrivare” lo avesse aiutato. Partire, partire senza pensare a nulla, partire per il solo gusto, che sapeva impossibile, di ritrovare le stesse sensazioni di quel mondo fermo alla notte, o magari no, magari diverse, o solo sconosciute, chissà.
Il rumore fu strano, come quando si riattacca la spina del frigorifero e si sente ripartire il motore. La voce dalla tv arrivò anche prima delle immagini, mentre il palazzo di fronte si accendeva come un presepe un po’ arrangiato, solo qualche luce qua e là, l’uomo in canottiera affacciato come una figura senza volto, in controluce. Totò e Peppino non c’erano più e l’uomo che li aveva sostituiti aveva la faccia estiva e leggeva le notizie come sempre asciutto, privo di inflessioni, con una partecipazione, pensò, sicuramente frustrata da quel caldo africano. Il gioco era finito, ma lui non si mosse, restò sdraiato con gli occhi chiusi e sorrise, per continuare quella magia di una sera senza luci né voci, e lasciare ancora lo spazio ai ricordi.
Aveva deciso, questo avrebbe fatto, in quella sua vita diurna e in movimento. Dare spazio ai ricordi e non smettere mai di sognare il viaggio, il viaggiare, e i luoghi della sua fantasia. Si accese una sigaretta, e fece un tiro lungo, che nei libri di una volta si sarebbe detto pieno di voluttà, felice in un modo nuovo, forse come in un’altra prima volta. Poche cose. E domani, o forse un giorno, Mompracem.
venerdì, 09 maggio 2008
Lasciano semi di bellezza magari mai provata, un desiderio da esaudire per chi resta. Raccontano, spiegando nei volti e nelle cose un mondo diverso e così lontano da quello che esiste intorno agli occhi, e lo fanno come se il tempo non avesse spazio, come se le parole fossero eterne, quelle mancate, quelle ancora da dire. Raccontano di sé per il bene ultimo di chi li vuole ascoltare, senza fatica, e spesso lo fanno comunque, anche nel silenzio dei pensieri e nella luce schiarita e liquida di occhi che hanno molto di più dello sguardo e che spiegano senza mentire, forse senza nemmeno la pretesa della comprensione. Lasciano parole e indirizzi di vecchi ricordi da visitare, e rendono parte merito e spiegazione ai loro rimpianti ormai sobri e senza dolore, la punta dell’amaro cancellata dalla possibile felicità come regalo, eredità. Lasciano la pace possibile, tutto il loro bene, per poter finalmente chiudere gli occhi senza rimpianto. Poi, felici di chi resta, i vecchi se ne vanno, per non farlo mai più.
lunedì, 05 maggio 2008
domenica, 04 maggio 2008
A malincuore tolgo il nick Arimanebis dal breve elenco di coloro che “partecipano” (idealmente e/o “fattivamente”) a OraSesta. 
Arimane chiude i suoi blog. “Lascia un vuoto dietro di sé” sarebbe sciocca retorica dire: dietro lascia le sue parole e le sue immagini, il ricordo della sua bella compagnia "virtuale".
Mi fa male pensare al vuoto che lascia avanti.

Tra le primissime cose che avevo inserito nelle pagine “letture in rete” dell’ “archivio” OraSesta (siamo ai primi giorni del dicembre 2006, ero "blogger" da poche settimane), c’era un incipit di Arimane:


«Quando gli uomini abbandonarono il pianeta, questo rimase come appaiono le case a lungo abitate, lasciate dopo un trasloco: i segni dei mobili sul pavimento, quelli dei quadri sui muri, una mattonella sbrecciata, qualche mucchietto di carte appallottolate, dei grumi di polvere, un tubo rotto e un vetro incrinato, dei fili elettrici penzolanti, le screpolature dell'intonaco. In queste case spoglie c’è tristezza, ma anche un senso di attesa.»
sabato, 03 maggio 2008

balun


era strano, la corrente del naviglio andava in un senso, verso le campagne, e il palloncino colorato andava nel senso contrario sul filo dell'acqua, sospinto da un lieve vento, verso la darsena.
forse sapeva che era il primo maggio, magari cercava di raggiungere i suoi compagni vestiti di neropaco che decoravano i TIR degli impianti di sonorizzazione..
venerdì, 02 maggio 2008
venerdì, 02 maggio 2008
1° maggio 2008 – ore 12.30: inizia la simulazione-esercitazione del raduno blogger Prim Omaggio Prim'Omaggio [var. a/bis - N.d.R.] stagione autunno-inverno 2009-2013. Se i nostri nonni-bisnonni hanno saputo festeggiare anche durante il fascismo e pure prima, tutte le volte che le premure dei vari governi succedutisi nell’amministrare la cosa pubblica e preservare la quiete dei cittadini contro sobillatori d’ogni razza lavorativa ne abbiano vietato lo svolgersi, beh, non saranno di meno, alla giusta occorrenza, i giovani d’oggi organizzati nel Sindacato della Blogosfera.

L’esercitazione è stata portata a termine (con notevole soddisfazione dell'organizzazione, bisogna dirlo) da lui – nome di battaglia ‘varasca’ – e lei, cioè sottoscritta – nome di battaglia ‘la colf ’ – in  località segreta.
Ma quali sono le regole valevoli per il futuro?

In segno di riconoscimento gli associati portano e mostrano sotto il bavero della giacca (le donne cucito nell’orlo della gonna) la riproduzione di un dipinto al/col caffè – detto ‘cafferello’ – il quale, in caso di perquisizione da parte della P. S., può essere fatto sparire, contenendo esso cafferello giusta dose di zucchero onde essere agevolmente ingoiato.
Gli associati, giunti al luogo del raduno e al segnale convenuto, azioneranno ciascuno il proprio lettore mp3 dotato di cuffie per ascoltare la canzone simbolo dei resistenti, opera di un noto compositore – nome di battaglia ‘aitan’ – sul testo del poeta conosciuto con il nome di battaglia ‘usermax’. Tale canzone potrà essere tradotta nel proprio idioma da ciascun partecipante, per maggiormente sottolineare il carattere nazionale del movimento di resistenza.
Ulteriori informazioni sullo svolgimento dei futuri festeggiamenti del primo maggio saranno diffusi nella rete clandestina dei b.l.o.g.
W il Prim Omaggio, W li tagghia, W la pappa al pomodoro ché mica dovremo sostituire pure il sugo rosso con besciamella o pesto, ecchediamine!
venerdì, 02 maggio 2008
Braccianti in piazza, 18 settembre 1948 (Foto: Archivio Storico Cgil Cremona)
«Quando tu mi chiedi – conclude il compagno Tavana – perché mi impegno tanto per il partito, il sindacato, la cooperativa, ebbene questa volontà viene da quello che ho vissuto, dalle angherie che ho visto e subito. A cominciare dal fatto che non è vero che la guerra sia una specie di maledizione di Dio, come si è sempre voluto di far credere.
Così è vero che l’ingiustizia sociale, la prepotenza, il ricatto contro chi lavora e suda, contro chi alza la testa affrontando queste ingiustizie, è conseguenza dello sfruttamento capitalistico.
A protestare isolatamente non si combina niente. Questa esperienza l’ho fatta personalmente: se non ci si impegna per far capire alla gente i problemi, come comportarsi e quale strada percorrere, anche a costo di sacrifici, potremo avere non una ma mille ragioni, ma esse non si faranno strada e chi soffre continuerà a soffrire e la prepotenza continuerà ad imperversare.
I partigiani di ieri combattevano con le armi, pativano la galera, i fascisti e tedeschi li perseguitavano ma loro hanno raggiunto lo scopo. Essere partigiano di oggi significa combattere con altre armi, quelle della lotta politica, quelle dell’impegno di ogni giorno”.
“Altre vie vincenti - dice il compagno Romagnoli - non ne esistono”. Ed io penso che non abbia torto.»
 
(I ricordi di Angelo Manzini, a cura di Giuseppe Azzoni. Quaderni dell’Archivio Cgil di Cremona, in corso di stampa)
giovedì, 01 maggio 2008

scorre (foto: varasca)


«Basterà un vento della sera purché l'acqua che si era fatta muta riprenda a parlarci...
Basterà un raggio di luna perché il fantasma cammini di nuovo sulle sue onde.»
(Gaston Bacherard)
 
(da un “suggerimento” di madeinfranca, con l’aggiunta di una fotografia di varasca)
lunedì, 28 aprile 2008


*

la poesia si scrive con l'alfabeto dei vagabondi
( Radovan Ivsic )

*
foto di misrah richard

domenica, 27 aprile 2008

Mario Bianco - OblivionStore


Nulla e tutto sorprende di quello che Mario Bianco fa. E lui è uno che fa. Fa anche (sor)ridere come lo sanno fare solo le persone serie.
Ora qualcuno mi potrebbe domandare perché non dedicare ‘na bella pagina a Mario Bianco scrittore o pittore, serio. O restauratore, serissimo. La risposta aleggia in quest’aria primaverile che porta un antico profumo, di quelli resistenti, di quelli che fanno starnutire: gli organismi viventi si difendono come possono. Quelli con attività cerebrale sviluppata, si difendono anche ridendo. Ridendo di gusto quando hanno i polmoni liberi e l’aria è tersa, con una riga di sarcasmo tra il naso e la bocca dovendo aspirare zaffate velenose.
Avendo frugato in qualche oblivion store – come quello del quadro di sopra? –, il signore Mario ha trovato (l’ispirazione per) gli “scritti apocrifi” e senza esitazione o egoismo che fosse, li ha messi a disposizione dell’umanità tutta affinché si potesse istruire e io potessi saltare sulla sedia leggendo:
«Nello scorso anno 2007, nei pressi di Sichem (Nablus), in un pozzo secco, detto della "Samaritana" sul fondo sono stati ritrovati alcuni frammenti di manoscritti dell'epoca dei re asmonei, il più integro è detto "Rotolo di Sichem", vergato in aramaico, da cui ho tratto questa interessante parabola».
Può un blog/sito che porta l’effigie del pozzo “di Giacobbe o “della Samaritana” che dirsi voglia, può dunque OraSesta fare a meno di questi preziosi testi? No, dico, no di certo.
Eccovi allora questa piccola raccolta speranzosa di ingrossare, col tempo. E col “tempo che fa” abbiamo da ben (?) sperare.

Dal rotolo di Sichem alla Mummia di Alì Berlù
sabato, 26 aprile 2008
venerdì, 25 aprile 2008
dal blog di biancanera
 
pioveva. pioveva quel giorno, quella liberazione. pioveva un’acqua sporca, pioveva senza scampo, pioveva un’acqua sghemba, pioveva che non smetteva mai.
eravamo una folla di bandiere inzuppate da quella pioggia che cadeva, veniva giù, sempre più giù quella pioggia che non finiva. pioveva che dio la mandava, quell’acqua nera, quell’acqua così liscia che pioveva giù. ero nella folla, ero una bandierina annodata al polso, ed ero la voce della pioggia che veniva giù, sempre di più, sempre più forte, e le nostre bandiere flosce in quel giorno, quella liberazione. ero la voce del canto, la volpe rabbiosa e i covoni di grano, mentre la pioggia mi entrava nelle scarpe, e pioveva che dio la mandava, e quell’acqua tutto sembrava sommergere, quell’acqua triste, quell’acqua grigia che veniva giù, sulle bandiere zuppe.
ero la piazza, una bellissima piazza, le guglie del duomo, la madonnina che la pioggia bagnava, che le sue lacrime, che l’acqua pesante veniva dritta, sempre di più. ero tutte le vite sepolte sotto ai papaveri, e Rosso, e Lupo, e Sandro, e Nilde, e Tina. e Agnese, Agnese che va a morire. ed ero Pietro. ero Pietro, un po’ del suo sangue, le lettere del suo nome, nel mio sangue e nel mio nome, massacrato, massacrato, massacrato. ed ero i monti di mia nonna, le sue terre di confine. ero nei nomi antichi. nelle ruote delle biciclette, nel battito furioso del cuore. nelle cime, libere, che sfiorano il cielo e la giovinezza, il suo tributo.
e pioveva, pioveva che dio la mandava, che l’acqua ferrosa, tutta quell’acqua ferma veniva giù. ero là. nella folla. nella piazza, una bellissima piazza. e resistevo.
come ora.
come ancora, e ancora, e ancora.
finché la pioggia non smette.
venerdì, 25 aprile 2008
dal blog sapervedere
 
«Venticinque aprile e primo maggio sono due date importanti, che hanno profondamente segnato la storia della nostra società e che oggi qualcuno vorrebbe archiviare.
Abbiamo il dovere di ricordare, ma il richiamo alla memoria, il ricordo delle giornate della liberazione del 1945 non devono essere  dei semplici momenti celebrativi, rituali. Devono diventare momenti in cui si riflette e si agisce sul momento attuale.»
 
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giovedì, 24 aprile 2008
akua (foto: varasca)
«mai ridurre la forza e la fantasia dell'acqua alla povertà di un suo temporaneo contenitore. se non troveremo canali ci faremo faville d'acqua agli incroci dei venti, per cercare nuove mappe e le parole per rammendarle»


(Così ha commentato Lino Di Gianni e io mi son promessa di “incorniciare” le sue parole. Ecco fatto. T.M.)
giovedì, 24 aprile 2008
Mario Bianco sul blog della société des cartographes fous
 
Già, domani è il 25 aprile, e io sono mica contento che tanti si dimentichino di questa data. Capisco solo una cosa, o due, o tre:
che tanti sono più giovani di me e di quello che avvenne in quei giorni ne hanno sentito parlare poco, e tanto poco gli insegnanti ne hanno narrato e spiegato,
che tanti dal Centro Sud Italia ne hanno visto poca davvero di Resistenza per forza di cose, di date, di sbarchi alleati nel ’43 e ‘44, et cetera,
che alcuni, magari a fin di bene, anni fa, hanno sgonfiato un po’ troppo con la parola Resistenza facendosene un vanto, ma non agendo di conseguenza, cioè democraticamente,
che altri, in massa rutilante, tra cui questi ladroni & cialtroni recenti, hanno fatto di tutto per lordare questa parola o far dimenticare, cancellare in fretta e furia La RESISTENZA, e ci stanno riuscendo,
che poi se uno legge bene la parola e la scorpora dagli avvenimenti della Storia europea, gli può, e magari deve, balzare in testa che conviene resistere comunque contro gli attentati alla democrazia.
 
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www.comune.nizza.asti.it
giovedì, 24 aprile 2008
dal blog di Lucia Marchitto
 
“Mi chiamo Maria Rosa, sono nata il 2 giugno 1934 a Brescia … nel nostro cortile abitavano trenta – quaranta famiglie, noi eravamo gli unici a possedere una radio e ci riunivamo per ascoltare Radio Londra,  il Francese si metteva davanti al portone a fare la guardia, se arrivavano gli squadristi ci faceva dei segni particolari per farci scappare. Anche a lui come a mio padre i fascisti gliela hanno fatta pagare, è stato picchiato e messo in prigione e come mio padre ha bevuto litri di olio di ricino. Ricordo in particolare una cosa della guerra ed è stato quando è caduto il rifugio qui vicino, in una via parallela a via Milano, sono morte tantissime persone, poco dopo un camion è passato raccogliendo i morti, ho visto un piede nero che usciva dal camion, le unghia erano pitturate di rosso, quelle unghia pitturate di rosse…"
 
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mercoledì, 23 aprile 2008
www.anpi.cremona.it

dal blog di linodigianni
 
Ora io mi vergogno un po’, che conosco solo il nome, Carlin.
E che i miei ricordi sommari siano pochi lampi nel buio di quegli anni.
Ma ogni volta che ci penso, di sfuggita, mi viene come un impedimento, un guardare altrove, un raspare di cane perché la porta si schiuda: anche di fatti casuali, insieme a scelte dure, si alimentò la Resistenza. E prima della Resistenza del 25 Aprile, tanti atti di sabotaggio.
Fino a che il fiume sotterraneo trovò un primo cielo: gli scioperi operai del Marzo 1943, preludio alla caduta del nazifascismo.
 
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martedì, 22 aprile 2008
dal blog di colfavoredellenebbie:
 
Lei racconta che era ragazza: sentiva qualcosa che cambiava e non capiva bene.
Una primavera a voce bassa e di sole sottile.
Con l’ombra dell’inverno a fare freddo, ancora.
L’inverno con i morti ragazzi, partigiani, ragazzi di lì, fucilati nel ghiaccio di un poligono, un poco più lontano.
Portati via dalle brigate nere nell’otto di dicembre, la festa dell’immacolata.
Il più bello preso mentre serviva all’osteria del padre. La moglie a vedere, con il gelo dentro e la bambina in braccio.
Messo sul camion, insieme col fratello, che poi s’era salvato.
E il padre che, al nome dei suoi figli, diceva sono io e voleva andare lui, al posto loro.
(Il vino che correva per la strada e sembrava già sangue in mezzo ai vetri e ai biscotti secchi)
 
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martedì, 22 aprile 2008
lunedì, 21 aprile 2008
No, non credo che questo appello-lettera sia "di carattere locale". Ciascuno veda un po' dove sarà il "suo posto" il prossimo 25 aprile. T.M.

*

Care e cari,
credo di non essere il solo ancora "sotto choc" per i risultati delle elezioni del 13-14 aprile.

L'esito devastante di un voto che contemporaneamente consegna il Paese alle destre con una maggioranza mai vista, brucia la vocazione maggioritaria del nuovo Partito Democratico e sbriciola la rappresentanza parlamentare della nuova Sinistra Arcobaleno, viene aggravato per noi a Cremona - come in tutto il nord - da una spaventosa crescita della Lega.

Al di là delle differenti scelte compiute da ciascuno di noi di fronte al voto, tutte e tutti condividiamo un senso di smarrimento e di sconforto.
Avevamo piena consapevolezza della profondità e della asprezza della crisi sociale, civile e morale italiana, coscienza della pervasiva diffusione delle logiche populiste e liberiste, ma nutrivamo anche un po' di speranza in una certa consistenza della tenuta democratica.
Invece no, l'onda nera ha travolto tutto.

Facciamo in modo che non travolga anche noi.
Davanti a questo pronunciamento dei cremonesi e degli italiani, viene da chiedersi se sia possibile continuare ad essere quello che siamo, se abbia senso portare avanti quello che facciamo, se serva a qualcosa tutto ciò.
È forte il rischio che in ciascuno prevalgano estraneazione, rinuncia, ritiro.

Io credo che non dobbiamo arrenderci.
Anzi, nella situazione sociale che queste elezioni hanno evidenziato e nella prospettiva politica che questo voto ha aperto, credo che quello che siamo e quello che facciamo abbia ancora più senso e ancora più valore, sia ancora più necessario.

Indispensabile, irrinunciabile, insostituibile.
Per noi e per gli altri, per ciascuno e per tutti.

Credo che dobbiamo continuare a vivere il nostro bisogno irriducibile di autonomia e alterità.
Credo che dobbiamo continuare a costruire i nostri percorsi di soggettività e condivisione.
Credo che dobbiamo continuare a praticare le nostri relazioni di gratuità e reciprocità.
Credo che dobbiamo continuare a ricercare i nostri sogni di pace e giustizia, liberi ed eguali.

Anche di fronte alla barbarie che avanza, essere civiltà si può e si deve.
Continuando a lavorare in controtendenza, facendo comunità, tessendo reti, diffondendo anticorpi, tenendo aperti orizzonti.

Guardandoci anche dal rischio opposto, infine uguale e contrario a una resa: la chiusura su noi stessi, l'autoconfinamento in un fortino assediato o in una riserva indiana, l'autoreferenza settaria.

Dobbiamo aprirci di più, e non di meno.
Dobbiamo ascoltare e osservare di più, essere più curiosi, e non di meno.
Dobbiamo provare a conoscere e comprendere.
Dobbiamo analizzare, criticare, sperimentare.
Ma di questo avremo tempo e modo di ragionare.

In questi anni abbiamo tante volte evocato la Resistenza.
Non saremo blasfemi, ché non si tratta per ora di stenti e patimenti (speriamo! ma dipende anche da noi...).
Ma è davvero venuto il momento di essere partigiani.
Di consolidare la nostra esistenza, di dispiegare la nostra resistenza.
Di dichiarare la nuova r/Esistenza.

Sarà un caso, ma tra qualche giorno è il 25 aprile, la festa della liberazione.
Forse anche un po' di retorica, di certo una piccola grande occasione per scuoterci e reagire.
Possiamo e dobbiamo "Liberarci".
Con l'energia e l'intelligenza, la rabbia e la gioia dei nostri giorni migliori.
Come a Genova e a Firenze, come ad Assisi e a Roma, come a Persichello e a Gussola; come nelle nostre discussioni fatte male e nelle nostre fatte bene; come nei nostri progetti traballanti e nelle nostre campagne illuminanti; come nei nostri concerti scalcinati e nei nostri mercatini ammirati, come nei nostri incontri caratterizzati e nei nostri cineforum puntuali; come in Carcere e allo Zaist, come al Duemiglia e al Cambo, come al Villetta e al Cascinetto...
E allora, dài con la musica e con gli aquiloni, con la giocoleria e con le visioni, con le testimonianze e con le canzoni, con i gesti e con le parole, con le merende e con gli striscioni.
Questa città è anche nostra, questa città siamo anche noi.
Cremona ha bisogno di noi, delle nostre belle facce e delle nostre belle bandiere.

"In questa notte scura" non importa sapere se saremo abbastanza.
Certo, meno di quanto vorremmo; comunque, più di quanto vorrebbero.
Eppur bisogna andar... la strada si fa camminando.
Dài, òstia.
Avanti Arci!

breakin' rocks in the hot sun
Gigi Rossetti
sabato, 19 aprile 2008
Cascina Razzina, Bordolano (Cr) - Foto: Luisito Bianchi, 1958 cca
Foto: Luisito Bianchi

C’erano i glicini, sui ferri del pozzo fuori dalla casa. Primavera. Si sentivano gli spari da dietro il monte. Partigiani, come me. La casa era vuota, i mobili a pezzi, il tetto bruciato. Non c’era mia madre, lei no, non c’era, e mio fratello, e i nonni, neppure lui, neppure loro. Terra bruciata, odore di fumo e di morte, roba che non si spiega, che secca la gola, che mette addosso la sete. C’erano i glicini, sui ferri del pozzo. Primavera, ed eravamo liberi. Ma l’acqua del pozzo, era rossa di sangue.

venerdì, 18 aprile 2008

è mattina di sole quella che mi accoglie. cullo e ascolto il sedimento nella gola. gli do forma di sabbia. ha un suono, difatti, e un peso.
lascio che resti moltitudine di granelli. servirebbe solo a me, presumo, dare loro un disegno preciso, modellare un castello piuttosto che un misero capanno di pescatori. risponderebbe ad un’esigenza di nitore che rincorro in modo ottuso e inutile.
è una parte nera, ma non per questo meno angelica.
e pure del tutto irrilevante è il motivo che la fa tracimare in questo sinuoso grattare – eccesso di difesa, cattiveria, incomprensioni, o l’affiorare d’un guasto d’infanzia? avrebbe un senso il definire un’evidenza dal momento in cui è? –
non esiste alcuna giustificazione. alcun avallo. nessuna prescrizione medica. nessun contratto.
ci finisco dentro – dunque è l’inciampo, e il sasso – come nel vortice d’uno scarico, che non basta spiegare, che sempre ci si aspetta comprensione ed indulgenza, come a dire un certo impegno, quando si accorda quello che noi pensiamo un privilegio – eccola la perla, il globo pulsante della mia sacralità, te lo pongo nella conca delle mani, simile a una reliquia, dopo aver scavato senza indugio nel profondo del profondo del mio pozzo
è cheratina d’unghie morte quella che poi graffia l’essenza dell’anima.
resta sempre un rimpianto, a ben guardare.
la nostalgia ferina di un abbraccio di terra che, forse, in un’altra vita, quando ancora neppure sapevamo d’essere, ci accolse come piccoli semi spauriti, una mano pietosa a schermare la luce accecante di un sole che non ci avrebbe baciato.

giovedì, 17 aprile 2008
mostriDunque, la storia è questa, e forse l'ho già raccontata da qualche parte. I personaggi principali sono io e un croato biondo. Lo sfondo invece è Norimberga, e il periodo è quello dei mondiali (era bella Norimberga in quei giorni, sapete? Era un posto placido e accogliente in cui anche un uomo solo poteva star bene. Nella città straniera, cinta di mura rassicuranti, mura che sanno di medioevo, di casa, anche un uomo solo poteva trovare un amico e un corpo grande che leniva la nostalgia. Ma questa è un'altra storia, e non so se la racconterò). Ad ogni modo, io andavo al baretto del quartiere a vedere le partite. Insieme alle partite e alla birra c'erano volti e parole, e per me era tutto nuovo. C'erano i due Markus, l'uno robusto e sbruffone, l'altro piccolo, quasi invisibile, che si ubriacava parlando il minimo possibile, però sorridendo sempre al di sotto del suo naso da Stan Laurel; poi un greco che non ho mai capito come si chiamasse, o forse l'ho dimenticato, che parlava dalla finestra con i suoi amici, parenti e con quelli che lo andavano a chiamare dal negozio, perché non voleva noie e neanche uscire dal baretto; c'era Julius, pronunciato così, dal Sudafrica, con le sue birre di grano e la sua pronuncia improbabile; e Klaus, pazzo o taciturno o ritardato, non saprei dire, dice il saggio che i limiti della propria lingua sono i limiti del proprio mondo, e il mio tedesco era quel che era; poi Florian, il mio amico, l'uomo delle birre e delle bici; e infine il croato biondo nato a Norimberga, che un giorno si dispiacque perché non riusciva proprio a tifare per i serbi, che pure sapeva essere suoi fratelli ed affini: ma non riusciva davvero a mettere da parte quella dannata guerra che gli era toccato fare.
E lo diceva così, senza ironia. Gli dispiaceva sul serio.
Una notte, dopo la birra e la partita, mi invita a bere qualcosa a casa sua. Io accetto, ci beviamo un paio di bicchieri di vino e parliamo. Il vino scende e il tedesco sale meglio, ma comincio ad avere una strana inquietudine: ma che vuole questo da me? Perché mi ha invitato qui? E dopo un po' che ci penso, e intanto parlo, mi convinco che nella migliore delle ipotesi me lo voglia buttare in culo. Sicché quasi quasi avrei preferito la peggiore.
Solo, in casa di un veterano croato alla periferia meridionale di Norimberga, ho vissuto momenti di vero terrore interiore. Il mio culo! Cosa si fa in questi casi? Che si dice ad uno del Quarnero per convincerlo a rinunciare al tuo culo, senza offenderlo? La mia testa frullava, mentre rimanevo seduto scomodamente sul divano. Lui parlava ancora e continuava a sorridermi.
Poi invece dopo un po' se ne va a letto, io mi faccio la via immersa nel buio e torno a casa, e non succede niente. Mentre percorro quelle poche decine di metri, mi vergogno e sono piuttosto felice. La notte è silenziosissima e mi sembra di essere l'unica persona viva dentro di essa. Forse scuoto le mie spalle strette da slavo e non ci penso più.
Qual è il senso di questa storia? Non lo so. Probabilmente, che bisogna fidarsi dell'umanità.
sabato, 12 aprile 2008
PrinTrottemps (Prends ton temps?)milano, primavera al parco trotter.
sono anni che amo questa pianta. avvolge le colonne di ghisa della vecchia presidenza del complesso, e ne decora il balcone in rovina. a destra e a sinistra si allunga l'edificio che era il convitto. lì ci vivevano i bimbi gracili che dovevano stare in un ambiente sano, la Casa del Sole. Ora, in più punti, il tetto crolla. nonostante ciò, qualche poveraccio rischia la pelle e ci si intrufola di notte per dormire.
forse anche alla finestra di casa sua c'era del glicine.
giovedì, 10 aprile 2008

Dal finestrino del pullman mi accorgo, all'improvviso, che anche nel caldo possono esserci le nuvole. Ho un momento di scoramento: se il caldo è caldo, a maggior ragione la nuvola, che è fredda, non dovrebbe interrompere la perfezione di un cielo che entro poche ore sarà bollente.
E invece no. Mi sfrego le braccia coperte dall'abbronzatura. Sono le sei e quaranta minuti del mattino. A casa le persone iniziano a pensare alla loro giornata lavorativa. In lontananza vedo il posto di blocco per il cambio scorta della polizia turistica. Soldati seduti, in piedi, che passeggiano: un'aria di attesa continua, una guerra che non li sfiora, compresi nel loro ruolo a pensare solo ed esclusivamente a come indossare il loro fucile semiautomatico nel modo più fiero e imponente. Hanno le divise sporche.

martedì, 08 aprile 2008