Fu la sera del blackout, che decise. Era un luglio incerto, carico di afa e di voglia di pioggia, una cartolina di notte d’estate metropolitana vista dal suo divano, di finestre aperte come fosse un rimedio, di luci accaldate piene di insofferenza, bagliori azzurri dalle finestre del palazzo di fronte. Totò e Peppino stavano scrivendo per la milionesima volta davanti ai suoi occhi, la loro ineguagliabile lettera. Un milione di volte, e ancora sorrideva. L’estate, pensò, era bella anche per quello, per la sicurezza di rivedere i soliti vecchi film, ogni estate gli stessi, come un conforto nella notte insonne e sudata della sua irrequietezza, qualcosa su cui contare scaldando una birra con le mani.
La luce se ne era andata all’improvviso, troncando la scena così velocemente da prendere di sorpresa i suoi riflessi notturni e lasciarlo per un istante a guardare lo schermo nero, davanti a lui. Guardò fuori dalla finestra, anche i bagliori del palazzo di fronte non c’erano più, solo un uomo in canottiera affacciato a garantirsi di non essere la sola vittima di quell’improvviso oscuramento. Per un attimo pensò persino che guardasse dalla sua parte, e d’istinto evitò quello sguardo supposto voltando gli occhi nel buio della stanza, come in una sorta di immotivato imbarazzo, provando ad assumere una posizione più sobria di quel suo naturale trasando. Si infastidì, per quel suo sciocco ritegno che teneva conto di un giudizio altrui anche solo immaginato, e per reazione tornò a guardare fuori in maniera sfrontatamente naturale, proprio in tempo per vedere l’uomo in canottiera rientrare in casa tranquillo, come rassicurato dalla condivisione di quel danno improvviso. Di nuovo, si rilassò. Da sdraiato considerò la situazione, e in quella totale immobilità il buio intorno a lui gli sembrò una piacevole sorpresa, qualcosa da guardare con attenzione, mentre gli occhi cominciavano a distinguere i profili degli oggetti, dei mobili, della trave sul soffitto.
Cosa doveva fare? Si guardò intorno e accolse l’inutilità di qualunque azione come unico pensiero plausibile. Doveva fare qualcosa? Decise di no, decise di aspettare immobile, lo decise ridendo, dedicando quel benessere inatteso al pensiero che sarebbe arrivato qualunque esso fosse, lasciato libero di scorazzare tra la sua mente e il buio, senza vergogna. Gli allarmi delle case intanto, che erano stati pronti a partire alla mancanza di corrente dimostrando la loro totale affidabilità, smisero di strillare un po’ per volta, lasciando la sola traccia della loro presenza come informazione per qualche eventuale ladro che avesse avuto la fortuna di passare di lì, fino a che l’ultima si spense e tacque sfinita, lasciando la scena muta, muta e buia come non lo era mai stata. Cercò il tabacco con la mano a tentoni sul pavimento, pensando divertito che tanto guardare non serviva.
Si fece una sigaretta con movimenti soliti e veloci, anche quelli privi della necessità di avere luce, e si rese conto che ogni movimento era accompagnato da un pensiero adiacente, una considerazione qualsiasi, una possibilità a cui non aveva fatto caso, un ricordo. Molte cose, pensò, gli erano permesse da quel mondo immobilizzato magari anche solo da un fulmine lontano. La cosa, la situazione, gli piaceva. Il buio della stanza era diventato ormai grigio, si sentiva un animale notturno e forse lo era, tutto aveva preso il tono giusto per farsi riconoscere senza farsi vedere, gli oggetti, i quadri alle pareti, tutto, in una sorta di complicità personale e non cedibile tra i suoi divertiti pensieri e quell’evento minimo ma straordinario che aveva cambiato in un attimo gesti e abitudini di quella invisibile parte di mondo.
Fuori invece, e ci fece caso, il buio era diverso, più buio, anche i profili dei palazzi erano mischiati allo sfondo e nelle facciate non c’era niente che si potesse davvero definire, perfino gli alberi erano nero su nero, come se il cielo si fosse preso tutto il possibile, e la notte fosse l’unica cosa da poter riconoscere, di nuovo padrona del posto e del tempo, come negli anni che aveva letto sui libri o sentito raccontare dalle voci dei vecchi dai ricordi mai sbiaditi.
Pensò per un attimo alla possibilità della candela, forse ancora condizionato dai “dovere fare qualcosa” che si portano dietro gli eventi specie se inattesi, scartandola per pura pigrizia o forse per non sciupare quello stato di grazia senza pretese che si era impadronito di lui e aveva dato corda ai suoi pensieri. Così, aggiustò i cuscini sotto la testa trovando la perfezione al terzo tentativo e si accese la sigaretta, iniziando un gioco nuovo di cui ancora non conosceva le regole. Ad ogni tiro, la brace gli illuminava le dita e dava un chiarore lieve, circoscritto al suo petto appena sudato, ai bermuda che sapeva blu, al portacenere appoggiato sulle sue gambe incrociate. Decise di partecipare al gioco e provò a guardare oltre, come se i suoi occhi potessero farlo, per immaginare di vedere tutto senza sforzo.
Sulla parete di fronte a lui, lo sapeva, c’era una stampa di un quadro di Boccioni, una scena piena di fuliggine, arancio e ocra, l’alba degli operai in fila e della fabbrica che li aspettava. Se la ricordava, la prima volta che aveva visto quel quadro dal vero, ricordava l’esatta sensazione che aveva provato nel vedere rappresentata nelle schiene curve lungo il muro di cinta non la vita in sé, ma una sua condizione rassegnata, fatta di fatica e di speranze spesso negate, disperse nella nebbia del mattino e in quel freddo che si poteva toccare, col sentore di una alba che pareva sempre uguale a se stessa, quotidiana. Un incrocio tra commozione stupore e una specie di rabbia, questa la sensazione di quella sua prima volta rimasta esatta nel tempo, la prima volta che gli capitò di trovare in un quadro la stessa forza di mille pagine scritte. Era successo altre volte, dopo, altri quadri gli avevano catturato lo sguardo e gli avevano regalato l’emozione di capire qualcosa di nuovo, ma era grazie a quello di quella prima volta se lo stupore si dava il lusso di rinnovarsi ogni volta, cambiando il suo aspetto in mille altre sfaccettature e possibilità.
Aveva voluto quella stampa, e quando in una città che stranamente non ricordava l’aveva vista mischiata ad altri capolavori riprodotti, l’aveva immediatamente comprata e portata nei suoi bagagli fino a casa, l’aveva attaccata al muro con fierezza forse fuori luogo ma sincera, in omaggio a quella rivelazione che gli aveva attraversato la strada e che adesso era lì, nitida, nel buio davanti a lui. Il mondo in paralisi, intanto, non diceva nulla, complice inconsapevole, o forse no, di quel gioco inventato per caso e senza sforzo. Tutto fermo, ancora. Solo un cane inquieto si faceva sentire, un Charlie o un Tommy qualsiasi, come lui ispirato dal buio, confortato dalla straordinarietà del momento e dall’assenza di paura. Cercò ancora gli intrecci tra oggetti ricordi e quel latrato di cane, mettendo insieme posti e immagini così diverse tra loro e così veloci, questo pensò, da non poterne nemmeno scrivere dandogli un senso, o da raccontarne seguendo una logica stringente fatta di parole appropriate e giuste, visibili al mondo in movimento, sempre così attento, parziale, onnipotente come un implacabile dio, assolutamente minore. Ora, nel buio, non c’erano padroni o Dei possibili, solo spazio da riempire, solo quello.
Accese un’altra sigaretta, galvanizzato dal quel moto di ribellione solitaria e silente, e vide la nuca rada e imbiancata del vecchio davanti a lui alla bilancia del supermercato, reparto ortofrutta. Lo rivide come lo aveva visto l’inverno prima, di spalle, dignitoso nel suo cappotto d’epoca, invisibile tra la folla illuminata dal neon, in mano una busta trasparente con quattro arance velate. Lo aveva osservato per caso, senza attrazione particolare, e lo aveva visto appoggiare il sacchetto sul piatto della bilancia, poi passare in rassegna col dito puntato le immaginette numerate fino a fermarsi al tasto dell’aglio e schiacciarlo, prendere l’etichetta adesiva e attaccarla sul sacchetto prima di andare via verso la cassa, l’espressione della nuca come quella del viso, dispiaciuta e stanca. Si ricordò della sensazione provata per un attimo e che non aveva saputo spiegarsi, o a cui forse non aveva fatto caso, e nel buio la riconobbe legandola a quella di quella prima volta davanti al quadro di boccioni. Era durata un attimo, non se ne era nemmeno accorto.
Quante cose, smarrite e ritrovate nel buio, come era bello quel mondo immobile e impotente dove si riconosceva il dolore minimo, l’attimo esatto che nella luce, nella fretta, passava inosservato. Si scoprì a sperare che quella situazione non finisse mai, tanta era la quiete che lo intontiva mischiandosi al caldo invisibile in un benessere liquido, vischioso come il silenzio, il buio, il fumo buono. La stanza oramai restituiva tutto ciò che era sparito, i segni dei suoi viaggi stavano li intorno a lui, e gli venne da pensare che fossero come una difesa riconoscibile e confortante, un baluardo inespugnabile della propria memoria richiamata dal buio regnante e che ancora gli riempiva gli occhi di istantanee nitidissime, di facce, di luoghi e di gesti che erano l’archeologia della sua vita. Quanti posti aveva visto, e quanti, si diceva, non aveva visto mai.
Da bambino aveva fatto mille viaggi, quasi sempre simili a quelli di quella notte buia, viaggi di fantasia partoriti da letture appassionate, pieni di posti lontani che erano esotici già nei nomi, Parigi, l’Argentina, la grande muraglia, Monpracem. Già, Monpracem. Mille volte ci era stato, sognando tra le pagine di Salgari, ed era stato un tigrotto della Malesia anche lui, aveva combattuto tigri e scacciato pirati, vestito di pantaloni larghi e turbanti colorati. Un posto incredibile, la sua Monpracem che immaginava verde come la jungla e azzurra come il mare, piena di sole e avventura, e notti di luna piena. Ci era rimasto un po’ male, quando andò a cercarla sull’atlante geografico e scoprì che non esisteva, laggiù in Malesia, un’isola con quel nome. Ma fu una delusione che durò per il tempo di richiudere l’atlante e fare finta di non averlo mai aperto, lasciando al suo pensiero il regalo di continuare a immaginare e alla sua fantasia la possibilità, ancora, di viaggiare ovunque avesse voluto, perfino in un posto inesistente, perfino fino a Monpracem.
Forse, pensò, questo era quello che avrebbe dovuto fare l’indomani, se la luce del giorno non gli avesse fatto paura, se qualcosa, magari la suggestione di quella canzone che parlava di “un posto che è lontano solo prima di arrivare” lo avesse aiutato. Partire, partire senza pensare a nulla, partire per il solo gusto, che sapeva impossibile, di ritrovare le stesse sensazioni di quel mondo fermo alla notte, o magari no, magari diverse, o solo sconosciute, chissà.
Il rumore fu strano, come quando si riattacca la spina del frigorifero e si sente ripartire il motore. La voce dalla tv arrivò anche prima delle immagini, mentre il palazzo di fronte si accendeva come un presepe un po’ arrangiato, solo qualche luce qua e là, l’uomo in canottiera affacciato come una figura senza volto, in controluce. Totò e Peppino non c’erano più e l’uomo che li aveva sostituiti aveva la faccia estiva e leggeva le notizie come sempre asciutto, privo di inflessioni, con una partecipazione, pensò, sicuramente frustrata da quel caldo africano. Il gioco era finito, ma lui non si mosse, restò sdraiato con gli occhi chiusi e sorrise, per continuare quella magia di una sera senza luci né voci, e lasciare ancora lo spazio ai ricordi.
Aveva deciso, questo avrebbe fatto, in quella sua vita diurna e in movimento. Dare spazio ai ricordi e non smettere mai di sognare il viaggio, il viaggiare, e i luoghi della sua fantasia. Si accese una sigaretta, e fece un tiro lungo, che nei libri di una volta si sarebbe detto pieno di voluttà, felice in un modo nuovo, forse come in un’altra prima volta. Poche cose. E domani, o forse un giorno, Mompracem.